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Conversazione con il posto vuoto
Pubblicato su internet, settembre 2024.
Estratto dal capitolo 7 — “La notte dell’amante”, Parla al mio corpo
1 — Il genere… ancora?!
2 — Attualità del genere nella psicoanalisi
3 — Nozione o concetto?
4 — Il mio grado zero del genere
5 — La conversazione come metodo
6 — Come siamo arrivatə fin qui?
7 — Alla Goutte d’or
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Ciao a tutte e tutti,
Siate i/le benvenutə a questa prima seduta, intitolata “Conversazione con il posto vuoto”.
Per questa seduta introduttiva, mi assumo il compito di presentarvi, se non il progetto, quantomeno il suo inizio, cominciando subito con il chiarimento delle sue coordinate recenti sul piano storico, nonché con una ripresa parziale di elementi affrontati in precedenza che vanno però considerati alla luce dei quindici anni trascorsi da quando ho iniziato a esporre alcune proposte sulle attualità sessuali e la psicoanalisi.
Mi scuso in anticipo per dover aprire questo ciclo con una presentazione un po’ massiccia. Ma allo stato attuale è necessaria: bisogna avviare il meccanismo, partire da una dichiarazione d’intenti che vi consegno oggi. La discuteremo. È un avvio e, come per il prosciutto o per il pane, ciascunə ha su questo punto le proprie fissazioni libidinali: che lo si ami o lo si detesti, in ogni caso ci si fa i conti.
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Estratto dal capitolo 7 — “La notte dell’amante”, Parla al mio corpo.
“Nulla regge più dunque, in questo istante e per sempre, ma reggeva forse, qualcosa reggeva prima?”
Che cosa resta che possa dire ciò che sono ormai?
Io, Marc, non lo so, con la stessa forza con cui forse non l’ho mai saputo, senza saperlo.
Ciò che mi accade è inedito. La grande trasformazione, un rovesciamento. Il diritto al rovescio. Non resta che lasciare che anche questo pezzo di corpo si rimetta. Riallacciare dentro, ritessere l’interno.
Che fatica. Nulla è mai stato così difficile, nella mia vita, oppure non riesco a ricordarlo. Impazzisco, pazzo d’amore malato di sesso.
Amare in tutte le sfumature dell’amore, soprattutto quelle alleggerite dall’impero genitale in salsa liberale. È una pista seria o un sospetto voto puritano? No, che bel programma: dal sesso guarire l’amore.
Niente radice, niente sesso stabile, niente identità schiacciante, niente caricatura erotica, niente patriarcato… »
1 — Il genere… ancora?!
Prendere la parola sotto l’intitolazione Psicoanalisi & Attualità sessuali dovrebbe quantomeno sembrare un po’ desueto, o perlomeno anacronistico. Ma non è così. Questo titolo, stranamente, fa l’effetto di un’apertura, suscita il nostro interesse. Questa constatazione è strana, soprattutto per la psicoanalisi: di cos’altro potrebbe parlare, se non delle attualità sessuali? Com’è possibile che siamo interpellatə dall’attualità sessuale come da una questione specifica, quando essa costituisce l’ordinario inevitabile dell’esperienza psicoanalitica che si sta facendo?
Eppure è proprio questo che oggi ci riunisce. Ed è proprio questo che ha motivato, poco a poco, l’avvio di questo progetto: trattare il fatto che le attualità sessuali sembrano insufficientemente considerate dalla psicoanalisi a partire dal secolo scorso. Tentare di sapere fino a che punto ciò sia vero e soprattutto in quali modi lo sia. Da questa constatazione dobbiamo trarre molte interrogazioni. Almeno una, che le raccoglie quasi tutte… Come siamo arrivatə fin qui?
È la domanda di fondo, una doppia domanda epistemologica e critica che ci convoca a questa doppia esigenza, fondamentale per l’esperienza psicoanalitica: l’esperienza del sapere, con e contro il sapere dell’esperienza. Perché non è pensabile avanzare in questo ambito senza confermare, anzitutto, una sorta di principio comune a tutti i tentativi sinceri di elaborazione nel campo psicoanalitico, dunque al nostro oggi e domani: pensare ciò che la psicoanalisi ci fa e ciò che se ne può fare è possibile solo prendendo molto sul serio il rischio e la necessità di inventare il sapere contro il sapere — di reinventare. Ciò che pensiamo di sapere qui ha valore a un’unica condizione: supporlo come sapere fino a prova contraria o conferma, sottoporlo alla domanda, dunque condurre un’inquisizione con guida e riferimento non Dio, ma ciò che vuol dire parlare e ciò che fa il parlare.
Per avanzare su questa via, poiché è un fatto acquisito che vi arriviamo poco a poco, possiamo ancora approfittare di un’occasione inaudita che, pur non essendo più molto recente, resta originale a suo modo, abbastanza perturbante da essere feconda, moderna se questo protegge dal classicismo o, più semplicemente, connessa agli effetti della parola in questo inizio di XXI secolo. Designiamola con un primo significante “genere”, la cui irresistibile ascesa non smette di scriversi da più di quarant’anni. Il genere e le sue questioni, le questioni di genere come dice l’espressione corrente, di cui bisogna prendersi cura e diffidare, per non lasciarci contaminare troppo semplicemente da questo luogo comune, il più nocivo in questo campo di ricerche e pratiche, che fa stupidamente del genere un corrispettivo del sesso; e possiamo tuttə constatare la debolezza delle proposte e dei modi di trattare queste questioni nel campo della psicoanalisi (e oltre) da una ventina d’anni, quasi tutte inchiodate a un approccio assoggettato a certi discorsi sociologici, politici e anche filosofici, tinti di una concezione binaria sintomatica della natura e della cultura.
Perché ci sono linee di frattura tra i discorsi, e dobbiamo tenerne conto senza accontentarci di semplici divisioni tra loro. Le loro proprietà sono più complesse. Ciò che conosciamo molto bene, per esempio, tra il Discorso psicoanalitico e il Discorso dell’Università, definitivamente compatibili, dunque inconciliabili.
Ho introdotto, in apertura, il significante “genere”. È forse, già da ora, il più antico nella nostra attualità sessuale: comincia a essere datato. È un paradosso: per chi vuole cogliere l’attualità, questo invecchia subito la nostra iniziativa. Già vecchia lo è, al di là della retorica che permette questa giustapposizione, nel discorso, di significanti nuovi, alcuni dei quali si innalzano a posto di padrone ben prima che abbiamo avuto occasione di accorgercene. Allora recuperiamo questo ritardo evocando, senza attendere, altri due significanti che da poco sono passati anch’essi a posto di padrone, secondo me: “trans” e “iel” che, diversamente dal significante “genere”, sono anch’essi significanti nuovi a loro modo.
