Anatomia e destino del «genere» in Freud e alcuni contemporanei (2015)

Anatomia e destino del «genere» in Freud e alcuni contemporanei (2015)

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Anatomia e destino del «genere» in Freud e alcuni contemporanei

L’Évolution Psychiatrique, n°80, 2015, p. 239-250.

Riepilogo

Obiettivi. – Questo articolo mira a chiarire la presenza del «genere» nelle proposte freudiane e in quelle di alcuni suoi contemporanei.

Metodo. – Proponiamo in questa direzione di riconsiderare il pensiero di Freud sull’«anatomia» e sulle conseguenze psichiche della differenza dei sessi, a partire dalle critiche e dalle divergenze formulate a suo tempo da Horney, Weininger ma anche da Abraham, Ferenczi o Deutsch.

Risultati. – Appare che il genere era già all’opera sebbene sia apparso solo più tardi come nozione concettuale e teorica.

Discussione. – Anche se è stato necessario attendere i lavori di Stoller negli anni ’60 per sviluppare alcune dimensioni del sesso, della sessuazione o dell’identità sessuale, tracciamo attraverso il secolo una retrospettiva che ci permette di tornare alle proposte freudiane e di misurarne gli effetti e la loro pertinenza per la clinica contemporanea. Possiamo in particolare sostenere la nostra valutazione del «fattore» della differenza sessuale che Freud ci lascia per pensare al di là della «roccia» della castrazione incontrata dalla cura psicoanalitica. Siamo quindi incoraggiati a rinnovare una parte del nostro pensiero sullo sviluppo della differenza dei sessi a partire dall’esperienza della differenza sessuale e a rivedere con Freud il destino del genere articolato ai suoi determinanti biologici.

Conclusioni. – Il genere appare quindi come un agente di disturbo, capace di interrogare la psicoanalisi e, cosa più interessante, di definirsi a sua volta come concetto limite tra il sessuale e il sociale, e non solo tra il sesso e il sociale.

Abstract

Objectives. – This article aims at enlightening the presence of gender in Freud’s and some of his contempo- raries’ proposals.

Method. – We propose to reconsider Freud’s reflections on the “anatomy” and the mental consequences of the difference in gender, from the criticisms and differences formulated at the time by Horney, Weininger but also by Abraham, Ferenczi or Deutsch.

Results. – It appears that gender was already at work although it only appeared later on as an abstract and theoretical notion.

Discussion. – Although it was necessary to wait for the works of Stoller in the 1960s before developing certain dimensions of sex, sexuation or sexual identity, we have drawn up over the century a retrospective which allows us to return to the Freudian proposals and to measure their effects and their relevance with regards to the contemporary private hospital. Notably, we can support our appreciation of the “factor” of the sexual difference, which Freud bequeaths us to think beyond the “rock” of castration encountered in the psychoanalytical cure. We are hence encouraged to renew a part of our thoughts on the development of the difference of the sexes from the experiment of sexual difference and, to revise with Freud, the fate of the gender articulated in its biological determinants.

Conclusions. – Gender thus appears as an agent of disorder, capable of questioning the psychoanalysis and, more interestingly, of defining itself in turn as a limit concept between the sexual and the social, and not only between the sex and the social.

© 2013 Elsevier Masson SAS. Tutti i diritti riservati.

Il genere sembra essere una nozione recente, o almeno posteriore a Freud e ai suoi contemporanei. È d’altronde negli ultimi 30 anni che il genere ha conosciuto il suo sviluppo più importante nel discorso comune, attraversando tutti i campi epistemologici. Ma cosa era pertinente al genere ai tempi di Freud? E cosa ne dicevano i suoi contemporanei? Questi sono i nostri interrogativi iniziali. Perché se molte delle proposte di Freud sono criticate a partire dalle «questioni di genere», possiamo forse esaminare da vicino il modo in cui la dimensione del genere era forse già presente e trattata all’epoca, sebbene non fosse oggetto di un discorso specifico. Il genere traduce qualcosa del sesso facendo valere la distanza tra l’anatomico e lo psichico, il genitale e il sociale, l’assegnazione e l’affermazione. Quando Freud riprende la massima di Bonaparte «il destino è la politica» per deformarla in «il destino è l’anatomia» [1] (Freud 1924), la supremazia del biologico sembra imporsi come unica interpretazione possibile. E in questa concezione si impone allora la supremazia del sesso sul genere, che gli sarebbe preesistente e superiore in un rapporto gerarchico. Questa lettura va del tutto contro il senso di ciò che il genere solleva e rivela dei processi di costruzioni sociali e culturali che lo fondano, illuminando al contempo la costruzione anch’essa sociale del sesso, privato della sua naturalità o della sua genitalità, ma non per questo desessualizzato. Dobbiamo questo agli sviluppi delle teorie critiche, dei gender studies, cultural studies, gay and lesbian studies, in particolare. Questa celebre formulazione di Freud e altre proposte della psicoanalisi in generale sono criticate e accusate di collaborazione con il sistema di norme sessuali che la critica queer tende a denunciare nel prolungamento dei femminismi. Eppure l’«anatomico» della massima non è il «biologico», che in Freud rimane un modello di ispirazione del vivente. L’anatomico non può essere pensato qui come inglobante il corpo umano come espressione della natura, sarebbe fraintendere l’approccio al biologico in Freud, il che ci permette di affermare che questa ripresa di «l’anatomia è il destino» dice molto di più di quanto possiamo circoscrivere, anche attraverso l’approccio critico che essa suscita. Siamo quindi invitati a rileggere, con questa illuminazione del genere e nel dettaglio, ciò che Freud propone come conseguenze psichiche della differenza dei sessi sul piano anatomico (Freud, 1925) [2]. Perché se il genere oggi si presenta come uno strumento di analisi critica di alcune proposte freudiane, dobbiamo anche considerare le critiche che gli erano contemporanee, e in particolare quelle di alcune donne psicoanaliste dell’epoca. Questo si apprezza in particolare a partire dagli scambi e dalle proposte di Abraham, Horney e Deutsch che possiamo riprendere parzialmente, sulla questione dell’«invidia del pene» e quella del «femminile-maschile». Successivamente, possiamo esaminare le formulazioni di Weininger, che non era psicoanalista, ma la cui opera principale pubblicata comprende alcune formulazioni che ci interessano perché il genere vi è presente, e discute con le posizioni di Freud, di Stoller1 e anche di Lacan.

