Il «genere gay» e la sofferenza identitaria: il fenomeno slam (2014)

Il «genere gay» e la sofferenza identitaria: il fenomeno slam (2014)

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Genere gay e sofferenza identitaria: il fenomeno slam

Nouvelle Revue de Psychosociologie, 2014/1, n° 17, p. 109-120.

Chemsex. Un nuovo fenomeno è emerso circa sei anni fa, con il nome di « slam ». Questo termine anglofono, noto per indicare un’arte delle giostre verbali, oggi designa una pratica di iniezione di droghe per via endovenosa in un contesto sessuale. Si tratta del consumo di prodotti psicoattivi della famiglia dei catinoni 1. Gli effetti ecstasy like 2 di queste molecole disponibili su internet sono apprezzati per la loro capacità di amplificare il piacere fisico e mentale. Questa pratica di consumo di droghe è comparsa all’interno della comunità gay (dal 2004-2005 circa). Dallo spazio festivo del clubbing in particolare e dai suoi consumi di droghe ricreative, l’uso di alcune molecole è diventato a poco a poco una specificità della vita sessuale di una parte della comunità gay. Gli effetti di questi prodotti sono apprezzati per diverse ragioni: per aspetti relazionali, poiché facilitano gli incontri e disinibiscono i consumatori; per aspetti tecnici, perché facilitano alcune pratiche hard, estreme o più intense di quelle abitualmente praticate dai consumatori; e

per il piacere e il godimento che possono risultarne moltiplicati. La sofferenza legata all’identità (o le difficoltà generate dall’inibizione sessuale e sociale) – necessità di riconoscimento, tensioni relazionali – e i mezzi per farvi fronte sono al cuore di questo fenomeno che mescola al tempo stesso l’identità sessuale e l’identità di genere secondo variazioni che proponiamo di studiare. Un approccio di genere applicato all’identità gay 3 ci permette di far emergere alcune questioni sottostanti alle necessità e contingenze sociali, psichiche e sessuali. Vediamo che cosa l’esperienza clinica consente di constatare e quali manovre il genere permette di compiere per comprenderle, ma anche per intervenire clinicamente, dal posto di psicoanalista, sul piano psichico e tenendo conto degli aspetti sociali e culturali.

constatazioni cliniche

 

Il slam fa incrociare in modo eclatante le dimensioni intrapsichiche, relazionali, ma anche sociali, sessuali e culturali. Infatti, è in luoghi di socializzazione che emerge il slam – club, serate. Non compare anzitutto in camera da letto, sebbene la sua pratica comporti poi un cambio di scena dallo spazio pubblico ricreativo allo spazio privato di un appartamento. Jérémie, 32 anni, spiega: «All’inizio consumavo GHB 4 in club, un po’ come tutti, e poi quando ho visto che mi aiutava sessualmente a provare più piacere, allora ho cominciato a consumarlo anche durante i “piani”, a casa. È lì che un giorno mi hanno proposto della méph’ 5, ho provato e da allora non consumo più altro.»

La pratica dello slam provoca danni psichici e fisi- ci fin dall’inizio del consumo. La pratica dell’iniezione per via endovenosa richiede conoscenze e abitudini tecniche che gli adepti dello slam non hanno al momento dell’iniziazione, né che l’ambiente gay possieda altrettanto rispetto ad altre comunità – free-party, squats – dove le raccomandazioni per pratiche di iniezione a minor rischio si sono diffuse già da molti anni 6. Ci sono quindi immediatamente rischi infettivi, di conta-

minazione da HIV o epatiti (C, in particolare), ma anche danni somatici al sistema venoso 7, effetti collaterali dell’iniezione sul sistema respiratorio o cardiaco 8. Quasi con la stessa rapidità dei rischi somatici, compaiono effetti psichici al momento della «discesa», che si rivela spesso dolorosa in consumatori poco esperti e talvolta anche in habitué. I pazienti descrivono momenti di «paranoia», di

«depressione» che seguono, sul versante negativo, gli effetti positivi precedentemente avvertiti, come una «gioia e una comunione inaudite con il partner», un «superamento dei limiti».