Qui si apre una prima prospettiva concettuale per il solo fatto di aggiustare questi tre significanti nello stesso paragrafo. Approfittiamone fin da questa introduzione, e avremo tempo di tornarci in dettaglio. Il genere sarà la forma, nell’immaginario, che può finalmente insegnarci ciò che ancora non sappiamo del sesso; il trans sarà la prospettiva che dà accesso al simbolico trattato dal reale, il reale dell’inconscio bisessuale rifiutato, significato e salvato da iel. E già facciamo un po’ di topologia: genere, trans, iel/immaginario, simbolico, reale. Piccola osservazione: quando dico “inconscio bisessuale”, commetto volontariamente un errore; l’inconscio non è bisessuale, iel è la bisessualità; avremo occasione di tornarci, dettagliando che cos’è la binarietà, sottintesa sessuale, purtroppo diventata una religione del doppio là dove invece dovrebbe imporsi come una pratica della relatività (a condizione di liberarla dal fantasma).
Se questo sembra oscuro o complesso, non abbiamone paura. Non è così complicato come sembra. È solo l’effetto che ci fa avanzare sulla pista di saperi in sospeso. Non c’è nulla di eccessivamente difficile in ciò che segue, solo delle complessità che sollecitano la nostra esigenza, che possiamo dipanare a condizione di assumere e sopportare la messa in discussione di ciò che crediamo di sapere, per accontentarci di pensarlo. Che è già molto, e spesso impossibile. Ed è anche l’unico modo di progredire e seguire la lettera in ciò che si dice e si ascolta, senza seguire alla lettera ciò che crediamo di sapere.
Così, e solo così, affronteremo territori fertili, nelle frange dell’invenzione e della reinvenzione dove il finito e l’infinito della psicoanalisi in esperienza mantengono, a condizione di farne lo sforzo, aperture utili all’esame minuzioso dei nostri stati d’animo a proposito di ciò che chiamiamo genericamente sessualità.
2 — Attualità del genere nella psicoanalisi
Non si tratterà di amare la psicoanalisi, né tantomeno le attualità sessuali. Ma di amare l’opportunità di pensare in un modo efficace nel destabilizzarci, a vantaggio di alcune invenzioni utili al nostro avanzamento in questi continenti neri della psicoanalisi, il primo dei quali è stato detto da Freud — “La vita sessuale della donna adulta è ancora un continente nero per la psicologia” in “La questione dell’analisi profana”, nel 1926 —, presto raggiunto, anche se ancora non sufficientemente considerati nel campo psicoanalitico, 1 — dagli echi socioculturali del genere, 2 — poi dal turbamento simbolico di trans, completati da 3 — dall’impossibile da penetrare storico della bisessualità psichica costitutiva (significato di iel).
In generale, finora, i contributi a la clinica del genere in psicoanalisi — come designo questo campo — sono stati talvolta qualificati come proposte “oscure” o “incomprensibili”, più spesso relegati al rango di fenomeni “insignificanti” o “woke” — il colmo è che questi fenomeni sono proprio il luogo attuale dell’apparizione di significanti nuovi e che, a questo titolo, la loro messa da parte diventa sintomatica per questa pratica dell’ascolto.
Io che ci lavoro, come si dice. Diciamo: che cerco di seguire questo filo che ho intravisto, per conto mio, molto tempo fa nella mia lettura di La causa degli adolescenti, di Françoise Dolto, posso attestare e qualificare diversamente questa presunta complessità insormontabile per alcunə, perentoria per altrə. Voglio qualificarla diversamente, mettendola in prospettiva diretta con la sorte riservata alle questioni di genere e a chi le porta, o ha tentato di portarle nelle case della psicoanalisi in particolare, che siano società, associazioni o scuole — cosa altrettanto vera all’Università. Perché il trattamento istituzionale di queste questioni e dei/delle clinici/che che se ne sono occupatə, trattamento semplificatore dunque fascista, ha già dato luogo a molti eventi che ci permettono fin d’ora di formulare una constatazione. Nelle case della psicoanalisi, dove queste questioni di attualità sessuali sono state sollevate, messe al lavoro o combattute, ogni volta sono state molto rapidamente schiacciate da una concezione sociologica e filosofica dell’individuo e del soggetto. Il che, ogni volta, ha permesso di rendere accessorio il loro oggetto e di mettere da parte, direttamente e indirettamente, chi prendeva il rischio della propria parola su questo. Prendendo il genere come un’espressione culturale e sociale (o pubblica) del sesso intimo e privato, non c’erano altre possibilità che insistere in questi vicoli ciechi. Inoltre, questo è il risultato di un rovesciamento manifesto nel suo contrario di una confusione latente tra l’intimo e il pubblico, confusione situata alla fonte del totalitarismo sessuale per mancanza di poter affrontare l’orrore del sapere sulla verità sessuale e i suoi limiti.
Diversi nodi sono stati incontrati molto rapidamente quando, sotto la pressione dell’attualità, sono state affrontate nel campo psicoanalitico le cosiddette questioni di genere. Nodi nei cervelli anzitutto, poi nodi nelle teorie, per finire col trascurare il terreno dove ciò accade e di cui conosciamo il potere di scioglimento, lo si voglia o no: la pratica clinica.
Così, le difficoltà di comprensione o di adeguamento ideologico e politico, inerenti a ogni volontà di avvicinare queste questioni, devono essere individuate come principalmente alimentate dagli effetti istituzionali, molto più che imputabili alla natura stessa di queste questioni. Se proviamo a non capirci nulla, non è tanto per la difficoltà dell’oggetto quanto per la deformazione istituita del nostro ascolto e del nostro pensiero, entrambi troppo allineati all’ortodossia concettuale e alle posture intellettuali attuali nel campo della psicoanalisi.