1. Il destino dell’anatomia

Il destino può essere concepito nella bocca di Freud come in quella di Napoleone Bonaparte? Lo associamo spontaneamente a «destinata» e a «nevrosi di destino». Freud utilizza questa designazione di nevrosi per tradurre il carattere profetico di certe disposizioni o costruzioni nevrotiche. Il futuro vi si decide meno di quanto non sia subito. È applicabile all’anatomia? L’anatomia evoca l’«organismo», gli organi, l’apparato genitale tra gli altri. Ed è di questo che Freud parla quando riprende la frase di Napoleone Bonaparte. Non si tratta del «corpo», altra nozione di cui possiamo dire che è un prodotto e non un dato, ma piuttosto un risultato dell’investimento dell’anatomia, dell’investimento libidico. Non è mai riducibile alla materialità del corpo fisiologico e organico, ma è determinato dall’intervento psichico del soggetto.

L’anatomia può portare in sé il destino nel senso di ciò che si imporrebbe al soggetto, e di cui quest’ultimo si renderebbe soggettivamente l’attore strada facendo? Questa versione porta a dire che se si nasce con un’anatomia percepita in un certo modo, il destino non è a priori quello di riconoscersi in un altro. Questo funziona a condizione di iscrivere come preliminare che la non conformità alle aspettative non entri come destino possibile, ma come non-destino, perché se da questo possiamo passare a quello di riconoscervisi o di esservi invitati dal destino stesso, cosa resta dell’anatomia portatrice di questo futuro? Nulla. Freud proporrebbe quindi in questa formula una prospettiva incapace di realizzarsi, con il destino che si impone all’anatomia e non il contrario, il che rimane peraltro più conforme alla nozione di «nevrosi di destino» e anche all’ipotesi dell’inconscio.

Quando Freud scrive il suo articolo «Alcune conseguenze psichiche della differenza dei sessi a livello anatomico» (1925) [2], lo introduce con la riserva di un uomo che pensa di mancare di tempo per compiere la sua opera e tuttavia deciso a pubblicare alcuni elementi della sua ricerca in anticipo, a rischio di una certa precipitazione, a proposito di un punto che egli crede di «portata universale», per il fatto in particolare di concentrarsi sul destino della bambina e non più solo del bambino:

«Quando abbiamo esaminato le prime configurazioni psichiche della vita sessuale nel bambino, abbiamo regolarmente preso come oggetto il bambino maschio, il maschietto. Nella bambina, ritenevamo, doveva accadere in modo simile, ma tuttavia, in qualche modo, diversamente. In quale punto del percorso di sviluppo si trovi questa distinzione, ciò non riusciva a rivelarsi chiaramente» ([2], p. 193).

Il ragazzo è servito da primo appoggio clinico per elaborare la teoria, ma ecco che l’esperienza invita Freud a riconsiderare il destino della ragazza come diverso, e quindi a esigere da lui una nuova proposta teorica in relazione a questa esperienza.

Rileviamo che l’esempio del ragazzo serve da punto di partenza, Freud non riprende qui un percorso totalmente nuovo, ma intende porre la sua nuova riflessione a sostegno delle sue prime acquisizioni. Il complesso di Edipo è:

«la prima stazione che riconosciamo nel ragazzo. [. . .] Che la posizione edipica del ragazzo appartenga allo stadio fallico e che perisca a causa dell’angoscia di castrazione, quindi a causa dell’interesse narcisistico per l’organo genitale, l’ho esposto altrove. La comprensione è resa più difficile da questa complicazione che il complesso di Edipo stesso, nel ragazzo, è predisposto in un doppio senso, attivo e passivo, il che corrisponde alla predisposizione bisessuale. Il ragazzo vuole anche sostituire la madre come oggetto d’amore del padre, ciò che noi designiamo come posizione femminile.» ([1], p. 193).