La scoperta in tempo reale, che i pazienti compiono in queste esperienze ancora poco conosciute dagli specialisti, richiede al clinico un lavoro di censimento, di informazione sulle pratiche, sugli effetti, sui problemi incontrati, che occorre problematizzare e condividere tra tutti i partner possibili: addittologi, psichiatri, consumatori esperti, sociologi, ecc.

Nel lungo periodo, la pratica dello slam purtroppo provoca quasi tanti danni quanto il consumo di crack – con cui viene spesso paragonata per evocare le sue conseguenze a breve, medio e lungo termine. I danni fisici e psichici immediati si aggravano con il tempo: i disturbi dell’umore si impongono al di fuori dei momenti di consumo con le loro conseguenze relazionali, sociali e professionali; la perdita di peso può essere molto importante e rapida (diversi chili, fino a dieci in pochi mesi); infezioni e contaminazioni possono moltiplicarsi. Quando i pazienti vengono a chiedere aiuto, sono quasi sempre in una situazione d’urgenza per trovare un luogo dove parlare e avviare la valutazione della loro situazione, fino a un ricovero rapido per far fronte alla stanchezza psichica spesso acuta. Jean, 45 anni, chiede: «Dovete aiutarmi, non ce la faccio più, consumo a casa la sera da solo mentre prima era solo per scopare. Ho saltato il lavoro diverse volte e finirò per perdere il posto. Non prendo più le terapie. Ho avuto tre sifilidi quest’anno, e anche l’epatite C che prima non avevo… avevo solo l’HIV. Ho litigato con tutti. Appena un tipo mi manda un sms per dirmi che ha della méph’, non riesco a non andarci. Su internet mi propongono solo piani chem’ 9.»

l’AIDS continua a dividere

 

I professionisti coinvolti (psicologi, addittologi, infettivologi, psichiatri) sono pochi ad essersi specializzati su questo fenomeno. Si tratta di una clinica marginale, che spaventa anche una parte dei professionisti della salute nella misura in cui una tale specializzazione può sembrare indurre una sorta di esclusione, eco di quella che comporta il consumo di questi prodotti specifici tra i gay. Infatti, in una comunità con forti rivendicazioni identitarie, la stessa costituzione del «fenomeno slam » deve essere osservata come il sintomo di un’altra esclusione sottostante, quella dei gay sieropositivi tra i gay. In effetti, la maggior parte dei gay che praticano lo slam sono sieropositivi all’HIV e, sebbene non vi siano dati scientifici su questo punto, l’insieme degli attori riconosce questa caratteristica principale dello slam. Lo slam ci racconta qualcosa dell’epidemia di AIDS tra i gay: è almeno l’ipotesi che formuliamo dalla nostra prima esperienza con questi pazienti circa cinque anni fa.

In primo luogo, con quasi il 20% di sieropositivi, non si può dire che la comunità gay a Parigi scopra l’HIV, né i sieropositivi, nel 2014 – la prevalenza raggiunge il 12% tra i gay o MSM (uomini che hanno rapporti omosessuali) a livello nazionale 10. Non ci sono quindi mai stati così tanti gay portatori del virus come oggi. E poiché i casi di contaminazione si mantengono ogni anno, questo numero continuerà a crescere grazie ai trattamenti che permettono di aumentare l’aspettativa di vita e garantiscono la cronicità dell’infezione virale. Curiosamente, nello stesso tempo, i gay sieropositivi non hanno, a quanto pare, mai avuto tanta difficoltà a vivere la propria sieropositività nella loro stessa comunità, negli incontri affettivi o sessuali o ancora nel lavoro. I progressi farmacologici non hanno eradicato le paure che persistono, anche quando questi progressi permettono di ridimensionarle. È di questo che i pazienti si lamentano quando consultano, ed è ciò di cui testimoniano sempre più spesso i media comunitari: si parla di una «serofobia aumentata 11», il che è paradossale da un certo punto di vista. Gli effetti immaginari dell’AIDS che la paura persistente della contaminazione traduce si mantengono nonostante l’esistenza dei mezzi di prevenzione, come il preservativo, e nonostante la reale diminuzione dei rischi di contaminazione – le persone in trattamento possono diventare più o meno non contaminanti 12 anche in caso di rapporti sessuali non protetti, che non sono sempre assunzioni di rischio sconsiderate (vita di coppia, scelta individuale, assunzione di trattamento preventivo).