Sempre, e ancora oggi, si è trattato solo di avvicinare le attualità sessuali a cose già note, si dice, delle sessualità precedenti, per confrontarle, valutarle. Ogni volta si è trattato di ricondurre l’ignoto al presunto noto. In ogni occasione si è cercato di sottolineare l’infecondità di queste questioni confermando non solo il valore delle teorizzazioni acquisite, ma proprio il loro impiego reificato da parte di coloro che chiamo i portatori di fallo della psicoanalisi: vi si trovano autentici reazionari, tirapiedi burocratici, ma anche figure postmoderne altrettanto problematiche quando mascherano l’opportunismo intellettuale da apertura mentale. Hanno però un punto in comune indiscutibile, ed è così che le si riconosce: non hanno proposto nulla di nuovo, né nella lettura né nella scrittura della teoria psicoanalitica; non è nata in questa vena una critica seria né una proposta originale, e il più delle volte vengono rivendicati come slogan “nulla di nuovo sotto il sole” versus “ciò che conta è solo spolverare Freud”. L’ambiente psicoanalitico accumula un ritardo considerevole rispetto alla vita, mentre si dibatte tra eredità, trasmissione impossibile e carriere.
Reinventare non è certo ricominciare da zero. Ma richiede comunque di partire dal nulla, che non è nulla, che non è zero. Un nulla come grado zero per non perderci in un vuoto senza bordi, per iscrivere un punto di partenza con qualche possibilità di avere seguito. Il grado zero del genere è il suo statuto di oggetto nell’immaginario, così come si incontra nel primo tempo della sua efficacia, per ciascunə, analizandə o analistə o chiunque.
Per illuminare questo incontro con il genere che viviamo tuttə, con la nozione di genere e non con il concetto di genere che dobbiamo tenere nel mirino, devo dirvi il percorso che è stato il mio su questo. Qual è stato il mio grado zero del genere, ben prima di averlo scelto come oggetto di lavoro? Ma prima di rispondere, una precisazione…
3 — Nozione o concetto?
Dico nozione e non concetto: è una sfumatura importante. Perché nulla permette né deve giustificare, ad oggi, di pretendere o credere che sul genere sia stato detto qualcosa che valga come conclusione da chiunque. Anzitutto per una ragione temporale, ed è per questo che possiamo designare come attualità queste questioni sessuali; e d’altra parte per una precauzione etica e politica volta a mantenere lo sforzo critico che non deve mancare ai nostri tentativi di pensare queste questioni. Nessuno sa quale sarebbe o potrebbe essere il perimetro chiuso di ciò a cui il genere ci dà accesso a proposito del sesso e del sessuale. A meno che non si acconsenta a un approccio, a una concezione ridotta del genere, come ne fanno uso e lo illustrano certe prospettive psicologiche, sociologiche, politiche o filosofiche, persino psicoanalitiche, in troppe proposte recenti problematiche. A questo titolo, avremo occasione di esplorare diverse sintomatologie reazionarie, dalle loro espressioni in certi discorsi o prese di posizione spesso poco esigenti, quasi sistematicamente orientate oggi contro il significante “trans” e i suoi affluenti, il cui esempio più sensibile è la questione dei “bambini trans”. Psicoanalisti/e (spesso mediatizzatə e pubblicatə ), ma anche, per esempio, le femmelliste, conducono vere battaglie ideologiche, guerre in nome del femminismo o dell’etica clinica che ci serviranno per cogliere il livello di compromissione contemporanea con la tentazione totalitaria, malate di voler difendere necessità politiche contro quelle del Soggetto. Intendo dire un certo numero di militantə, analistə, professionisti della professione, di “specialisti della soluzione dei problemi ”, per riprendere l’espressione di Neil Sheehan, il giornalista americano all’origine della pubblicazione dei Pentagon Papers nel 1971, espressione ripresa e ampliata da Hannah Arendt a sua volta.
Perché questo ponte diretto con questa teorica della politica (del politico)? Per una ragione tanto semplice quanto l’“nemico” che si tratta di combattere, cioè il fantasma travestito da rivendicazioni politiche al servizio di un totalitarismo. Qui, quello del patriarcato sacralizzato al posto degli effetti insopportabili del rapporto sessuale che non c’è. Fantasma patriarcale che dà voce all’expertise degli esperti in Padre e altra triangolazione edipica, o ancora in differenza dei sessi, appoggiati alla loro idea del tutto personale di ciò che è necessario, anche a costo di smentire i fatti, anche a costo di smentire violentemente la contingenza viva delle realtà psichiche da un lato e, dall’altro, corrompere la necessaria considerazione minuziosa del luogo dell’altro, dell’a/Altro del sessuale. Questi specialisti, così sicurə di sapere ciò che è necessario, alimentano una politica del sessuale dimentica di un fatto messo in luce da Freud e riformulato da Lacan nell’espressione ormai ben nota del seminario La logica del fantasma “L’inconscio è la politica” (1966-1967). Come se fosse loro insopportabile o impossibile riconoscere l’inconscio reale e la forza di convocazione della Godimento — diciamo, forse, l’economia pulsionale in senso lato —, questi specialisti della soluzione dei problemi adepti della teoria dei domino ci permettono tuttavia di precisare il territorio e la natura di questo nemico totalitario che deve essere combattuto, e di cui bisogna, poco a poco, riuscire a precisare il nome. Poiché si fa conoscere in modo particolare oggi, nel campo sociale trasformato in campo di battaglia, non solo come espressione della guerra dei sessi, nelle violenze sessuali e sessiste, e ancor più certamente nell’illustrazione sintomatica delle tensioni insostenibili tra l’individuo e il soggetto. Ho detto fantasma patriarcale. Bisogna dettagliare…
A titolo personale, ho a lungo considerato e pensato che il patriarcato fosse il problema. Il significante stesso di “patriarcato” è molto comodo per designarlo come nemico. Un eccesso di Padre si fa sentire tra queste consonanti, e le sue vocali fanno risuonare grida soffocate. Il sospetto è un ottimo colpevole. Ma è un po’ poco fermarsi a questa facilità. Bisogna andare oltre, bisogna dettagliare, perché il patriarcato è anche il nome di una Cultura, che ci piaccia o no, e in quanto tale merita di essere analizzato come un autentico Disagio nella cultura, e non soltanto un disagio della cultura. Questo per liberare, con profitto, ciò che di questo patriarcato ci informa su elementi strutturali che meritano, dopo esame, di esserne separati. Avremo occasione di lavorare una paradossale difesa del patriarcato per ridurlo a pelle di zigrino : la sua vera natura e la sua autentica funzione. Allora verrà trattata una delle domande di Marc: “Il patriarcato non va bene, cos’altro?”