Questo riassunto è molto istruttivo, perché vi troviamo la priorità storica del bambino maschio nelle costruzioni teoriche di Freud, ma anche alcuni elementi di importanza che devono essere sottolineati per leggere le proposte che riguardano la bambina. Rileviamo in primo luogo l’ambivalenza psichica delle posizioni individuate. In secondo luogo, la presenza dei momenti cruciali individuati e comprovati dall’esperienza che Freud intende ritrovare nel modello della bambina, anche a costo di forzarne forse l’aderenza, vale a dire il complesso di Edipo (che rimane un modello maschile), l’angoscia di castrazione come evento di risoluzione di una fase evolutiva, la bisessualità psichica illustrata dall’ambivalenza dei posizionamenti. Possiamo porci la domanda se Freud, avendo elaborato questi elementi rispetto al ragazzo, non abbia cercato di farli valere nella ragazza, per rendere complementari le proposte teoriche sulla vita sessuale, la cui coerenza richiedeva sempre di essere fortificata presso i suoi discepoli o i suoi detrattori? Questo può essere apprezzato come una sorta di sovrapposizione del modello del ragazzo sulla ragazza. Ma è davvero questo che Freud realizza qui? Karen Horney scrive questo:

«In alcuni dei suoi ultimi lavori, Freud ha richiamato l’attenzione con crescente insistenza su una certa parzialità delle nostre ricerche analitiche. Mi riferisco al fatto che fino a tempi molto recenti, solo la mente dei ragazzi e degli uomini era presa come oggetto di indagine. La ragione è evidente. La psicoanalisi è la creazione di un genio maschile e quasi tutti coloro che hanno sviluppato le sue idee sono stati uomini.», ([3], p. 48).

Laddove Freud applica senza esplicitare la distinzione ragazzo-ragazza che possiamo leggere come distinzione di genere, Horney, invece, la espone come motivo.

Basandosi sul modello del complesso di Edipo (modello inizialmente maschile), Freud arriva a individuare problemi importanti nel suo tentativo di rendere conto delle specificità femminili, problemi che sono in particolare di ordine culturale e in cui rileviamo una dimensione del genere che non è così nominata in quell’epoca. Infatti, cercando di evidenziare le similitudini di percorso nello sviluppo dei ragazzi e delle ragazze, egli cerca di restituire gli elementi maggiori conosciuti nel ragazzo nella ragazza, il che si rivela complicato: «Il complesso di Edipo della bambina racchiude un problema in più rispetto a quello del ragazzo» ([2], p. 194). Freud non riesce a rendere la logica capace di sostenere lo sviluppo psichico che spiega come la bambina arrivi ad abbandonare la madre per adottare il padre come oggetto, anche se la madre costituisce il primo oggetto della bambina così come per il bambino. Questa è una questione immensa, e che dobbiamo anche rileggere alla luce delle questioni che ci interessano qui, perché Freud testimonia molto esplicitamente il suo dubbio metodico quando rinuncia a dare per scontato, né tantomeno per logico, il movimento affettivo di cui la bambina sembra essere preda. Potremmo dire qui che l’eterosessualità (che è un modo improprio di tradurre la sua scelta dell’oggetto dalla madre al padre) della bambina non è ovvia per Freud, contrariamente a quanto a volte si legge nella sua proposta. La prospettiva edipica sembra mancare di un elemento proprio alla bambina, che renderebbe alla sua applicazione l’interesse che Freud ha saputo giustificare nel bambino. Si rivolge allora a ciò che egli ritiene avere un’importanza maggiore in questo stadio che ha già allora qualificato di

«fallico» o stadio della scoperta e dell’investimento narcisistico delle zone genitali: l’influenza del genitale, a un certo momento dello sviluppo. Tuttavia, non affronta la dimensione genitale come fonte di una verità psichica, il che ci invita a interrogare molto chiaramente l’attaccamento all’innato del sesso, che in Freud avrebbe impegnato la sua elaborazione teorica, così come alcune critiche hanno creduto di poter rilevare: «In breve, la zona genitale viene scoperta un giorno o l’altro e sembra ingiustificato attribuire un contenuto psichico alle prime attività ad essa relative.» ([2], p. 195). Qui Freud commette quella che potrebbe essere chiamata una distinzione di genere.