Nel lavoro clinico con i pazienti coinvolti nello slam, l’appartenenza alla comunità gay viene affrontata molto rapidamente; è l’identità nel senso più ampio dell’identità sessuale a emergere. Hermann, 24 anni, dice: «Sono gay, ho fatto di tutto per essere gay e non solo omosessuale. Omosessuale è medico. Gay è gay. Ma da quando sono sieropositivo, se lo dico, i tipi non vogliono più scopare con me, gli inizi di relazione si interrompono appena ne parlo. Eppure sono non rilevabile, e al limite possiamo continuare a mettere i preservativi, non me ne frega niente.» L’identità gay indica più che l’orientamento sessuale, esprime qui Hermann. Al di là del fattore genitale o di una preferenza sessuale, Hermann espone chiaramente la portata sociale del sesso che possiamo intendere come espressione del genere. Ci dice anche che questa identità è il risultato di un lavoro – ha «fatto di tutto per» –, una costruzione che può arrivare fino alla performance. Pensiamo che si tratti di una performance di genere. Al di là dunque della sua identità sessuale – essere maschio o femmina –, l’identità gay sembra qui rendere conto di questo apprendimento, di questo diventare gay che mettiamo in parallelo con il diventare uomo o il diventare donna in quanto identità di genere13. Questa produzione a partire e al di là del sesso biologico testimonia, secondo noi, ciò che Joan W. Scott esprime qui a proposito del genere: «un elemento costitutivo dei rapporti sociali fondati su differenze percepite tra i sessi, e […] un modo primario di significare rapporti di potere» (Scott, 1986, p. 186). Essere gay, per Hermann e per altri, risponde alla necessità di significare rapporti di potere ed esclusione (eterosessualità/omosessualità, gay sieropositivi/gay non sieropositivi), di ammetterne la portata e di identificarsi a partire da essi nei rapporti sociali (professionali, affettivi, sessuali, familiari, comunitari).

Nel lavoro clinico con i pazienti coinvolti nel slam, l’appartenenza alla comunità gay viene affrontata molto rapidamente; è l’identità, nel senso più ampio dell’identità sessuale, a emergere. Hermann, 24 anni, dice: «Sono gay, ho fatto di tutto per essere gay e non solo omosessuale. Omosessuale è medico. Gay è gay. Ma da quando sono sieropositivo, se lo dico, i ragazzi non vogliono più scopare con me, gli inizi di relazione si interrompono non appena ne parlo. Eppure sono non rilevabile e, al limite, possiamo continuare a usare i preservativi, non me ne frega niente.» L’identità gay indica più che l’orientamento sessuale, esprime qui Hermann. Al di là del fattore genitale o di una preferenza sessuale, Hermann espone chiaramente la portata sociale del sesso, che possiamo intendere come espressione del genere. Ci dice anche che questa identità è il risultato di un lavoro – ha «fatto di tutto per» –, una costruzione che può arrivare fino alla performance. Pensiamo che si tratti di una performance di genere. Al di là dunque della sua identità sessuale – essere maschio o femmina –, l’identità gay sembra qui dar conto di questo apprendimento, di questo divenire gay che mettiamo in parallelo con il divenire uomo o il divenire donna in quanto identità di genere13. Questa produzione a partire e al di là del sesso biologico testimonia, secondo noi, ciò che Joan W. Scott esprime qui a proposito del genere: «un elemento costitutivo dei rapporti sociali fondati su differenze percepite tra i sessi e […] un modo primario di significare rapporti di potere» (Scott, 1986, p. 186). Essere gay, per Hermann e per altri, riguarda la necessità di significare rapporti di potere e di esclusione (eterosessualità/omosessualità, gay sieropositivi/gay non sieropositivi), di ammetterne la portata e di identificarsi a partire da essi nei rapporti sociali (professionali, affettivi, sessuali, familiari, comunitari).