Dunque, il patriarcato può essere il nome del nemico, del problema, ma è un po’ poco. Allora ho proposto fantasma patriarcale, per non limitarmi, per esempio, a designare l’eterosessualità bianca cisgender come nome del problema, benché questa nozione sia feconda per far emergere, a partire dalle intersezioni categoriali, sfumature essenziali nei processi di discriminazione e violenza. Un altro nome per questo nemico deve essere proposto, per prendere coscienza nello stesso gesto che la parola “nemico” è già stata pronunciata più volte — semantica bellica. Di quale guerra si tratta? Della guerra dei sessi, tale da giustificare e comprendere l’emergere necessario dei femminismi? Dovremo rispondere a queste domande. Perché una guerra c’è. Ci sono vittime, feritə e mortə da ascoltare, riparare, onorare. Ci sono anche colpevoli e responsabili da tradurre davanti alla Giustizia.
Un altro nome dunque, ma quale? Come esprimere che, al di là del nemico, dobbiamo interessarci al suo oggetto psichico, al processo soggettivo in causa, alle formazioni dell’inconscio lontano dai tribunali e dalle opinioni. Vorrei proporre questo, per circoscrivere questa leva psichica centrale, il fantasma patriarcale eterosessuale dove fantasma può intendersi nella sua definizione psicoanalitica, patriarcale come riferimento alla Cultura, e eterosessuale in quanto testimone sociale dove l’eterosessualità non è qui un orientamento sessuale, ma un regime politico. In inglese, la formulazione sembra più semplice: potremmo dire The Straight Fantasy of Patriarchy, che ci permette di riformulare questa espressione in francese come Il fantasma etero del patriarcato. Poiché non è il nemico — il fantasma non è un nemico —, è l’oggetto centrale della nostra attenzione, il nostro punto di partenza e la nostra prospettiva, per avanzare sulle nostre questioni di attualità sessuali al di là di tutte le sfumature di orientamenti sessuali, identità di sesso o di genere, tutte coinvolte da questo fantasma etero del patriarcato, così come viene a sostenere l’andamento del desiderio per tutti i soggetti, in risposta alle conseguenze irriducibili di ciò che abbiamo evocato prima come gli effetti del rapporto sessuale che non c’è nella sua espressione lacaniana, o ancora gli effetti del Complesso di Edipo nella sua espressione freudiana. Quando potremo approfondire questo, avremo occasione di trattare il fatto clinico che l’orientamento sessuale non ha senso, benché voglia dire qualcosa altrove, socialmente, politicamente o anche culturalmente e sessualmente. Do anche un altro nome a questo fantasma: il fantasma etero-patriarca; ci interesserà più avanti per affrontare un altro fantasma che lo de-completa, il fantasma a-apatride, che apre a sua volta alla comprensione di un’altra sessuazione rispetto a quella lacaniana (una sessuazione del terzo escluso, quella detta dell’esclusiva necessaria), l’a-sessuazione (una sessuazione del terzo incluso, quella detta dell’inclusiva necessaria), che apre a sua volta a nuovi discorsi che completano a loro volta i discorsi individuati da Lacan (discorsi). Lacan ha individuato il discorso dell’isteria, il discorso dell’università, il discorso del padrone, il discorso psicoanalitico. Vedremo poco a poco come l’ a-sessuazione apra un accesso a quattro altri discorsi: il discorso identitario, il discorso trans, il discorso femminista e il discorso ecologista.
4 — Il mio grado zero del genere
Torno al mio grado zero del genere. Come ho incontrato il genere?
Come tutti, dapprima senza rendermene conto. E questo è durato diversi anni. Sono nato nel 1976: se il femminismo era molto attivo in quel periodo, le questioni di identità sessuali o di identità di genere non avevano lo spazio nel discorso ambientale che conosciamo loro oggi. In quel periodo, la parola di alcuni/e psicoanalisti/e veniva diffusa nei media, in particolare quella di Françoise Dolto sulle onde di Europe 1 nel 1969 (SOS psicoanalista!, dove interveniva in diretta con lo pseudonimo di Dottor X), e soprattutto su France Inter tra il 1976 e il 1978 (una trasmissione quotidiana condotta da Jacques Pradel, Quando appare il bambino, dove questa volta rispondeva alle lettere degli/delle ascoltatorə). Possiamo anche citare la trasmissione televisiva Psy Show nel 1984-1985, a cui partecipava Serge Leclaire.
Cito Françoise Dolto perché segna il mio ingresso nella psicoanalisi. Non durante i miei primi due anni di vita, anche se mia madre ascoltava la trasmissione alla radio, ma soprattutto nell’adolescenza, quando il nostro abbonamento familiare a France-Loisirs ci fece ricevere una selezione di opere tra cui La causa degli adolescenti. Avevo dodici anni: era il mio primo libro di psicoanalisi e il mio primo pensiero consapevole sull’inconscio, su invito della mia cara Françoise D. Poi, per un certo periodo della mia giovane età adulta, questo libro è scomparso dai miei scatoloni. Non sono mai riuscito a ritrovarlo né in cantina né in soffitta, al punto da dubitare di averlo mai avuto tra le mani, come peraltro pensavano i miei genitori. Trent’anni dopo, in occasione della mia esperienza della passe in quanto passant, e per una serie di coincidenze di cui la vita ha il segreto, il libro è arrivato una mattina, mentre stavo andando a raggiungere una delle mie passeuses per uno dei nostri ultimi colloqui. Sulla strada verso il caffè dove avevamo appuntamento, ho aperto il pacco e mi sono fermato di colpo sul marciapiede sfogliando il libro. Era il mio esemplare del libro di Françoise Dolto; la mia causa d’adolescente mi era tornata su invito della passe. Lo avevo tra le mani e leggevo ai margini delle pagine le mie annotazioni dell’epoca che, all’improvviso, mi erano tornate alla memoria. Ricordavo di aver scritto cose precise sulla parola, l’importanza della parola, e di aver sottolineato frasi capitali, che ritrovavo sfogliando, tra cui questa che non dimenticherò mai: “I mal partiti, la psicoanalisi può salvarli”.
Che rapporto c’è con il genere, mi direte? L’ho scoperto solo di recente, sfogliando di nuovo questo libro e le mie annotazioni. Una di esse ha illuminato il mio grado zero del genere. Nel capitolo dedicato alle identità adolescenziali, Dolto parla della scelta dei vestiti, dello stile adottato per dare forma a un’identità in costruzione. A margine, avevo scritto “ look sessuale” e “genere”: era la mia traduzione dei paragrafi in questione. Rileggendolo, qualche settimana fa, mentre cerco da tempo di teorizzare queste questioni con l’oblio di questo incontro storico personale, ho capito che il genere mi aveva afferrato proprio in quel momento. Una concezione del genere che oggi non mi va bene, troppo appesantita dalle questioni di apparenza e di realtà, troppo cieca rispetto ai processi psichici inconsci che mi hanno interessato da allora a proposito del genere. Ma è il mio grado zero del genere, là dove mi è apparso dapprima come oggetto nell’immaginario, dunque nella realtà e nel corpo.