Diversamente, immagina una storia della scoperta delle zone genitali del ragazzo da parte della ragazza, e viceversa: «Ella nota il pene, visibile in modo sorprendente e ben dimensionato, di un fratello o di un compagno di giochi, lo riconosce subito come la controparte superiore del suo proprio organo, piccolo e nascosto, e da allora è caduta nell’invidia del pene.» ([2], p. 195). Paradossalmente ancora, lo scenario dello stesso stadio non si scrive in modo identico nel ragazzo, per il quale l’effetto di castrazione interviene solo in occasione di un dopo-colpo favorevole al suo innesco, mentre per la ragazza, «All’istante, il suo giudizio e la sua decisione sono presi. L’ha visto, sa di non averlo e vuole averlo.» ([2], p. 196).

Freud avanza passo dopo passo in un montaggio che tende a descrivere specificità di sviluppo, pur mantenendo un posto importante agli elementi precedentemente scoperti, percepiti come cruciali, e divenuti imprescindibili della vita sessuale in generale. Così, il percorso della bambina viene a distinguersi nettamente da quello del bambino, per il fatto stesso di individuare il modo in cui questi elementi comuni trovano a illustrarsi in un certo modo nel bambino, e in un altro nella bambina: l’innesco e la risoluzione del complesso di Edipo differiscono tra il bambino e la bambina. Questa realizzazione intellettuale è molto interessante, perché qui Freud non si limita a proporre un modello che sarebbe il rovescio di un altro. Se dei riferimenti fondamentali persistono, l’esperienza clinica lo costringe a formulare proposte teoriche per rendere conto di ciò che l’esperienza gli insegna, anche a costo di confessare il suo imbarazzo. Per esempio, nella continuità dell’«invidia del pene», Freud esplora la differenza di rapporto all’onanismo della bambina e del bambino:

«Non posso spiegarmi questa rivolta della bambina contro l’onanismo fallico se non con l’ipotesi che questa attività portatrice di piacere le sia duramente rovinata da un fattore che agisce parallelamente. Questo fattore, non si dovrebbe cercarlo molto lontano: non potrebbe essere che l’offesa narcisistica connessa all’invidia del pene, l’avvertimento che su questo punto non si può davvero affrontare il ragazzo e che il meglio è quindi astenersi da ogni concorrenza con lui. In questo modo la conoscenza che la bambina acquisisce della differenza dei sessi a livello anatomico la allontana dalla mascolinità e dall’onanismo maschile, e la spinge in nuove vie, che conducono allo sbocciare della femminilità.» ([1], p. 199).

Ciò lo porta a distinguere una differenza fondamentale del complesso di Edipo nel ragazzo e nella ragazza, riguardo all’angoscia di castrazione, che nel ragazzo segna il pericolo del complesso di Edipo mentre nella ragazza lo rende possibile e lo inaugura. È interessante notare che in questa concezione, Freud consolida un approccio alla differenza dei sessi – dagli effetti anatomici agli investimenti psichici libidici – che impedisce assolutamente di considerare il ragazzo e la ragazza in un rapporto di complementarità di percorsi, o di risoluzione speculare dello sviluppo psichico affettivo e sessuale. Rilevando queste sfumature a partire da una ricerca dell’effettività di processi pensati comuni, la via dello «sbocciare della femminilità» si apre qui verso un orizzonte che resta da costruire, verso investimenti e identificazioni che restano da descrivere. Il «modello ragazzo» non sembra più così pertinente per descrivere lo sviluppo sessuale femminile che sembra prendere la sua indipendenza. Un altro genere appare di fatto, come necessità empirica e clinica sul cammino freudiano.

2. Ragazzi e ragazze sono diversi

Il complesso di Edipo che si conclude (nel ragazzo) o che si apre (nella ragazza) con la minaccia di castrazione, segna un tempo che riguarda gli investimenti libidici e le identificazioni del bambino. Freud rileva che il modo in cui il complesso di Edipo è vissuto, attraversato dal bambino – e vi è quindi una differenza tra il ragazzo e la ragazza che le conseguenze dell’anatomia potrebbero spiegare – definisce radicalmente ciò che accade agli investimenti libidici:

«[. . .] il complesso di Edipo è qualcosa di così significativo che il modo in cui ci si è trovati coinvolti e il modo in cui ci si è liberati non possono non rimanere senza conseguenze. Nel ragazzo [. . .], il complesso non è semplicemente represso, si frantuma letteralmente sotto lo shock della minaccia di castrazione. I suoi investimenti libidici sono abbandonati, desessualizzati e in parte sublimati, i suoi oggetti incorporati nell’io [. . .].[. . .]. Nella ragazza, manca il motivo per la rovina del complesso di Edipo. La castrazione ha già prodotto il suo effetto [. . .]. Per questo motivo quest’ultimo [il complesso di Edipo] sfugge al destino che gli è riservato nel ragazzo, può essere abbandonato lentamente, essere liquidato per repressione, e i suoi effetti spostati lontano in quella che è la vita psichica normale della donna.» ([2], p. 200–201)