l’identità gay, un’identità di genere più che un’identità sessuale

 

L’identità gay merita, secondo noi, di essere pensata allora come un’identità di genere, in quanto rende conto delle dimensioni sociali e culturali della vita sessuale. Gay si rivela non essere solo una promessa identitaria che accoglie una preferenza sessuale, ma una preferenza sessuale con conseguenze identitarie che vanno oltre la sola dimensione del sesso. Questo ci incoraggia a definire, per pensare il fenomeno slam, ciò che da qui in poi designiamo come «genere gay». Perché se il genere non si limita a essere l’espressione sociale del sesso biologico, ma rende conto dei processi di costruzione e decostruzione all’opera in ciò che la vita sessuale impone al soggetto, allora ne abbiamo bisogno per pensare fenomeni come quello dello slam, e per immaginare, grazie ad esso, un intervento su questi processi.

Secondo la nostra esperienza clinica, il genere gay permette così di distinguere ciò che, nell’identità gay, non si limita a dare una rappresentazione visibile alle identificazioni del soggetto, ma dà anche forma a elementi meno visibili, inconsci e tuttavia determinanti della vita psichica. «Disfare il gay», come altri hanno «disfatto il genere», può essere un modo di tradurre l’opzione clinica che proponiamo di fronte a questo fenomeno. È del resto ciò che chiedono implicitamente coloro che vengono a consultare, come Pierre: «Non capisco, ho un lavoro al top, esco nell’ambiente, sono a mio agio con la mia omosessualità, non ho difficoltà nelle pratiche sessuali, scopo con chi voglio quando voglio, sono venuto a vivere a Parigi per questo, ho tutto quello che volevo avere, tutto quello che mi serviva per essere gay. E adesso, non va più niente, sono sieropositivo, cosa quasi “normale” per un gay, e mi inietto droghe, nessuno vuole più fare sesso con me normalmente e neanche io, del resto, sono esausto, ho fatto tutto questo per cosa?» Come non seguire e prolungare questa interrogazione rovesciandone il contenuto per aprire il questionamento di questa costruzione dell’identità gay stessa alla luce del genere?

Avvento identitario e pericolo comunitario

 

Siamo tentati di interrogare il «gay» con Pat Califia, che già nel 1983 diceva: «[…] all’interno del movimento [gay], la gente insiste su una forma di purezza che ha ben poco a che vedere con la tenerezza, il desiderio sessuale o ancora l’impegno politico. Essere gay diventa uno stato di grazia sessuale, paragonabile alla verginità. Il proselitismo fanatico a favore di un comportamento gay […] al cento per cento mi fa spesso pensare a una paura superstiziosa di contaminazione o di inquinamento» (Califia, 1983, p. 71-82). Nel momento in cui Califia tiene questa conferenza, l’epidemia di AIDS è appena all’inizio, non ha ancora segnato la comunità omosessuale che ha appena cominciato a

fiorire alla luce del sole sotto la sua bandiera «gAy» (acronimo di Good as you) divenuta il suo cavallo di battaglia identitario. Rileggere oggi queste frasi, all’epoca dello slam e degli elementi che abbiamo appena ripercorso, è perturbante. Sembra che qualcosa di oscuro sia rimasto nei fondamenti della performance su cui l’identità gay si è appoggiata per erigersi, anche grazie all’AIDS che non le è rimasto estraneo, tanto sembra essersi introdotto là dove un posto lo attendeva.

