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Emergenza e maneggio del “genere” nella clinica, dalla sostanza all’oggetto
Cliniques Méditerranéennes, 2014/90, p. 139-152.
Il genere non è una nozione psicoanalitica e la sua definizione nel nostro campo epistemologico resta difficile. Tuttavia, oggi non possiamo pretendere di ignorarne gli effetti, la presenza, né le questioni che suscita. Le nuove figure del genere sono presenti nell’attualità della sessualità da oltre trent’anni; la società ne è interpellata nelle sue leggi 1, la psicoanalisi stessa viene messa in questione dal genere 2, nei suoi fondamenti, nella sua pratica, nella sua esperienza. Il clinico e l’analista hanno dunque un uso del genere nella clinica, che lo vogliano o no, che se ne rendano conto o meno. Così, a meno di rischiare di fare i signori Jourdain e restare nell’ignoranza delle nostre pratiche, dobbiamo aprire le seguenti questioni: che cosa facciamo del genere? Che cosa ne sappiamo? Si tratta di chiarire gli interessi del genere nella clinica psicoanalitica e le poste epistemologiche che questa nozione implica. Si tratta, naturalmente, poi della nostra tecnica e delle nostre prospettive terapeutiche. Con Marc, un giovane uomo trans di 22 anni, ci siamo imbattuti in particolare in questa questione: se il genere 3 come
oggetto potesse essere impiegato come oggetto di dipendenza, o come processo di dipendenza. Un processo di oggettualizzazione, di fabbricazione dell’oggetto, che ci ha permesso di considerare il percorso che va dalla sostanza all’oggetto, quando il corpo si immaginarizza e si costituisce, dalle carni fino alla sua presa speculare e non speculare. Il transfert accoglie allora gestazioni e costruzioni che tendono a sostenere un assetto della Sessuazione di cui il genere si fa vettore.
il genere sostanzificato
Marc 4 ha 22 anni quando ci incontriamo per la prima volta, nell’ambito di una consultazione nel mio studio. La sua richiesta iniziale, così come formulata, riguarda il suo percorso di transizione, per il quale desidera avere uno spazio per pensare e procedere in questo “viaggio sessuale”. Poiché non sono psichiatra, questo percorso “psy” non può essere integrato nel quadro del follow-up obbligatorio che il protocollo ufficiale richiede in Francia per questo tipo di accompagnamento, quando si desidera il trattamento ormonale e poi un intervento chirurgico 5. Ma non è il desiderio di Marc, che assume già ormoni, al mercato nero. E soprattutto non desidera alcun intervento chirurgico, quindi non ha alcun “interesse” a entrare in un percorso ufficiale di transizione. Marc lavora; ha un impiego nel settore commerciale, è venditore. Vive da solo a Parigi, dove è cresciuto. I suoi redditi gli permettono, a suo dire, di vivere dignitosamente, di portare avanti il suo progetto di “viaggio sessuale” e di pagare le sedute “psy”. Marc è un ragazzo trans, eterosessuale, a cui piacciono le ragazze, le donne o le persone trans donne, così come mi ha precisato il perimetro della sua eterosessualità 6. Non
non aveva mai visto uno “psy” prima di incontrarmi. Come mi ha scelto? Perché uno dei suoi amici, che viene da me, gli ha dato il mio indirizzo e i miei contatti. Avviamo il percorso, con un colloquio a settimana per cominciare.