Ne consegue per Freud che il super-io non si costituisce mai così duramente nella donna come nell’uomo in termini di esigenze, che sono erette sulle incorporazioni degli oggetti un tempo investiti, e i cui in gioco impongono di difendersi vietandoli. La differenza di carattere che egli sottolinea in questo passaggio dell’articolo a proposito del maggiore senso di giustizia nell’uomo rispetto alla donna è presentata come un’ipotesi. Può essere giudicata sessista, ma può anche essere letta al contrario e deridere l’uomo per non essere tanto capace quanto la donna di distaccarsi dai suoi desideri quando si obbliga a proibirseli per paura di perdere ciò che considera il più prezioso tra i suoi oggetti. Questo è ciò che suggerisce da parte sua Ferenczi, le cui valutazioni tra uomini e donne si distinguono da quelle di Freud:

«Certo, sorgerà lì, nella mente di molti, questa vecchia questione della superiorità o inferiorità di uno dei due sessi. Penso che uno psicoanalista non possa risolvere in modo inequivocabile questo problema. Ho già detto che consideravo l’organismo femminile più finemente differenziato; si potrebbe aggiungere: più altamente evoluto. La donna è per natura più sensata e migliore dell’uomo; quest’ultimo deve contenere la sua brutalità con uno sviluppo più vigoroso dell’intelligenza e del Super-io morale. La donna ha più finezza nei suoi sentimenti (morali) e sensibilità (estetica) [ ].» ([4], p. 74).

Ma come non leggere anche in Ferenczi una galanteria nei confronti delle donne che oggi potrebbe essere tacciata di sessismo educato. Freud dal canto suo risponde in anticipo:

«In questi giudizi, non ci si lascerà fuorviare dalla contestazione delle femministe, che vogliono imporci una completa parità di posizione di apprezzamento tra i sessi, ma d’altra parte si concederà loro volentieri che la maggioranza degli uomini rimane anch’essa molto indietro rispetto all’ideale maschile, e che tutti gli individui umani, a causa della loro predisposizione bisessuale e dell’ereditarietà incrociata, riuniscono in sé caratteri maschili e femminili, in modo che la mascolinità e la femminilità pure rimangono costruzioni teoriche dal contenuto incerto.» ([1] p. 201).

Freud conclude il suo articolo sostenendo le sue proposte con la sua esperienza clinica, e relativizzando la portata di queste ultime con la necessità di una conferma sia clinica che teorica, che egli dice non essere del tutto acquisita riferendosi ai lavori dei suoi contemporanei: Karl Abraham (1921) [5], Karen Horney (1969) [3] e Hélène Deutsch (1925) [6].

In sintesi, l’anatomia non è irrilevante – ma non presiede a tutto – nella messa in atto dei percorsi di sviluppo della sessualità e del riconoscimento della differenza sessuale di ragazzi e ragazze sul piano psichico, ecco cosa dice Freud. E aggiunge che le conseguenze (carattere) di questi percorsi non hanno nulla di automatico – solo rilevabili o meno nella clinica – a causa di un’indifferenza iniziale tra ragazzi e ragazze: la bisessualità psichica comune a tutti (che non è la bisessualità come scelta dell’oggetto), e l’ereditarietà incrociata (dai genitori) di cui ognuno beneficia in modo singolare. L’esito riservato e non prevedibile del complesso di Edipo di cui bisogna «liberarsi» determina in questi percorsi l’estensione e la forza degli investimenti libidici del bambino (identificazione, scelta dell’oggetto, incorporazione). Siamo certamente molto lontani da una possibile lettura alla lettera di «L’anatomia è il destino», che non può definitivamente essere considerata rappresentativa delle elaborazioni di Freud sulla differenza sessuale, e il posto del genitale nella determinazione del sesso al di là del genitale, conformemente alla psicosessualità freudiana, che rimane prima di tutto una posta in gioco psichica. Senza bisogno di aggiungere che il complesso di Edipo così esposto rileva molto esplicitamente un momento eminentemente sociale e culturale, relazionale in cui non possiamo riconoscere un presunto tutto biologico freudiano. La portata culturale più che corporea di questa anatomia percorsa dal momento edipico potrebbe essere letta oggi come la presa in considerazione, lo abbiamo appena visto in dettaglio, da parte di Freud, di una dimensione non designata come genere, ma che ovviamente vi si avvicina. Un genere, non solo opposto al genitale del sesso, ma un genere vettore di sessuazione, di identificazione sessuale. Un genere che non si accontenta di esplorare i rapporti di sesso, ma che si rivela essere un prisma molto utile all’esplorazione della differenza dei sessi come conseguenza dell’esperienza della differenza sessuale. Detto questo, ciò che leggiamo come possibilità del genere con Freud non corrisponde alle accezioni attuali sul genere (Scott, 2012) [7], anche nel campo degli studi di genere, dove si trova spesso confinato a una lettura discriminante della natura e del sociale, laddove l’esperienza psichica ci esorta ad affinare il sottile ricamo che li lega.