La «purezza» di cui parla Califia fa pensare all’essenzialismo, cioè a una «natura» dell’uomo o della donna, per esempio. Ci fa anche pensare all’imperativo identitario che pesa sulle donne e che le femministe possono talvolta imporre, come Joan W. Scott deplora (Scott, 2011, p. 45-67). Infatti, le figure sostenute da un movimento di riconoscimento e affermazione identitaria – le donne o i gay, per esempio – racchiudono talvolta costruzioni immaginarie e inconsce che pesano fortemente sulla libertà degli individui che cercano di identificarsi, tentati di impegnarvisi per garantire la loro realizzazione o la loro sopravvivenza, talvolta a rischio di comprometterle infine. Le identità «donna» e «gay» sono integrate nei discorsi e circolano in modo tale che non vengono più discusse. Queste identità devono dunque, come Scott ci indica a proposito dell’identità

«donna» e che può essere applicato all’identità «gay», essere oggetto di una decostruzione minuziosa, storica e fantasmatica per far emergere le questioni inconsce e talvolta deleterie che queste figure sperate emancipatrici nascondono nel loro cuore. Questa decostruzione può effettuarsi sul modello della decostruzione del genere.

Sono infatti queste questioni – di identificazione inconscia – che, se ignorate, fanno pesare, per esempio sui gay – affermati o in divenire – l’obbligo di dimostrare in tutti i modi possibili che l’avanguardia delle sessualità appartiene a loro, e a qualsiasi prezzo. Questa è la nostra ipotesi di lavoro. Che ciò venga provato dall’AIDS, dalle droghe o da altri segni ancora ci invita ad accoglierli come sintomi, non per fabbricare patologie identitarie, ma per rimettere in movimento i processi psichici e sociali coinvolti. Scomponendo nel lavoro clinico le articolazioni delle questioni individuali e collettive, come il genere ci permette di fare, possiamo riaprire le porte chiuse dei discorsi identitari per rinnovarne il potere sovversivo e liberatorio, dunque terapeutico per il soggetto. Così, sono necessariamente le dimensioni della comunità, dell’identità, del sociale, dell’individuo e del collettivo a essere tutte messe al lavoro simultaneamente, grazie all’incrocio di un approccio risolutamente clinico e psicosociologico.

Abbiamo visto ciò che la storia ci permette di pensare con Joan W. Scott; vediamo come la filosofia e l’antropologia possono aiutarci. Nel 1975, Claude Lévi-Strauss conclude il seminario sull’identità con queste parole: «[…] l’identità è una sorta di focolare virtuale al quale ci

è indispensabile riferirci per spiegare un certo numero di cose, ma senza che abbia mai un’esistenza reale. […] un limite a cui in realtà non corrisponde alcuna esperienza» (Lévi-Strauss, 2000,

  1. 332). Comprendiamo con lui che la rappresentazione sociale offerta dall’identità richiede e sostiene l’investimento psichico e fisico di chi si riconosce nella figura che essa gli propone. Per estensione, possiamo dire che l’identità gay propone ai soggetti interessati, come ogni identità, un senso all’esistenza reale, alla vita concreta. Ed è qui che il rischio di stasi che l’identità impone può essere affrontato lavorando con lo strumento del genere in quanto «categoria utile di analisi critica» (Scott, 1986), affinché la presa immaginaria necessaria al soggetto non si irrigidisca, ma sia mantenuta in una prospettiva creativa.

In un altro ordine di idee, Jean-Luc Nancy riprende anche lui alcuni elementi esposti nelle parole di Pat Califia a proposito dell’identità e della comunità. In La communauté désœuvrée, Nancy scrive:

«Bataille ha saputo meglio di chiunque [fu l’unico ad aprire la strada a un tale sapere] ciò che forma più di una connessione tra l’estasi e la comunità, ciò che fa di ciascuna il luogo dell’altra, o ancora ciò per cui, secondo una topologia atopica, la circoscrizione di una comunità, o meglio la sua arealità (la sua natura di area, di spazio formato), non è un territorio, ma forma l’arealità di un’estasi così come, reciprocamente, la forma di un’estasi è quella di una comunità» (Nancy, 1986,

  1. 53). Lo «stato di grazia sessuale» di cui parla Califia non è forse il progetto di un assoluto della comunità gay, che possiamo leggere con ciò che Bataille designa come «estasi»? Ma questi autori sostengono anche che «estasi» e «comunità» si limitano a vicenda, generando l’estasi della comunità e permettendo l’apparizione dell’«essere-in-comune» che Nancy designa come opera di morte e di fusione. Le parole di Califia sembrano seguirne le orme. La riduzione del denominatore comune identitario – passato da gay a gay sieropositivo, poi a gay sieropositivo adepto dello slam – fa eco a quest’opera comune che può rischiare la morte in quanto opera comunitaria, dove l’individuo scompare a vantaggio della cosiddetta comunità – o dei suoi resti.