Molto rapidamente, la questione degli ormoni acquista importanza nel discorso di Marc. Ha appena iniziato questo “trattamento”, che chiama così benché non benefici di prescrizione medica né di copertura finanziaria del suddetto trattamento. Il suo approvvigionamento è regolare, vicino ai metodi usati da alcuni sportivi per procurarsi testosterone. Con un follow-up medico e una prescrizione in regola, Marc potrebbe beneficiare di un trattamento di Testogel® 7, un unguento. Per varie ragioni, si procura testosterone da iniettare per via intramuscolare, che si somministra da solo, dopo aver chiesto qualche consiglio a un’amica infermiera. Marc è in buona salute, senza infezioni particolari né dipendenza da droghe. Dorme bene e l’appetito “non chiede il resto”, come dice lui. Fuma tabacco in modo irregolare e consuma alcol occasionalmente, in modo festivo. Non si è mai iniettato droghe, a volte ha sniffato cocaina e bevuto ghb 8 durante rapporti sessuali. Se all’inizio il carattere del trattamento auto-somministrato gli sembrava evidente e facilmente vivibile nella sua rappresentazione di sé, col passare del tempo questa pratica assomiglia sempre più a un uso tossicomanico che gli dispiace. I primi effetti del testosterone sul piano psicologico non aumentano più; Marc si è abituato globalmente alle novità dei caratteri maschili (aumento della libido, maggiore impulsività). In compenso, le trasformazioni corporee avanzano poco a poco, ma sono progressive (peli, voce, muscolatura) e richiedono regolarmente un aggiustamento psicologico: modifica dell’immagine corporea, nuova denominazione di alcune parti del corpo (le gambe diventano le cosce, per esempio). In questo contesto, Marc accetta la mia raccomandazione di avviare un normale follow-up medico per il trattamento ormonale e quindi di interrompere la sua sperimentazione solitaria. Gli sembra possibile, mentre all’inizio del suo percorso di transizione rivendicava un’iniziativa più libertaria. Il medico accetta il follow-up e prescrive a Marc i trattamenti sostitutivi, e lui applica l’unguento quotidianamente. Da quel momento emerge una sorta di stabilità del percorso di transizione; la fase di avvio è passata, i follow-up medici e psicologici sono in atto. La relazione transferale conosce giorni più tranquilli rispetto all’inizio. Sono passati diversi mesi. Gli imprevisti tecnici della sua transizione occupano meno spazio; il trattamento è una routine; può lasciare libero corso al pensiero durante le sedute e il contenuto del materiale psichico portato cambia considerevolmente, grazie a questa stabilità del follow-up.
« Il Testogel® ormai è come una droga, non posso farne a meno… Insomma, una droga, non proprio; è piuttosto come un prodotto di bellezza, è la mia essenza personale… Perché in fondo il testosterone è davvero una sostanza; è chimica che mi penetra attraverso la pelle, passa nel sangue e irrora tutto il mio essere. Lo sento dentro di me, circola nelle vene. Dalla prima assunzione, ogni volta è la stessa cosa: sento quando fa effetto, come un prod’ insomma. »
L’assunzione quotidiana di testosterone per via percutanea scandisce ormai la vita di Marc. Certo, non è l’avvio di questo trattamento ormonale che, da solo, data l’ingresso in transizione, poiché questa va valutata con altri fattori, ma ne è un marcatore quotidiano e significativo. Marc si spalma l’unguento ormonale sulle cosce appena sveglio. Così, la sua assunzione di ormone resta qualificata come “assunzione” e non come applicazione, benché non venga ingerita in compressa, a differenza di un trattamento per os. Non è associata alla toilette, né alla colazione, né al vestirsi. È un momento a sé stante, un momento di confine tra l’uscita dal sonno e l’alzarsi; questo ci sembra significativo.
dAllA sostAnzA All’oggetto
Dalla prima assunzione di ormone, qualcosa è cambiato dentro. Il sentimento generale viene attraversato, poco a poco, da una nuova atmosfera, poi da nuovi sentimenti, nuove idee, nuovi comportamenti, nuovi desideri. Marc colloca peraltro la natura di queste novità in ciò che considera come l’avvento tardivo di un sé finalmente liberato, restituito alle proprie sensazioni, come se queste fossero sempre state percepite dentro, attese, sognate, sperate, fantasticate, e l’ormone desse loro forma e corpo. Poiché il testosterone agisce davvero sull’umore, sul pensiero, sulle sensazioni e sul corpo intero, ha aperto la via a un nuovo essere. Marc non ne parla come di una rinascita, né come dell’estrazione di una personalità maschile che sarebbe stata prigioniera di un corpo femminile prima di essere liberata. Critica volentieri questa rappresentazione comune dei percorsi di transizione di genere o di sesso, talvolta rivendicata dalle persone stesse, in cui la natura avrebbe ingannato una personalità di donna intrappolandola in un corpo d’uomo,