3. Horney, Deutsch e Abraham

Cosa dicono in particolare le donne psicoanaliste dell’epoca? La proposta freudiana sull’«invidia del pene» è ampiamente ripresa e commentata da donne psicoanaliste, in particolare in occasione della pubblicazione dell’articolo di Freud dedicato alla sessualità femminile (Freud, 1931) [8]. Eppure, ben prima della pubblicazione del suo articolo del 1925 sulle conseguenze dell’anatomia, Freud è già discusso molto direttamente negli articoli di Abraham, Horney o Deutsch che hanno prodotto osservazioni cliniche ed elaborazioni teoriche molto importanti sul complesso di castrazione nella donna, e le sue conseguenze sulla comprensione dello sviluppo sessuale. L’articolo di Freud trova il suo pieno senso solo se restituito in questo contesto di proposte incrociate. Perché l’approccio femminile non è assente dalle elaborazioni analitiche dell’epoca, anzi. Horney e Deutsch discutono punto per punto, a partire dalla loro propria esperienza clinica, le osservazioni e le deduzioni di Freud, e ciò che esse avanzano a loro volta non manca di alimentare le riflessioni di Freud. L’influenza di un pensiero analitico femminile meriterebbe di essere sviluppata appositamente, purtroppo non possiamo farlo qui. Dopo il 1931 e «Della sessualità femminile», altri testi appaiono e prolungano i dibattiti, come «La femminilità» nella «Nuova serie di lezioni introduttive alla psicoanalisi» (Freud, 1933) [9].

Horney, dal canto suo, pubblica nel 1939 Nuove vie della psicoanalisi [10], dove i suoi disaccordi con Freud si precisano. Tenta di aprire alcune piste di lavoro a partire da ciò che ha incontrato come impasse terapeutiche e teoriche, esigendo di rivedere, a suo dire, alcuni dati del corpus psicoanalitico. La concezione freudiana della femminilità merita ai suoi occhi di essere affrontata in un approccio critico, per rilevarne la mancanza di considerazione del peso dei determinanti sociali e culturali sulle donne, visti in complemento dei determinanti biologici troppo messi in evidenza ai suoi occhi. Inoltre, la sua esperienza clinica di donna psicoanalista le ha dato l’occasione di constatare che l’«invidia del pene» non costituisce un universale dello sviluppo della sessualità, e che non può d’altronde, dal suo punto di vista, concepirsi principalmente sul fattore anatomico, tanto la sua forza di suggestione presso i pazienti sembra rispondere ad altri fattori, a partire da cui suggerisce in conclusione:

«Ma poiché ha un orientamento principalmente biologico, Freud non può, sulla base delle sue prime proposte, vedere tutto il significato di questi fattori. Non vede in che misura essi influenzano i desideri e gli atteggiamenti, e non può valutare la complessità delle interazioni tra le condizioni culturali e la psicologia femminile. Suppongo che tutti siano d’accordo con Freud nel dire che le differenze di costituzione sessuale e funzioni influenzano la vita mentale. Ma sembra poco costruttivo speculare sulla natura esatta di questa influenza. La donna americana è diversa dalla donna tedesca, entrambe sono diverse da alcune donne indiane Pueblo. La società di New York rende la donna di New York diversa dalla donna del contadino dell’Idaho. Le condizioni culturali generano qualità e facoltà specifiche, diverse nelle donne così come negli uomini – questo è ciò che possiamo sperare di comprendere.» [10].

Deutsch pubblica nel 1945 La psicologia delle donne [11]. Quest’opera riprende i suoi primi progressi del 1925 e prolunga le sue riflessioni. Sulla psicologia femminile, dedica l’ultimo

capitolo alla concezione psicoanalitica di questa questione nei suoi rapporti con la condizione sociale. Sviluppa una lettura e un’analisi della storia di tre generazioni di donne russe coinvolte nello slancio rivoluzionario e nella guerra dell’epoca, il che pone in primo piano la dimensione politica della questione della psicologia femminile durante questo periodo di conflitto mondiale, in particolare a partire dalla loro integrazione nella vita economica del paese [11]. Deutsch sostiene chiaramente il riconoscimento di un altro modo di vedere e leggere le interazioni sociali e culturali, al fine di cogliere le loro ricadute psichiche di cui suggerisce di riconsiderare l’importanza. Lo sguardo sociologico si invita nella discussione in modo ancora più marcato.

Ma non tutte le donne psicoanaliste hanno necessariamente sostenuto questa possibile controversia sull’«invidia del pene» della bambina, così facilmente contestabile, per mettere in luce anche ciò che dello sviluppo psichico e dei motivi inconsci costituisce nell’«invidia del pene» una creazione psichica di prim’ordine, senza necessariamente contraddire le considerazioni sociali e ambientali o femministe. Così l’opera di Marie-Christine Hamon, con i suoi sviluppi e il suo titolo, ci rimanda con giustezza a questo interrogativo sui rapporti tra necessità e contingenza quando intitola il suo libro Perché le donne amano gli uomini? E non piuttosto la loro madre? [12].