All’incrocio tra l’identitario e l’inconscio

 

In mancanza di ricorrere al genere per interrogare l’identità in cui possono riconoscersi, oggi alcuni gay sieropositivi si appropriano dello slam come nuova pratica sessuale e, nello stesso tempo, interrogano la loro identità. Essere diventati sieropositivi si iscrive nella storia soggettiva. E anche se il discorso medico e persino quello della prevenzione possono entrambi appoggiarsi sul successo tecnico, sui progressi dei trattamenti, la storia fisiologica del virus talvolta molto tranquilla non garantisce sistematicamente una pace soggettiva. Essere respinti da un amante, un amico o un collega è una conseguenza del virus,

sebbene senza alcuna giustificazione organica. Gli impatti psichici della sieropositività sono oggi minimizzati dal discorso dominante, identitario e scientifico. La presa in carico dei bisogni dei sieropositivi non va più, molto spesso, oltre il semplice rinnovo semestrale delle prescrizioni. Il trauma della sieropositività è oggi ampiamente smentito, come se la sopravvivenza biologica dovesse cancellare tutte le conseguenze psichiche, affettive, sociali o culturali che il fatto di essere stati contagiati continua tuttavia a indurre ancora oggi. Alcune conseguenze non sono più le stesse che all’inizio dell’epidemia, ma la cronicità ne ha prodotte altre: se la paura della morte imminente si è in parte dissipata, gli effetti a lungo termine dei trattamenti impediscono alcuni impegni (in progetti, in una vita familiare). La rappresentazione sociale dell’epidemia di AIDS in un paese come la Francia è attualmente quella di una malattia da rimuovere, da ignorare. L’esperienza clinica ce lo insegna in modo convincente. Numerosi sono i pazienti che, dopo anni di sieropositività, non trovano più – o talvolta non hanno mai trovato – qualcuno con cui condividere la loro esperienza: né gli amici, né il medico, né il partner.

In queste condizioni, i gay sieropositivi si trovano in una situazione senza precedenti. Sono sempre più numerosi e devono nello stesso tempo essere indétectables nel campo sociale, relazionale e affettivo, così come la loro carica virale deve restare invisibile alle tecniche di rilevazione dei virioni nel sangue. Sul piano inconscio, questi elementi alimentano grandi tensioni e conflitti psichici che rendono difficile la stabilità identitaria necessaria a ciascuno. L’identità, anche se di genere, non offre più il sostegno che dovrebbe dare. L’oscillazione di fondo che ciò mantiene implica prima o poi l’impiego di alcuni rimedi efficaci per sciogliere questi nodi patogeni. In mancanza di una parola terapeutica o analitica, il ricorso a una pratica come l’iniezione di droghe per via endovenosa nell’ambito delle pratiche sessuali – che costituisce dunque di per sé una pratica sessuale – mira molto direttamente all’identità sessuale e alla sua costruzione, al suo mantenimento o alla sua riparazione: questo ricorso diventa un mezzo concreto ed efficace per far fronte alle difficoltà e riparare l’identità vacillante. Gli effetti psicoattivi positivi del prodotto rafforzano questa promessa attraverso la riattivazione del desiderio, il miglioramento della percezione di sé e della fiducia legata a questa immagine, l’aumento del godimento fisico di chi può vivere altrove esperienze negative di rifiuto.

prospettive cliniche

Non sarebbe più semplice decostruire l’identità gay – con il genere gay sul modello della teoria del genere – piuttosto che ricorrere a pratiche potenzialmente pericolose? Il fenomeno slam sottolinea, dal nostro punto di vista, questo imperativo di interrogazione e di decostruzione identitaria che può liberare alcuni gay, molto spesso sieropositivi, da vincoli morbosi.