o viceversa. È che Marc considera di essere in transizione di “genere”, non in transizione di “sesso”, benché usi la formula “viaggio sessuale”. Non prende in considerazione di ricorrere alla chirurgia per beneficiare di una riassegnazione sessuale, di una falloplastica nel suo caso. Se l’ablazione del seno è prevista a medio termine, questa operazione non rientra, dal suo punto di vista, in una modifica corporea che riguarda il sesso, perché secondo lui non è genitale. Il suo percorso è, per lui, l’esatto contrario della démarche chirurgica; non ha nulla a che vedere con trasformazioni estetiche perché visibili dall’esterno. Il testosterone, nel suo cuore, accompagna colui che tende a essere, non per assomigliare a un uomo, anche se questo è importante, ma per essere un uomo dall’interno del corpo, dalla mente, dai pensieri, là dove per lui risiede la verità dell’Uomo. Eppure non possiamo trascurare la realtà delle trasformazioni, visibili all’esterno, che il testosterone induce. Diversi elementi ci invitano qui alla discussione. L’evocazione di un comportamento di dipendenza, nell’applicazione quotidiana dell’ormone, sottolinea bene la ripetizione, di cui bisogna poter dire che cosa ricopra. Il testosterone non è privo di effetti: peluria, grana della pelle, qualità dei capelli, aumento della massa muscolare, modulazioni vocali: tanti effetti corporei che fanno eco ai sentimenti, alle idee, agli affetti e ai comportamenti mutevoli, di dimensione psicoattiva, evocati sopra. Inoltre, la sua penetrazione nell’organismo attraverso la pelle accentua questa idea di sostanzificazione dell’“essere Uomo” in balsamo. Il Testogel® è allora una sorta di unzione dotata di poteri di trasformazione che possiamo assimilare, quando viene assunto, a una dose 9, o a un incantesimo magico. È per questo un shoot ? Nessun flash, come lo provoca un’iniezione endovenosa di eroina, benché vada rilevato che Marc individua un effetto di picco, alcuni minuti dopo l’applicazione dell’unguento. La costrizione corporea che la definizione di dipendenza 10 ci incoraggia a individuare, per valutare l’interesse di questo ricorso concettuale 11 nella nostra elaborazione, non è evidente. In compenso, l’“aggancio” – come si dice di una droga a cui ci si attacca – percepito qui testimonia un’altra dimensione del legame, anche di dipendenza, quando questo contribuisce all’essere-nel-mondo. La messa in gioco dell’involucro corporeo occupa, nel discorso di Marc, il proscenio; è un dato importante.
Questo appoggio sulla pelle, dove le sensazioni prendono origine prima di propagarsi, può essere letto con la concezione di Anzieu sviluppata in Le Moi-peau 12. In questa luce, le sensazioni descritte da Marc sono allora quelle che il lattante percepisce e su cui si appoggia nei primi tempi della sua vita aerea? Appaiono come il bersaglio del trattamento, un possibile trattamento di questo appoggio storico (quantomeno del suo sviluppo), e ancor più della sua persistenza nel presente? L’unguento passa attraverso questa superficie d’appoggio e porta d’ingresso che è la pelle, per raggiungere le sensazioni interne e modificarle. La storia e l’eredità mnestica di Marc sono direttamente convocate da questa manovra che le consacra come espressione dell’infantile. È terapeutico, visto che si parla di trattamento? Che cosa apportano o risvegliano, del vissuto di Marc, queste novità sensazionali? Impossibile rispondere qui a questa domanda 13, ma dobbiamo notare quanto le stesse modalità tecniche della sua transizione prendano, fortuitamente o felicemente, le vie della sua costruzione soggettiva e chiedano di essere percepite come tali. La transizione prolunga, riprende, ripara, corregge, distingue o rinnova ciò che, per il soggetto in divenire, non è che transizione, dalla sua preistoria, nel paesaggio sessuale. La clinica ci obbliga a pensare questi dati in questo movimento e incoraggia a leggere la démarche di Marc come un’eco delle sue costruzioni e delle sue identificazioni soggettive, dalla sostanza al soggetto, passando per l’oggetto.
il genere, oggetto di dipendenza?