Ma ho precisato, in introduzione, che nessuna expertise personale sul genere merita di essere considerata da subito come valida per altrə. Il che non vuol dire che nessuna esperienza del genere sia vera: lo sono tutte, ed è di questa esperienza incommensurabile che bisogna tener conto e prendersi cura. È in questo modo che mi sono messo al lavoro su queste questioni in una prospettiva di ricerca, a partire dal genere come oggetto nell’immaginario — e non come oggetto immaginario. Nell’immaginario, dunque là dove il genere-oggetto attiva un turbamento apparendo, nella realtà e nel corpo, a proposito del sesso così risvegliato dal suo sonno ingannevole che fa passare il sesso per un dato, per qualcosa di certo. L’apparizione del genere, il suo incontro, è un’esperienza perturbante, spiazzante, istantanea o durevole, che possiamo qualificare come esperienza queer, o come esperienza dell’inquietante (Unheimliche). Là dove il genere appare in una dimensione, il sesso vacilla in un’altra dimensione. Là dove il genere turba, nell’immaginario quando si presenta, il sesso trema nel simbolico: è la prima tappa per coglierlo, riconoscerlo. In una seconda tappa, quando il genere, processo simbolico, raccoglie la sfida del turbamento del sesso nel simbolico, permette la ricreazione del sesso nell’immaginario dove è istanza, istanza di credenza sostenuta dalle rappresentazioni a esso legate, che possono raggiungere una sorta di conferma, unità o coerenza.
Ripeto. Per esempio, incontro un essere umano che non so leggere né collocare nel paesaggio sessuale: è un’esperienza queer : non so chi sia, né che cosa sia né che cosa faccia. Allora, la mia inquietudine inconscia, rispetto al mio posto e alla mia funzione nel paesaggio sessuale (del mio sesso, diciamo) troppo incerti, esige che qualcosa venga a rispondere a questo turbamento che può essermi insopportabile, esige che l’apparato psichico lavori per circoscriverlo, ridurlo. Poiché dal genere incontrato nell’altro, che riattiva l’incertezza del mio sesso, si apre un’interrogazione/interpellazione inconscia, che riapre alla creazione/ricreazione del sesso che seguirà, in diverse tappe. Riassumiamo queste prime due tappe: il genere si presenta (oggetto nell’immaginario), il sesso è turbato (processo nel simbolico), il genere viene messo in senso (processo nel simbolico), il che ristabilisce la rappresentazione del sesso (istanza nell’immaginario). A questo stadio può comparire una rassicurazione e bastare, oppure no: nell’istante in cui si isola un punto dello spazio, il sesso per esempio riprende vita nella logica ordinaria della realtà fenomenica, liberato per un momento dagli alea che lo strutturano dietro le quinte. Ho proposto, in una possibile definizione di genere e sesso in psicoanalisi: «il genere è il limite situato al tempo stesso all’esterno e all’interno del sesso, il litorale o il margine del sesso capace di rivelarne la profondità di campo. Il genere appare sotto l’effetto del sessuale; interroga i saperi inconsci della differenza sessuale e fa vacillare le identificazioni fino al loro rinnovamento. Così, il genere disfa il sesso e crea il sesso nel tra-due del suo turbamento intermittente, nell’istante di stabilità in cui si sperimenta.» Nient’altro, tale è il Gheschlescht (termine impiegato da Freud, che si può tradurre con genredesesso). Ciò è accessibile a condizione di cogliere il sesso e il genere come due incognite di un’equazione irriducibile, come due sembianti di un reale che da troppo tempo abbiamo designato, a torto, con la sola parola «sesso» (il sesso, i due sessi), fin troppo contenti di aver trovato lì il mezzo a priori incontestabile per smistare la massa umana, fino a darle un posto nel titolo di alcuni convegni che talvolta si intitolano con una delle variazioni possibili del tipo «il sesso e i suoi sembianti», salvo che sesso è un sembiante. Si coglie immediatamente l’errore comune che fa del sesso un dato. È proprio ciò che la clinica del genere ci insegna: a partire dal turbamento del genere che rivela questo sesso per ciò che non è, a cui continuiamo tuttavia a credere per conto dell’individuo, e apre alla possibilità di creare il sesso nuovo che conviene meglio al soggetto dell’inconscio. Per oggi non andremo oltre nell’esplorazione delle altre tappe né del background che è la sessuazione in questa faccenda.
Come ho arrangiato tutto questo? A partire dal genere-oggetto nell’immaginario, per avanzare nei miei lavori preparatori all’elaborazione di una tesi di dottorato, ho tirato questo filo per conoscere le qualità del genere negli altri registri che sono il reale e il simbolico. Mi serviva un metodo, una ricetta non troppo lontana dall’esperienza psicoanalitica e dalla sua pratica. Non sapendo affatto come fare, molto scoraggiato dai testi disponibili sulle letture della sessuazione lacaniana o sul primato del fallo, il penisneid, ecc., mi sono arrangiato il mio attrezzo, che speravo psicoanalitico. Ho organizzato un doppio tridente, freudiano e lacaniano, sperando così di ottenere risultati suscettibili di essere sottoposti alla questione, passati al vaglio dei fatti e dei pensieri, verificabili da altri/e praticanti dell’analisi. Partendo da uno stato del genere, quello di l’oggetto, in un registro, l’immaginario, mi sono proposto di estrapolare per gli altri due registri, reale e simbolico, altri due stati, quelli del processo e dell’ istanza. Avevo dunque i miei due tridenti: oggetto, processo, istanza e immaginario, simbolico, reale. Strumento più arrangiato che inventato, poiché è un gloubiboulga a modo mio di ciò che credevo di aver capito della psicoanalisi in quel momento. Lo troverete in una prima piccola tabella in appendice. Resta il fatto che è stato molto rapidamente efficace, e piuttosto solido dal punto di vista metodologico. Il che ha fatto dire a uno dei membri della commissione della tesi in questione, più che conservatore, dopo aver finalmente letto questo lavoro, controvoglia, questa dichiarazione d’amore in forma di minaccia arrivando sul luogo della discussione: «Alla fine ho letto la sua roba, il peggio è che funziona, e in più è freudiano».