Ecco dunque che, all’inizio della seconda metà del 20e secolo, il sociale, il culturale e l’economico si fanno improvvisamente sentire come elementi imprescindibili dell’elaborazione teorica e delle proposte concettuali in psicologia generale. Lo sviluppo psichico, la personalità, i disturbi mentali sono messi in discussione con fattori che bisogna distinguere tra quelli che possiamo designare come «ambientali», e altri che chiamiamo «sociologici», «economici», «politici» o «culturali». Non che i fattori ambientali o culturali non siano stati precedentemente trascurati da Freud. Possiamo ben sostenere che il complesso di Edipo è un momento socio-culturale per eccellenza (relazioni con i genitori, confronto con le regole sociali e i divieti fondamentali, presa di posizione individuale nel panorama collettivo), e non solo un evento intrapsichico. Ma ormai, nel periodo del dopoguerra, che corrisponde anche alla scomparsa di Freud, la metodologia dell’elaborazione concettuale, discorsiva e riflessiva conosce importanti mutazioni. Nuovi paradigmi negli approcci intellettuali vedono la luce in Europa e nel mondo. I fattori talvolta trascurati (sociale, culturale) in precedenza sono ora oggetto di tutte le attenzioni. Questo sconvolge le forme e i contenuti, e anche gli effetti anche. La dimensione del genere non può allora che apparire in questo panorama concettuale, tenuto conto delle poste in gioco sociali e culturali che abbiamo appena evocato.

4. Weininger

Nel 1923, Otto Weininger pubblica Sesso e carattere [13]. Il suo approccio alla differenza dei sessi è intriso del naturalismo dell’epoca, e di un certo darwinismo nel suo metodo riflessivo. Tuttavia, nel corso del suo imponente testo, avanza alcune sfumature che ci interessano, perché il genere vi si rivela senza essere del tutto nominato:

«Vi è tra l’«uomo» e la «donna» [… ] un’infinità di gradazioni, un’infinità di «forme sessuali intermedie». Così come la fisica ragiona su gas ideali, cioè rigorosamente obbedienti alla legge di Boyle [ ], così bisogna porre qui un uomo ideale H e una donna ideale F senza attribuire né all’uno né all’altra un’esistenza reale che non hanno, ma come tipi sessuali» ([13], p. 26).

«Così l’uomo e la donna sono come due sostanze distribuite tra gli individui secondo proporzioni variabili, senza che mai il coefficiente di alcuna sia uguale a zero. L’esperienza non ci mostra, in altri termini, né uomini, né donne, ma sempre e solo del maschile e del femminile» ([13], p. 27).

«Quanto all’essere umano, si può dire che è psicologicamente, almeno nello stesso tempo, o uomo, o donna. Tale unisessualità non è solo confermata dal fatto che ogni individuo che si considera lui stesso o come uomo, o come donna considererà ugualmente, in modo assoluto, il suo complemento come rappresentante il tipo stesso o della donna, o dell’uomo.[. . .] Così le coppie omosessuali o di lesbiche riuniscono sempre due persone di cui una fa le veci dell’elemento maschile e l’altra, dell’elemento femminile, e questo è fondamentale. Appare così che il rapporto uomo-donna è, nel momento decisivo, fondamentale, che non si può superarlo» ([13], p. 80).

Queste formulazioni sono inquietanti. Testimoniano una categorizzazione naturalizzante, e allo stesso tempo il suo superamento attraverso l’emergere di un nuovo apprezzamento orientato verso il sentimento interiore dell’individuo. Questa distinzione è riferita ai ruoli e ai tipi. Qui Weininger non è lontano dalle proposizioni di Stoller sull’identità di genere, o di Freud sulla differenza dei sessi, o ancora di Lacan sulla sessuazione. Vediamo piuttosto cosa ci dicono rispettivamente Stoller, Freud e Lacan.

Stoller: “[Il genere] ha connotazioni psicologiche e culturali, più che biologiche. Se i termini appropriati per sesso sono “mashio” e “femmina”, i termini corrispondenti per genere sono “maschile” e “femminile”; questi ultimi possono essere totalmente indipendenti dal sesso. [. . .] Il genere è la quantità di mascolinità o di femminilità che si trova in una persona, e sebbene ci siano miscele di entrambi in molti esseri umani, il maschio normale ha ovviamente una preponderanza di mascolinità e la femmina normale una preponderanza di femminilità.” ([14], p. 28)

Freud: «Tutti gli individui umani, a causa della loro costituzione bisessuale e della loro eredità incrociata, possiedono sia tratti maschili che tratti femminili, cosicché il contenuto delle costruzioni teoriche della mascolinità pura e della femminilità pura resta incerto.» [2].