Meno dipendenza che sostanzificazione, o messa in gioco della sostanza, dobbiamo tuttavia chiarire l’uso, da parte di Marc, di questo riferimento alla droga e alla dipendenza fisica e psichica. Su questo punto, la testimonianza scritta di Beatriz Preciado 14 ci illumina. La filosofa espone, in Testo Junkie 15, le tappe della sua assunzione quotidiana di testosterone per 248 giorni. È l’occasione per l’autrice di sviluppare la sua riflessione intorno alle questioni di sesso e di genere, e alle politiche sessuali. Il titolo evoca la dipendenza dalla “testo”, e il contenuto del racconto precisa il perimetro di questo approccio. Le sue performance si inscrivono in una prospettiva del tutto diversa da un progetto
Questo appoggio sulla pelle, dove le sensazioni prendono origine prima di propagarsi, può essere letto con la concezione di Anzieu sviluppata in Le Moi-peau 12. In questa luce, le sensazioni descritte da Marc sono allora quelle che il lattante percepisce e su cui si appoggia nei primi tempi della sua vita aerea? Appaiono come il bersaglio del trattamento, un possibile trattamento di questo appoggio storico (quantomeno del suo sviluppo), e ancor più della sua persistenza nel presente? L’unguento passa attraverso questa superficie d’appoggio e porta d’ingresso che è la pelle, per raggiungere le sensazioni interne e modificarle. La storia e l’eredità mnestica di Marc sono direttamente convocate da questa manovra che le consacra come espressione dell’infantile. È terapeutico, visto che si parla di trattamento? Che cosa apportano o risvegliano, del vissuto di Marc, queste novità sensazionali? Impossibile rispondere qui a questa domanda 13, ma dobbiamo notare quanto le stesse modalità tecniche della sua transizione prendano, fortuitamente o felicemente, le vie della sua costruzione soggettiva e chiedano di essere percepite come tali. La transizione prolunga, riprende, ripara, corregge, distingue o rinnova ciò che, per il soggetto in divenire, non è che transizione, dalla sua preistoria, nel paesaggio sessuale. La clinica ci obbliga a pensare questi dati in questo movimento e incoraggia a leggere la démarche di Marc come un’eco delle sue costruzioni e delle sue identificazioni soggettive, dalla sostanza al soggetto, passando per l’oggetto.
il genere, oggetto di dipendenza?
di transizione che mira a spostarsi o a ridefinirsi nel passaggio sessuale ordinario; gli obiettivi di Beatriz Preciado non incrociano quelli di Marc. Diciamo che il progetto di Preciado non è un progetto di transizione; si colloca piuttosto in un’esplorazione intellettuale e sensoriale nell’ambito della sua ricerca, che qui trova la forma di una performance. Annuncia:
« Non prendo testosterone per trasformarmi in uomo, ma per tradire ciò che la società ha voluto fare di me, per scrivere, per scopare, per provare una forma di piacere post-pornografico, per aggiungere una protesi molecolare alla mia identità 16. »
Questo ci rimanda molto di più al discorso “no future” di una cultura tossicomane degli anni Ottanta, o a un esercizio retorico, piuttosto che all’esposizione delle necessità che presiedono all’impegno in un percorso di transizione così come lo incontriamo nella clinica. Tuttavia, l’esplorazione della sua “intossicazione volontaria”, così come questo testo ci permette di apprezzarne tutte le raffinatezze, mette in valore rappresentazioni identitarie comuni e clinicamente individuabili, che colleghiamo all’invisibilità sociale delle identità trans uomo – FtM. Ricordiamo a questo proposito che i percorsi di transizione FtM e MtF, così come li identifichiamo con queste lettere che suggeriscono una simmetria che non c’è, hanno in definitiva poco o nulla in comune; avremo occasione di tornarci in dettaglio 17.
Allora la dipendenza dalla sostanza può essere intesa sulla soglia dell’investimento libidico oggettuale, quando dal narcisismo si distacca un po’ a favore dell’esterno, così come Freud ce ne propone la lettura nel 1914 18. Dalla cosa all’oggetto, in un certo senso: tale è il cammino che la transizione attraverso gli ormoni offre forse di percorrere un po’. È che il prodotto è già un oggetto, che può diventare oggetto di dipendenza o oggetto feticcio; ne parleremo. Se la sostanza può allora essere pensata come preliminare all’oggetto, senza implicare che lo preceda, alcuni di essi possono presentarsi subito al soggetto, l’oggetto fallico per esempio.