5 — La conversazione come metodo
Vi racconto questo momento di lavoro non per dirvi che credo di essere riuscito ad afferrare qualcosa — resta da dimostrare e non spetta a me farlo —, ma per mettere in atto uno degli obiettivi di queste conversazioni, cioè l’espressione della pratica clinica psicoanalitica. E questo senza bisogno di ricorrere a casi clinici o vignette, che ho deciso di bandire totalmente, per me e per l’insieme degli/delle invitati/e. Sono convinto che dire la pratica clinica psicoanalitica non possa passare per illustrazioni, ma solo per espressioni dirette dell’esperienza, produzioni letterarie o messe in scena matematiche. Anche se è molto delicato e richiede sforzi davvero notevoli che non abbiamo spesso occasione di compiere. Ci concentreremo su questo rischio della presa di parola, da parte di chi prenderà la parola nelle conversazioni o nelle discussioni, il rischio della parola, con tutte le precauzioni necessarie, senza dimenticare la parte di chi tacerà. Queste conversazioni saranno l’occasione di presentazioni di praticanti della psicoanalisi, cioè analisti e/o analizzanti che tutt* praticano la psicoanalisi — ci saranno anche scrittori e scrittrici, e cantanti o matematici/matematiche che condividono l’esperienza della parola rivolta.
Nell’immediato, la conversazione sarà quella che intrattengo con il posto vuoto, che non è un’assenza né una scomparsa, ma alla fine si rivela essere quello con cui, con che cosa, tutt* i/le praticanti della psicoanalisi, in poltrona o sul lettino, si trovano a sperimentare il luogo e il legame di ciò che conviene affrontare per illuminare questo a/Altro del sessuale che analista e analizzante si trovano a essere a turno. Allora, il posto vuoto è una folla. Conversazioni che serviranno da supporto alle nostre discussioni per sviscerare, ascoltare, interrogare una serie di proposte, scoperte e interrogativi. Questo per disfarli, prolungarli, mantenerli aperti.
Ciò che evoco ora coincide, senza darlo a vedere, con la questione della formazione dell’analista. Questa questione ha occupato in larga misura tutti gli scambi preliminari all’avvio di questo progetto. È una questione centrale, a cui le conversazioni desiderate non sfuggono. Io stesso ho frequentato per una dozzina d’anni una scuola di psicoanalisi, l’École de psychanalyse Sigmund Freud (EpSF), alla quale mi sono iscritto dopo aver faticosamente tentato di avvicinare altri luoghi dove un posto fosse possibile senza essere condannato a restare un allievo o un ex studente per sempre rispetto a presunti maestri o presunti professori. In questa scuola ho fatto la parte più importante della mia formazione, quella in cui ho potuto, ho dovuto, non senza difficoltà, sperimentare e districare l’impossibile del gruppo nella sua dimensione più crassa, ma anche la tentazione totalitaria inerente a ogni istituzione che nulla viene a trattare, solo a regolare quanto basta perché il lavoro degli uni e degli altri prosegua. Posso testimoniare che tuttavia si conduce la propria barca, d’ un mare da inventare con la barca, come scrive Nazim Hikmet: una barca che può inventare altri mari e percorrere gli arcipelaghi del Tout-Monde. Questo non impedisce gli incidenti, non evita le partenze, le dimissioni, i conflitti talvolta molto violenti e le gravi lesioni soggettive. Questo rafforza e conferma, se ce ne fosse bisogno, che l’unica formazione dell’analista esistente sono le formazioni dell’inconscio , quelle che si lasciano conoscere nella cura, nient’altro che la cura, in intensione e in estensione. Così, avendo iniziato a ricevere analizzanti da circa sedici anni, mi trovo ormai obbligato dalle cure ad aprire un qualcosa, un braccio di mare. Non sono affatto sicuro di riuscirci, né che ciò abbia una qualche possibilità di riuscire. Ma non è questo che conta per cominciare. Ciò che conta è ciò che ha deciso, cioè la mia esperienza della psicoanalisi oggi che mi invita a rispondere, dalle cure, all’al-di-là delle cure. Tutto questo sostenuto e determinato da una posta in gioco principale: elaborare a poco a poco un complemento alla Teoria sessuale, reinventare un pezzo di psicoanalisi a partire da un oggetto che la turba più di qualunque altro da molto tempo, che possiamo designare con «genere», ma che può e deve altrettanto essere designato con «trans» e «iel» oggi; avremo occasione di esplorare queste variazioni significanti.
6 — Come siamo arrivati fin qui?
Torno, per avanzare verso una conclusione temporanea di questa introduzione, alla domanda di partenza. Come siamo arrivati fin qui? A essere interpellati/e dalla possibilità di considerare la Psicoanalisi e le Attualità sessuali, questo paradosso?
Questa domanda esprime l’ineludibile dimensione politica iscritta nel cuore dell’interrogazione in psicoanalisi — a proposito dell’inconscio, del fatto sessuale e del desiderio —, che non manca mai di portare avanti un dialogo con il mondo in cui si esercita.
Si distinguono diversi elementi (2):
1 — Ogni somiglianza con la nostra situazione politica nazionale (e mondiale) non potrebbe essere fortuita, ma è proprio l’espressione di un sintomo che ci interesserà intensamente: quello della contaminazione del campo sociale da parte dei saperi sul sessuale provenienti dall’esperienza psicoanalitica, i cui effetti fuori-cura ma non senza transfert confermano la loro incidenza diretta e indiretta sul legame sociale, sulla possibilità di fare società o collettivo, e sull’economia libidinale in generale.
2 — L’agonia lancinante e incontestabile del patriarcato, agonia tuttavia combattuta da alcuni uomini e donne mal-castrati/e, assesta a tutte e tutti colpi sempre più violenti man mano che la parola e i suoi effetti conquistano il terreno che era loro negato. Al punto che la battaglia ingaggiata, battaglia per la vita e per il sapere, sembra persa da sempre. Il che non ha nulla di sorprendente, per un sistema fondato sull’esclusione necessaria, sull’uccisione del padre e sul pasto totemico che ne impone la ricorrenza, e il suo mantenimento costi quel che costi per quanto morboso.