L’urgenza di uscire da questa situazione, da questo nodo di motivi inconsci, consci, sociali, è proprio ciò che realizza l’obiettivo visibile ma non detto dello slam. Il ricorso allo slam compensa e realizza sul piano inconscio ciò che «disfare l’identità gay» a partire dal genere come strumento di decostruzione e strumento di analisi critica permette di realizzare sul piano conscio nel lavoro terapeutico. È del resto ciò che l’esperienza clinica e terapeutica dimostra, quando il ricorso al genere gay nel lavoro psicoanalitico apre prospettive di trasformazione e di cambiamento dei processi psichici all’opera sui piani conscio e inconscio. Questi possono essere sciolti e offerti a un nuovo assetto in cui i determinanti sociali dialogano diversamente con i determinanti psichici.

Il genere gay, al termine di questo percorso, permette il rinnovamento dell’identità gay e delle identificazioni che la costituiscono. Il genere nella clinica si propone, lo constatiamo, come oggetto immaginario, il che ci permette di ancorare il nostro intervento alla proposta di Claude Lévi-Strauss sull’identità come «focolare virtuale» affinché vi si riflettano i fantasmi e le motivazioni talvolta deleterie che l’attesa comunitaria porta con sé, nonostante sé stessa, e che pesano sull’individuo. E poiché è un oggetto immaginario, lo vediamo allora funzionare come processo simbolico. È ciò che ci hanno suggerito, per esempio, questi due pazienti: «Quando passo in rue des Archives e li vedo tutti davanti al Cox 14, mi dico che non assomiglio a quello, non ho il genere di quei ragazzi, con i loro giubbotti, i loro muscoli, sembrano virili… in ogni caso, non sono il loro genere», «Mi piace che mi dicano che sembro gay, che si vede… non per forza effeminato o cose così, ma gay, ecco! Non c’è bisogno di spiegarlo, si vede, lo dicono gli altri, non io.» Distinguiamo bene, articolati l’uno all’altro, il genere in quanto oggetto immaginario e processo simbolico. A cosa possono servirci in questa forma?

Sosteniamo, sulla base della nostra esperienza, che genere e sesso funzionano insieme: senza essere complementari, sono tuttavia intrecciati. Li definiamo come due incognite di un’equazione del sessuale impossibile da risolvere, così come lo è l’enigma del sessuale formulato da Freud. Maneggiando il genere, il sesso viene spostato e rimesso in discussione. È una manovra importante nel lavoro clinico, perché permette di accedere alle identificazioni, alle teorie infantili, alle credenze e a ogni sorta di presunte verità sul sesso depositate nella storia soggettiva e inconscia.

Riteniamo che, accedendo al sesso attraverso il genere, possiamo aprirci un cammino fino alla sessuazione e far emergere le identificazioni profonde del soggetto, il suo posizionamento rispetto alla funzione fallica, al

godimento. Certo, nulla di tutto ciò è immediato né facile, e ancor meno sistematico. Ma, in sintesi, è l’opzione terapeutica e clinica che proponiamo. A cosa serve? Con quali effetti? Il primo è la messa in accusa del sesso in quanto istanza simbolica e l’enumerazione delle conseguenze simboliche di questa istanza regina, che la maggior parte dei pazienti non ha mai avuto occasione di interrogare prima di venire a consultare. Con il genere, il sesso viene insistentemente messo in causa, quando proponiamo, per esempio: «Mi dice che è gay, ma come lo sa? È legato al suo sesso?» La stranezza della domanda ha il merito di mettere il sesso a confronto con il genere. Questo può esprimersi, in risposta, nella seguente frase:

«Ma non c’entra niente, non ne sa proprio nulla.» A cui non manchiamo di rispondere, per incoraggiare: «Mi racconti allora, mi spieghi di che cosa è fatto “il suo” gay, e a cosa serve lì dentro il suo sesso…» Perché al di là delle pratiche sessuali, così vivamente messe in gioco nello slam – esso stesso diventato una pratica sessuale a pieno titolo –, il sesso diventa, o ridiventa, quel processo identificatorio, immaginario, in cui l’immagine di sé, presa nello sguardo dell’altro, riappare e rivela le sue crepe, i suoi difetti, a cui lo sforzo terapeutico può dedicarsi. Lo ridiventa a condizione di andarlo a cercare, in un certo modo, di stanarlo là dove si nasconde, incrostato di certezze e irrigidito di abitudini. Organizzarne la caccia e accoglierne la fuga alimenta la prospettiva clinica. Perché quando interroghiamo «il gay», nel nostro esempio, è al «genere gay» annodato al sesso che ci rivolgiamo, e non unicamente all’identità gay in quanto presunta identità sessuale.

conclusione

In un contesto di sofferenza identitaria, abbiamo visto in che modo il ricorso al genere, come strumento critico e prospettiva di decostruzione, permetta di rimettere in movimento ciò che talvolta si irrigidisce patologicamente. Lo slam ci invita in particolare a interrogare l’identità gay, spesso pensata come identità sessuale, ma per la quale abbiamo dimostrato l’interesse di un approccio di genere capace di riaprire le impasse incontrate per trasformarle in prospettive terapeutiche. Più in generale, il genere permette di affrontare l’identità come un vero polo di attrazione narcisistica a partire dal quale le identificazioni che la fondano possono essere riconsiderate, riscritte o ricostruite nel lavoro clinico psicoanalitico.

bibliografia

 

califia, P. [1983] 2000. «Gays, lesbiche e sesso: tutti insie- me», Sexe et utopie, Parigi, La Musardine.

lévi-strauss, C. [1975] 2000. L’identité, Parigi, Puf.

 

 

nancy, J.-L. 1986. La communauté désœuvrée, Parigi, Christian Bourgeois.

scott, J.W. 1986 [1988]. «Genere: una categoria utile di analisi storica»,

Les Cahiers du grif, n° 37-38.

scott, J.W. 2011. The Fantasy of Feminist History, Durham e Londra, Duke University Press.

vincent bourseuL, Genere gay e sofferenza identitaria:

Il fenomeno slam

riassunto

Lo slam – consumo di droghe per via endovenosa in un contesto sessuale – è comparso nella comunità gay. Le questioni identitarie manifeste associate a questa nuova pratica sessuale e all’uso di droghe invitano a pensare l’esperienza clinica attraverso un approccio di genere. L’articolo propone di osservare e interrogare la sofferenza identitaria e i suoi determinanti sociali, inconsci, politici e storici grazie a ciò che l’autore definisce come «genere gay». Al limite delle necessità individuali della costruzione dell’identità si oppongono le questioni collettive della comunità, facendo talvolta ricadere sull’individuo il pesante tributo di una conquista identitaria. La determinazione inconscia del soggetto incrocia, nell’identità, le questioni sociali e culturali dell’individuo, che occorre esaminare nelle loro divergenze e sovrapposizioni per chiarire la comprensione di un fenomeno tanto spettacolare quanto lo slam e far emergere alcune prospettive cliniche e terapeutiche.

parole chiave

Gay, genere, slam, identità, comunità.

 

vincent bourseuL, Gay Gender and identity sufferinG: the slam

 

AbstrAct

The slam – consumption of drugs by intravenous way in a sexual context – appeared in the gay community. The obvious identical stakes associated to this new sexual practice and of use of drugs, invite us to think of the clinical experiment by an approach of gender. We can then progress in our investigation of the identity suffering and its social, unconscious, political and historic determiners with what we can define as « gay gender ». On the verge of the individual necessities of the construction of the identity come to oppose the collective stakes in the community, sometimes making wear to the individual heavy tribe of an identity conquest. The unconscious determination of the subject crosses in the identity the social and cultural stakes in the individual, which it is necessary to examine in their differences and their overlappings to enlighten the understanding of a phenomenon so spectacular as the slam, and to release some clinical and therapeutic perspectives.

Keywords

Gay, gender, slam, identity, community.