Pensare l’applicazione del testosterone come un consumo di droga mette in evidenza, al di là del prodotto che non è necessariamente, ciò che la sostanza viene tuttavia a produrre al posto del soggetto in divenire. Sentito,
percepito, provato: ecco un registro che ci invita a pensare alla nozione di rimozione originaria, quando, sulle tracce di un vissuto la cui modalità di perdita implica che il suo ritrovamento non ritorni nello stesso modo del rimosso ordinario, siamo condotti a segnalarne le apparizioni con il paziente che procede a tentoni. Questa sostanza pre-oggettuale o peri-oggettuale si confonde con la materialità del corpo stesso, la sua biologia, il suo carattere vivente organico. La transizione con l’assunzione di ormone e i suoi effetti può segnarne il ritorno? Sosteniamo qui che l’impiego del genere testimonia più certamente un processo di elezione di ciò che esso rappresenta e della funzione che compie per il soggetto, ma molto meno dell’attenuazione dell’oggetto di dipendenza di cui pure è rivestito nella sua presentazione. Perché il supporto o l’appoggio che rende possibile non cortocircuita il cammino degli affetti, tutt’altro 19.
mAnegGi del genere nellA Clinica
Poiché il genere emerge, il suo utilizzo non procede, secondo noi, da un impiego da cui sarebbe possibile trarre profitti o azioni, ma piuttosto da un maneggio. La nostra concezione, su questo punto, differisce radicalmente dalle critiche rivolte a coloro che si illuderebbero di un “impiego” del genere, così come Charles Melman lo argomenta 20 con altri. Coloro che se ne appropriano – i pazienti – non vi ricorrono come a un investimento oggettuale che sostiene l’identità o protesizza il corpo. Vi passano attraverso il genere per necessità. Esso permette di riconsiderare gli impasse o le difficoltà soggettive perché si articola, in quanto processo simbolico e oggetto immaginario, al sesso che definiamo in quanto istanza immaginaria e oggetto simbolico – come la Clinica del genere in psicoanalisi 21 ci insegna e in virtù del fatto che il loro rapporto non è di complementarità ma di annodamento. In questa configurazione della relazione sesso-genere, il genere è un vettore di Sessuazione suscettibile
- J. McDougall ritiene che il ricorso all’oggetto-dipendenza miri a cortocircuitare gli affetti, in un tentativo di placamento e gestione.
- C. Melman, « Editoriale », Le bulletin lacanien, n. 4, Sex and Gender, Parigi, Association lacanienne internationale, 2008, p. 9-11.
- In occasione della nostra tesi di dottorato « Clinica del genere in psicoanalisi », abbiamo definito il genere, il sesso e la Sessuazione nelle loro corrispondenze con i registri immaginario, simbolico e reale a partire dalla loro qualità di oggetto, di processo e di istanza. Il risultato ci offre le seguenti coordinate:
| Immaginario | Simbolico | Reale | |
| genere | oggetto | processo | istanza impossibile |
| Sesso | istanza | oggetto | processo impossibile |
| Sessuazione | processo | istanza | oggetto impossibile |
di operare all’edificazione di rappresentazioni del sessuale nella realtà sociale del soggetto (l’identità sessuale, per esempio). La cura psicoanalitica mirerebbe qui alle condizioni di questa costruzione. Si delineano diversi tipi di maneggi; il nostro esempio illustra in particolare un maneggio del genere a partire dall’oggetto immaginario, ma esistono altre vie d’accesso, ci torneremo. Conviene dunque individuare questo maneggio del genere nello spazio transferale, distinguendo gli elementi che riguardano il controtransfert o la parte dell’analista, dal lavoro psichico realizzato da Marc.
A partire dal genere come sostanza, Marc ha fabbricato poco a poco qualcosa in rapporto al suo corpo: un corpo nuovo e rinnovato. Questa produzione si è manifestata alternando momenti di attraversamento dell’informe 22, di grande destabilizzazione soggettiva, sempre vissuti sul bordo della rottura. Si sono prodotti sintomi di depersonalizzazione e di allucinazione, sempre fugaci, sempre criticati, che abbiamo, alla meglio, riportato ogni volta nella creazione psichica in corso nello spazio transferale. Crisi d’angoscia hanno richiesto temporaneamente il supporto di un trattamento farmacologico, in raccordo con uno psichiatra partner. I disturbi sensitivi e le produzioni quasi deliranti non sono stati trattati con farmaci antipsicotici o altro, d’accordo con il medico psichiatra. La loro breve temporalità ci ha incoraggiato, a ogni tappa, a integrarli successivamente nel lavoro analitico, il loro statuto rientrando allora più in una desoggettivazione all’opera che meritava di essere accolta nel transfert per trovarvi la sua risoluzione.