Questo ci invita a valutare la nostra situazione presente, quella della nostra cultura, quella della psicoanalisi in esperienza, alla luce delle attualità sessuali. Insisto su questa prospettiva: sono le attualità sessuali che possono insegnare la psicoanalisi e non il contrario, a meno di mantenerci ancora, deliberatamente e ciecamente, in un movimento diagnostico, accademico e ideologico. Perché ciò che si presenta nell’esperienza merita di essere accolto, ascoltato all’altezza delle sue qualità inaudite, ancora ignote, di cui occorre illuminare i contorni, le dinamiche, le capacità creative e la potenza critica contro il simbolico che il reale viene a trattare là dove prende forma nelle nostre realtà, là dove giocano i sembianti: tra reale e immaginario.
In poltrona, sul lettino, ascoltiamo, diciamo ciò che non è ancora stato pensato al punto da aver già prodotto nuove elaborazioni. È un fatto analitico, è l’essenza stessa della psicoanalisi. Eppure è contestato, dall’insistenza dell’atteggiamento dall’alto delle conoscenze teoriche delle nostre biblioteche ben fornite, che schiacciano senza sosta i saperi in procinto di apparire. Ciò condanna, da ormai quarant’anni, la psicoanalisi all’intorpidimento borghese di cui soffre nel suo centro, là dove la sua dimensione istituzionale (quella delle società dotte, delle scuole di psicoanalisi o delle università) la incoraggia a rifiutare un sapere ancora inconscio, la cui messa da parte, per le grazie soprattutto del diniego, ostruisce come un fecaloma le vie di deflusso necessarie ai nostri umori contemporanei.
La nostra situazione presente è violentemente paradossale. Durante tutto questo tempo in cui la psicoanalisi ha ampiamente fatto, e continua a fare, orecchie da mercante a ciò che le viene rivolto, nell’intimità della cura o sulla piazza pubblica, costruzioni ed elaborazioni imprescindibili si sono prodotte per lo più al di fuori di essa, al punto che oggi può continuare ad accogliere ciò che non sa accogliere altrimenti che come particolarismi, fenomeni minori o minoritari. La sua collaborazione storica con l’Universale maggiore le costa la capacità di risveglio e di meraviglia davanti alle metamorfosi infinite della libido. Si è resa colpevole di un conservatorismo patogeno che permette a coloro che definisco Portatori-di-Fallo di tenere particolarmente a distanza dalla sua opera le questioni dette di genere, gli apporti fecondi della transpective (prospettiva trans) e la grandiosa apertura della scrittura epicena in cui la lingua continua a crearsi.
In altre parole, raggiungere al proprio orizzonte la soggettività della propria epoca, questo invito di Lacan agli analisti di ogni risma, che non è stato seguito da effetti quanto ci si aspettava. Mirava tuttavia a evitare che i/le candidati/e alla funzione di analista si intrappolassero in quella di semplici «interpreti nella discordia dei linguaggi». Da allora, le nuove espressioni identitarie hanno potuto incoraggiare una reificazione ingannevole delle soggettività, per mancanza di poter mantenere aperto il campo del soggetto dell’inconscio in questo inizio di XXI secolo. Ciò ha partorito, con il forcipe, prospettive filosofiche ed esistenziali poco utili al processo analitico, da allora fantasticato come queer, o femminista, o intersezionale, al punto da confondere il suo fuori e il suo dentro, abbandonare l’ipotesi dell’inconscio e la legge del significante. L’inconscio è politicamente scorretto; tentare di ridorargli il blasone con paillettes alla moda non ha altro senso che quello dell’evitamento, o dell’amalgama controproducente fondato soprattutto sulla confusione tra l’identitario e l’identità. Questa critica, che formulo qui, figura questo paradosso di cui bisogna soffrire abbastanza per impararne qualcosa e, nello stesso gesto, estrarne le manovre nella cura degli effetti di significanti delle attualità sessuali: se il discorso ambientale chiede di precisare all’estremo le qualità identitarie di tutt* coloro che si esprimono, così come i loro stessi discorsi, dobbiamo restare più che vigili ai particolarismi così incoraggiati senza temere di affiliarsi all’Universale maggiore che totalizza il diverso. E se dobbiamo, ovviamente, combattere la psicoanalisi come una campagna ovunque rifiuti gli effetti dei femminismi, del queer o dell’intersezionalità, dobbiamo farlo senza concessioni. L’identitario è una materia, una materia nera. L’identità non ne sa nulla, non può saperlo, ma può essere creduta una stella mentre è piuttosto una supernova.
Un altro elemento del paradosso in questione si aggrega irrimediabilmente alla questione della trasmissione della psicoanalisi. Trasmissione impossibile, che esige l’esigenza della reinvenzione perpetua e merita di essere tenuta lontana dalle poste in gioco dell’eredità e della filiazione nell’ambiente psicoanalitico. Poiché la formazione dello psicoanalista si trova privata della possibilità di apprezzare le deformazioni dello psicoanalista, largamente abbandonate alle cure individuali senza eco sufficiente nell’elaborazione comune dei sintomi condivisi che i praticanti e le praticanti, analizzanti e/o analisti possono tuttavia mettere al lavoro, sottoporre alla questione per non arretrare davanti a ciò che arriva, poiché queste deformazioni, queste trasformazioni, queste trans-sessuazioni sono le vie di formazione dell’analista in cui la trasmissione resta impossibile, dunque praticabile.
La strada, la gioventù, le diverse comunità che costituiscono la nostra società hanno preso, sull’ambiente psicoanalitico, un vantaggio molto importante, difficile da ridurre. Ne sanno più di noi, e tuttavia in un modo che merita di essere esteso dalla prospettiva analitica. Questo sarà molto visibile nelle conversazioni a venire quando ci sarà da riprendere argomenti ed elaborazioni disponibili da diversi decenni, di cui tutte o quasi continuano a produrre ancora oggi un sorprendente effetto di sorpresa su un discorso, il discorso psicoanalitico, e sugli analisti, dai quali avevamo tuttavia il diritto di aspettarci, tenuto conto delle cure che non hanno smesso di avanzare con il loro tempo, un po’ più di modernità senza bisogno che sia appuntata come plusvalore o carattere specifico, ma semplicemente il segno del suo tempo.
Riprenderemo dunque, punto per punto, lo studio di numerosi elementi e di non meno numerose nozioni che non hanno più segreti per la nuova generazione della nostra epoca, per una larga parte degli analizzanti che vengono a dire in seduta. Là dove molto spesso siamo interpellati/e da ciò che non è più questione per molti/e dei/delle nostri/e contemporanei/e.