Lacan: «Non c’è niente di più vago dell’appartenenza a uno di questi due lati [. . .]. Devo comunque partire da qualcosa che è una [. . .] supposizione, una supposizione che ci sia un soggetto maschio o femmina. È una supposizione che l’esperienza rende molto evidentemente insostenibile. . . »2

Così le tre dimensioni, quella del genere di Stoller, quella della bisessualità psichica di Freud o della sessuazione del soggetto di Lacan sono presenti in filigrana nelle proposizioni di Weininger, sotto termini diversi certamente, ma orientate su prospettive che ci sembrano abbastanza vicine. È d’altronde ciò che rende anche i suoi enunciati a volte contraddittori o confusi quando il lettore può smarrire le fonti o i punti d’appoggio ora naturalisti, ora spirituali o ancora morali che Weininger fa danzare. Alla rilettura di questi testi, nel dopo-colpo della loro pubblicazione, e grazie all’uscita molto recente in francese del testo di Weininger, possiamo apprezzare meglio l’interesse che c’è stato nel procedere distintamente e specificamente, sulla scia di queste tre possibili vie di esplorazione del sesso e del genere nelle loro implicazioni psichiche. Avremo occasione di tornare su questo punto più avanti.

5. Psicoanalisi e genere

Se la psicoanalisi può non aver voglia di fare nulla del genere, il genere, lui non lascia tranquilla la psicoanalisi, e questo non data da ieri. Ciò che abbiamo appena percorso illustra com’era nel passato, ma l’attualità ci inonda ancora, e forse di più, di elementi di dibattito. L’anno 2013 resterà per molto tempo quello che avrà visto dispiegarsi le discussioni sulla legge detta del «matrimonio per tutti». In questa occasione, la psicoanalisi non ha cessato di essere presa come riferimento o chiamata in causa per difendere o contrastare, il più delle volte per contrastare, gli argomenti a favore dell’uguaglianza tra i cittadini in nome del diritto al matrimonio.

Il genere si è manifestato in questi movimenti e controversie, sotto i tratti in particolare della dialettica femminile-maschile, per rivelare che nemmeno la psicoanalisi può detenere un sapere supposto capace di delimitare questa faccenda al punto in cui alcuni vorrebbero vederla mantenuta, statica, là dove il sessuale cesserebbe di gesticolare. Ma non è così. L’analisi o la lettura semplice degli scambi tra i parlamentari quando si appoggiano sulla psicoanalisi o sulle psicoanalisi, fanno la dimostrazione, una in più, che le teorie stesse psicoanalitiche producono effetti di norme e quindi effetti di norme di genere, e che questo è un effetto della teorizzazione, non della cura. Perché la psicoanalisi merita, e diciamo con ciò il nostro punto di vista, di essere riaffermata come un’esperienza normativa all’altezza della normatività del soggetto quando la cura mira a illuminarne i processi, al di fuori delle prescrizioni o dei suggerimenti moralizzanti.

Allora il genere gioca tutta la sua opera di turbamento, quando non lascia tranquillo il sesso, e rilancia allo stesso tempo il sessuale che ci interessa tanto. Nel chinarci sul genere, come altri si sono chinati su qualcosa di quest’ordine che non ne portava ancora il nome, confermiamo l’immenso privilegio che abbiamo di rimetterci al sessuale, anche se a volte rasenta la politica, una politica del sessuale senza dubbio, in mancanza di poter politicizzare il sesso che sfugge sempre dall’essere solo un istante del sessuale, proprio come il genere.

Inoltre, questi dibattiti pubblici rivelano con efficacia che proferire in nome della psicoanalisi nella società, è al meglio la propria analisi e il proprio divano che si trovano esposti, e non linee di condotta o valori morali o ancora alcune regole che la psicoanalisi avrebbe eretto quando le ha smascherate procedendo verso l’inconscio. I saperi inconsci che la cura rende accessibili non tornano dall’ombra per essere incisi nella pietra, mentre ci sforziamo, attraverso la cura, di alleggerirne proprio la traccia nel testo inconscio.

La psicoanalisi conferma in un certo modo l’interesse del genere e il suo limite, che non invalida affatto la sua utilità come strumento critico di analisi e agente di turbamento capace di provocare incessanti prospezioni e indagini suscettibili di sostenere il desiderio di analisi a volte, la creatività soggettiva molto spesso.

Una certa dimensione del genere era dunque ben presente nelle riflessioni di Freud e dei suoi contemporanei, in particolare intorno alle questioni legate alla differenza sessuale e all’anatomia e ai loro destini culturali. Grazie alla lettura di questi elementi antichi, possiamo impegnare diversamente il nostro dialogo con le «questioni di genere» e progredire nello scambio e nell’interazione della psicoanalisi con la società. Perché se il genere in quanto tale non è un concetto psicoanalitico, non rimane meno un oggetto di interesse diretto o indiretto che non data da ieri, e che dobbiamo considerare con serietà.

Dichiarazione di interessi

L’autore dichiara di non avere conflitti di interessi in relazione a questo articolo.

 

Riferimenti