Marc ci aveva già mostrato la sua capacità di maneggiare il genere come un processo simbolico mobilitato in un reinvestimento progressivo del corpo e del linguaggio, in particolare attraverso la produzione di nuove parole incaricate di designare ciascuna delle parti del suo corpo, una dopo l’altra, come una riedizione della scoperta originaria. Questo momento fecondo del lavoro ha lasciato il posto, dopo alcuni mesi, all’emergere del genere come oggetto immaginario, la cui composizione ha dapprima trovato forma e materia in questi momenti di attraversamento dell’informe. È che l’apertura indotta dal ricorso al genere ha impegnato la creazione di un sesso nuovo – e non soltanto di un nuovo sesso. A questo livello, l’analista è chiamato in causa in modo specifico quando l’immaginario del genere si invita in lui per dare corpo – dunque immagine – al genere in divenire del soggetto in analisi e a questo sesso nuovo co-occorente del genere al lavoro. Perché se il genere viene messo al lavoro, è per reinventare il sesso, come esporremo ancora.
Ma come ha funzionato? Quali processi psichici, in particolare inconsci, possiamo descrivere? Quando il genere risuona della sua qualità di oggetto immaginario e di processo simbolico, viene a discutere il sesso nella sua qualità di istanza immaginaria e di oggetto simbolico, e lo interroga, anche a costo di sottolineare la precarietà del sapere che accompagna la sua esistenza, per il soggetto e per l’analista. Il sesso così interpellato nella sua costruzione lascia apparire i movimenti identificatori noti, ancora ignoti o da riconoscere, di ciò che nell’analisi dell’analista ha potuto illuminare la costituzione e l’autorizzazione sessuale dell’essere sessuato, il sembiante di donna o d’uomo a cui l’analista si orienta, per esempio. Questo impegna il lavoro analitico sulla via di una Sessuazione pensata ormai come processo immaginario e istanza simbolica. È un primo livello di messa al lavoro, nell’analista, del sesso da parte del genere, quando l’analista si propone di sostenere il desiderio d’analisi dell’analizzante a partire dai saperi che egli stesso ha elaborato per proprio conto, sul proprio conto, e che continua a chiarire ancora, ogni volta che una cura lo invita a spostarsi in corpo nella matrice dei suoi saperi.
Ma le elaborazioni psichiche, incoraggiate da ciascun avanzamento del lavoro analitico, fioriscono nell’attività onirica o nelle produzioni sintomatiche del paziente, ma anche in quelle dell’analista. Una rappresentazione speculare e non speculare del genere si delinea poco a poco dal lato dell’analista. Una parte si lascia rappresentare e dire, l’analista la pensa o la dice; un’altra parte confina fuori dal campo del linguaggio, l’analista la ospita e la fascia.
Questa coabitazione dell’analista con questo genere in costruzione-elaborazione è attraversata da ciò che il controtransfert impegna “classicamente”. Ma definisce soprattutto uno spazio di lavoro in cui immaginare il tracciato del genere all’opera e in costruzione simultanee, permette poi che esso si scriva. E che si scriva dà un bordo al fuori campo della parola dove il genere può venire o ad opprimere e impedire l’elaborazione del sesso nuovo dell’analizzante, oppure a sostenere e dinamizzare questa creazione che l’analista può assumere come un oltre della matrice, una matrice finalmente tranquillizzata dal vuoto di cui si sostiene. Ecco un secondo livello del maneggio del genere da parte dell’analista.
In un’altra via d’accesso al maneggio del genere, che il caso di Marc ci permette di generalizzare, riteniamo che il genere introdotto nella pratica analitica permetta in particolare di riconsiderare l’identità. L’identità non rende conto delle identificazioni che la fondano in tutte le loro verità; questo può spiegare la diffidenza o il disinteresse per l’identità da parte degli psicoanalisti. Una cura psicoanalitica non mira forse, del resto, a decostruire, in un certo modo, l’identità per rinnovare gli investimenti libidici che essa cristallizza talvolta troppo severamente al punto da generare impedimenti o sintomi per il soggetto? Questa prospettiva dell’esperienza psicoanalitica è evidente, ma oggi la interroghiamo. La nostra società liberale continua a mettere in orbita le condizioni di un regime politico identitario in cui si impongono le virtù protesiche del carattere identitario. Possiamo considerare la nostra immobilità o la nostra sicurezza di fronte a questa realtà sociale, ma possiamo anche spostare il nostro punto di vista: la clinica del genere ce lo permette.