Questa constatazione non è scoraggiante, poiché rilevare tutto ciò che gli sfugge nel detto prepara il terreno dell’ascolto analitico e del suo atto. Se per molti analizzanti le questioni dette di genere, il trans e l’iel non sono più un mistero, è da un lato una buona occasione per l’analista di raggiungere al proprio orizzonte la soggettività che si presenta al suo ascolto, il che dall’altro apre alla possibilità per chi dice di ascoltare il proprio dire attraverso l’eco inconscia che il suo analista vorrà assumere di sostenere per reggere la promessa e il processo della cura.
7 — Alla Goutte d’or
Perché conversare in un lavatoio, alla Goutte d’or?…
Siamo al Lavoir Moderne Parisien, luogo storico di parole scambiate attorno a un compito domestico: lavare la biancheria. Una faccenda da donne, come quella delle conversazioni che sono state riconosciute come tali solo grazie al loro esercizio mondano nei salotti di un tempo, lasciati all’autonomia relativa delle donne considerate adatte a discutere di cose non statali, non primordiali per la monarchia e altri regimi politici: cioè il sentimento, l’andatura, la musica o le arti di portata minore, il decoro e la formazione delle donne della società.
Per diversi anni ho scritto per conto mio e diffuso marginalmente testi su internet; ho prodotto anche alcuni libri in autonomia sul piano editoriale. Ma l’esercizio del post solitario, come la masturbazione, invita all’apertura, alla condivisione per rischiare la propria messa erotica in altre attività sessuali. Mi sono informato sugli usi del mondo. Ho riscoperto che cosa fossero le conversazioni di un tempo.
Il mio salotto essendo troppo piccolo per invitare una piccola folla, e non padroneggiando i codici della buona società, il quartiere della Goutte d’or si è imposto come mio indirizzo. Ci vivo e ci lavoro ormai. Allora è qui che ci incontreremo, sperando che queste occasioni siano piacevoli quanto la degustazione di una conversazione, quella piccola torta resa celebre, nel XVIII secolo, da Mme d’Epinay, che sapeva ricevere, la cui ricetta fu diffusa per sua cura in un testo intitolato Les conversations d’Émilie. Zucchero, farina di mandorle, uova e un po’ di tecnica. Non ci sono più molti posti a Parigi dove sia possibile assaggiarla; gli indirizzi restano confidenziali. Non vi darò questi indirizzi, perché tenteremo di reinventarne la ricetta.
Qui le conversazioni non saranno utopie politiche, né mondanità sorpassate che fanno gli scenari logori delle finzioni cinematografiche e dei simulacri di pensiero con cui ci confrontiamo là dove l’intellettualismo presiede a tutto.
Ci saranno dunque, in queste conversazioni, cose molto complicate, perché la vita psichica è molto complicata. Esige di essere al lavoro, come si dice continuamente. Non è grave. Non è necessario capire per godere del senso, e meglio ancora degli spostamenti che l’ascolto attento di una proposta può generare nel corpo, nella testa di tutte e tutti noi riuniti provvisoriamente per questo esercizio, per questo lavoro, perché è un lavoro collettivo. Che si ascolti, che si dica o che si taccia, è un lavoro che faremo qui. Ci appoggeremo sulla logica e sui suoi vicoli ciechi o sui suoi superamenti, sull’intuizione grazie a qualche smarrimento. Torceremo la lingua, ascolteremo lo spazio, tenteremo scritture a proposito di cose che costringono a trasgredire le regole grammaticali e fanno rifiorire le nostre ortografie addormentate.
Allora, come fare, che si sia già iniziati/e a queste questioni oppure del tutto ingenui/e? Per sostenere questo sforzo di apertura e di approfondimento delle questioni dette «di genere», che preferisco enunciare come una Clinica del genere psicoanalisi, ho scritto un piccolo libro con il titolo Parle à mon corps, che da vicino e da lontano è una versione più letteraria del mio primo lavoro intitolato Le sexe réinventé par le genre, il cui testo è un po’ complesso, mi hanno detto. Così, Parle à mon corps, che non è propriamente un romanzo, né nemmeno letteratura secondo i canoni in vigore, può aiutare a entrare e progredire in una serie, piuttosto vasta, di interrogativi che il personaggio principale, Marc, ci permette di seguire con iel. È da questo testo che provengono le tredici domande che serviranno da pretesti alle conversazioni per tentare di rispondervi. Dico bene: tentare.
Concludo con queste tredici domande, che non saranno sgranate come un rosario, ma trattate alla rinfusa, le une e le altre, nel corso dei nostri vagabondaggi:
- E perché io devo sessuare come te?
- Come arriva il sesso alla mente?
- Quale sessualità per chi conosce il sessuale?
- L’orientamento sessuale ha un senso?
- Il patriarcato non va bene: cos’altro?
- Essere una madre come un uomo?
- Un/a psicoanalista trans?
- A che cosa risponde l’eccitazione sessuale?
- Quale definizione psicoanalitica del genere, del sesso?
- Una sessuazione fuori dal Fallo?
- Metoo & Psicoanalisi?
- Non c’è rapporto sessuale: quid di un rapporto di genere?
- Quale nuova perversione?
La prossima volta parlerò sotto il titolo «Mon divan trembla», in riferimento e omaggio a James Baldwin, per parlare un po’ d’amore. Per camminare tra due erotiche: Dal sesso guarire l’amore, Fare l’amore del sesso. Abbandoneremo la lezione inaugurale di oggi per un altro formato, più poetico, spero.
Fino ad allora, quando avrete potuto riascoltare questa prima seduta, potrete, al di là della discussione che avremo ora, inviare (via mail) le vostre domande e i vostri commenti. I nostri prossimi incontri forse vi risponderanno, in un modo o nell’altro. Grazie per avermi ascoltato.
Vincent Bourseul
Fine
Appendici
Definizione psicoanalitica del genere (2013) : il genere è il limite situato al tempo stesso all’esterno e all’interno del sesso, il litorale o il margine del sesso capace di rivelarne la profondità di campo. Il genere appare sotto l’effetto del sessuale; interroga i saperi inconsci della differenza sessuale e fa vacillare le identificazioni fino al loro rinnovamento. Così, il genere disfa il sesso e crea il sesso nel tra-due del suo turbamento intermittente, nell’istante di stabilità in cui si sperimenta.
Costruzione della tabella:
| Immaginario (1) | Simbolico (2) | Reale (5) | |
| Genere (1) | oggetto (1) | processo (3) | istanza impossibile (7) |
| Sesso (2) | istanza (4) | oggetto (2) | processo impossibile (5) |
| Sessuazione (6) | processo (7) | istanza (7) | oggetto impossibile (6) |