L’identità si rivela, con il genere, costituire un polo di attrattività narcisistica simbolica di cui sarebbe pregiudizievole non appropriarsi. È del resto un modo di definirlo formulando che il genere è il sessuale appuntato dal narcisismo. Ed è nella sua qualità di oggetto simbolico che il sesso diventa allora accessibile e interrogato da questo maneggio del genere che qualifichiamo come simbolico. Infatti, invitando l’identità senza temere gli effetti di diluizione o di sintesi identificatoria che essa rappresenta, riprendiamo la traccia descritta da Lévi-Strauss nel 1975: « […] l’identità è una sorta di focolare virtuale al quale ci è indispensabile riferirci per spiegare un certo numero di cose, ma senza che abbia mai un’esistenza reale. […] un limite a cui in realtà non corrisponde alcuna esperienza 23. » Così facendo, la virtualità ci offre di sospendere il sesso in quanto oggetto simbolico. Possiamo, in questa via, trattenere il sesso, sollevarlo temporaneamente, artificialmente, e staccarlo dall’identità che non tarda mai molto a qualificare come sessuale. Lo sappiamo, l’esperienza clinica ce ne convince: l’identità finisce prima o poi per rivelarsi nella sua dimensione sessuale; è sempre all’identità sessuale che approdiamo quando trattiamo dell’identità nella cura, anche applicata ad altri elementi narcisistici, che la affrontiamo attraverso la biografia, la genetica o l’ereditarietà familiare. Allora il genere così maneggiato dispiega l’identità e ciò che conviene designare come lo spettro identitario sessuale del soggetto, dove le scelte d’oggetto e gli investimenti libidici diventano affrontabili in una dimensione nuova, quella che finalmente il sesso, sollevato dalle sue funzioni simboliche, permette di far apparire. Vi troviamo il cammino verso la Sessuazione, come processo immaginario, un processo inconscio di nuovo accessibile. Possiamo riassumere questa manovra così: maneggiare il genere per sollevare il sesso e raggiungere la Sessuazione. Il genere vi si fa vettore di una riscrittura di portata simbolica volta a modificare la Sessuazione in quanto istanza simbolica e, per ciò stesso, il sesso in quanto oggetto simbolico di ritorno, dunque l’identità sessuale del soggetto. Il genere disfa il sesso e crea il sesso, dove il sesso creato si distingue dal sesso disfatto in quanto, per il primo, è quello dell’individuo appartenente alla specie; per il secondo, quello del soggetto che la cura mira a compiere.
L’identità si rivela, insieme al genere, come un polo di attrattività narcisistica simbolica di cui sarebbe dannoso non avvalersi. È d’altronde un modo di definirlo formulando che il genere è il sessuale fissato dal narcisismo. Ed è nella sua qualità di oggetto simbolico che il sesso si trova allora accessibile e interrogato da questo maneggio del genere che definiamo simbolico. In effetti, invitando l’identità senza temere gli effetti di diluizione o di sintesi identificatoria che essa rappresenta, riprendiamo la traccia descritta da Lévi-Strauss nel 1975: «[…] l’identità è una sorta di focolaio virtuale a cui ci è indispensabile riferirci per spiegare un certo numero di cose, ma senza che essa abbia mai un’esistenza reale. […] un limite a cui non corrisponde in realtà alcuna esperienza 23.» Così facendo, la virtualità ci permette di sospendere il sesso in quanto oggetto simbolico. Possiamo in questo modo trattenere il sesso, sollevarlo temporaneamente, artificialmente, e staccarlo dall’identità che non tarda mai troppo a lungo a qualificare come sessuale. Lo sappiamo, l’esperienza clinica ce ne convince, l’identità finisce prima o poi per rivelarsi nella sua dimensione sessuale; è sempre all’identità sessuale che approdiamo quando trattiamo dell’identità nella cura, anche se applicata ad altri elementi narcisistici, sia che la affrontiamo attraverso la biografia, la genetica o l’eredità familiare. Allora il genere così maneggiato dispiega l’identità e quello che conviene designare come lo spettro identitario sessuale del soggetto, dove le scelte d’oggetto e gli investimenti libidici si trovano a essere affrontabili in una dimensione nuova, quella che finalmente il sesso, sollevato dalle sue funzioni simboliche, permette di far apparire. Vi troviamo il cammino verso la sessuazione, come processo immaginario, un processo inconscio di nuovo accessibile. Possiamo riassumere questa manovra così: maneggiare il genere per sollevare il sesso e raggiungere la sessuazione. Il genere si fa qui vettore di una riscrittura di portata simbolica volta a modificare la sessuazione in quanto istanza simbolica, e con ciò il sesso stesso in quanto oggetto simbolico di ritorno, dunque l’identità sessuale del soggetto. Il genere disfa il sesso e crea il sesso, dove il sesso creato si distingue dal sesso disfatto per essere, nel primo caso, quello dell’individuo appartenente alla specie e, nel secondo, quello del soggetto che la cura mira a compiere.
Per concludere
Il lavoro analitico all’opera raggiunge, nell’intensità degli obiettivi perseguiti, livelli di produzione e di riassetto psichico che toccano senza dubbio la struttura, il che spesso conferisce loro un’aria di passaggi irreversibili. L’accompagnamento terapeutico, l’accompagnamento psicoanalitico devono qui raccogliere la sfida di una lettura fine degli appoggi che si costruiscono e si elaborano a partire dalla relazione transferale. Allora forse il genere è il nome di quel momento di elaborazione transferale che si dispiega a proposito del sesso dell’altro nella cura? Forse è il nome di ciò che individuiamo come una pista di lavoro in cui converrebbe esplorare la funzione dell’analista in quanto questo
“altro del sessuale”? Forse è il nome di un luogo del sesso nello psichismo?
Abbiamo visto come il ricorso al genere dei pazienti diventi molto rapidamente la possibilità di un maneggio del genere da parte dell’analista, se risponde a questo invito che gli viene rivolto. La sua introduzione nell’analisi sembra mettere in evidenza che la cura occasiona una potenziale creazione del sesso nuovo dell’analizzante. La nostra esperienza con Marc sostiene che il suo maneggio supera allora il semplice rinnovamento del sesso, o il sesso arricchito dal genere quando quest’ultimo è considerato come il corrispettivo del sesso nel sociale. Il genere, di conseguenza, si impone molto più come limite tra il sessuale e il sociale, ciò che la psicoanalisi ha il diritto, e il dovere, dal nostro punto di vista, di chiarire.
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Riassunto
Che cosa facciamo del «genere» in clinica? Come emerge e quale uso, quale pratica possiamo farne? A partire da elementi clinici, questo articolo mira a descrivere gli usi del genere da parte dei soggetti e a chiarire l’offerta che essi costituiscono per l’analista, se questi accetta di considerarli come piste terapeutiche. Dalla sostanza all’oggetto, il genere interroga il nostro approccio alla dipendenza, all’incorporazione, alla costruzione del corpo, in occasione di una profonda rielaborazione. Si aprono allora dimensioni e registri, a volte immaginari e anche simbolici, in cui l’analista può accogliere costruzioni psichiche che operano nell’organizzazione della sessuazione del soggetto, attraverso il genere come vettore.
Parole chiave
genere, oggetto, sostanza, identità sessuale, transessualità, transgender, costruzioni
emergenCe And hAndling of gender. from substAnCe to objeCt
Summary
Che cosa facciamo del genere nella pratica clinica? Come emerge e quale trattamento, quale pratica possiamo farne? A partire da elementi clinici, questo articolo mira a descrivere gli usi del genere da parte dei soggetti e a mettere in luce l’offerta che essi costituiscono per l’analista, se questi accetta di considerarli come piste terapeutiche. Dalla sostanza all’oggetto, il genere interroga il nostro approccio alla dipendenza, all’incorporazione, alla costruzione del corpo, in occasione di una profonda riorganizzazione psichica. Si aprono allora dimensioni e registri, immaginari e simbolici, in cui l’analista può accogliere costruzioni psichiche che operano nell’organizzazione della sessuazione del soggetto, con il genere come vettore.
Keywords
Genere, oggetto, identità sessuale, transessualità, transgender, costruzioni