Conversazione con l’IA (2024)

Conversazione con l’IA (2024)

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Conversazione con l’IA

 

Pubblicato su internet, ottobre 2024.

Proprio nel momento in cui mi credetti perduto

Il mio divano tremò, le mie catene caddero.

 

1 — Introduzione

2 — Capitolo 6 — “Dall’analista”

3 — Fantasma eteros-patriarca?

4 — Un fantasma detto a-patride potrebbe de-completare il fantasma eteros-patriarca?

5 — Non è forse un approccio foucaultiano?

6 — Il mio divano tremò

7 — Judith Butler, Chi ha paura del genere?

Allegati

 

1 — Introduzione

Buongiorno a tutte e a tutti,

Siate le benvenute a questa seconda sessione delle Conversazioni sull’inconscio, il legame sociale e le sessuazioni, in questa giornata dell’Existrans.

Dopo la nostra prima sessione, densa e ambiziosa, piena di promesse che dovremo mantenere, possiamo ora impegnarci più fermamente nella nostra materia.

 

Oggi la conversazione si intitola “Il mio divano tremò”, a cui ho aggiunto un secondo titolo “Conversazione clinica con l’IA”. Una conversazione con Chat GPT, nello specifico, che ho cercato di avere per fare un’esperienza al confine del linguaggio.

L’ho interrogata sul Capitolo 6 di Parla al mio corpo, quello intitolato “Dall’analista”, che discuteremo tra poco.

Questo per permetterci di affrontare a poco a poco due erotiche, che oggi non troveranno una definizione valida, ma forse un primo disboscamento: 1 — Dal sesso guarire l’amore e 2 — Fare l’amore del sesso. Questo approccio passerà anzitutto per la nozione di fantasma (l’eteros-patriarca e l’a-patride), il che ci porterà a considerare un piccolo aspetto dei rapporti tra il performativo e il significante in occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Judith Butler, Chi ha paura del genere?

 

La discussione che seguirà il mio intervento potrà interessarsi a ciò che il capitolo 6 vi ha ispirato come domande e come pensieri.

 

Dunque, oggi niente lezione né inaugurale né magistrale, ma l’esposizione di un lavoro in corso, work in progress.

Ma consultare l’oracolo del terzo millennio ha un costo.

Devo confessarvi che questa esperienza con l’IA mi ha messo a disagio, come si dice. Tanto che ho quasi buttato tutto nella spazzatura e non presentarvelo.

Si è manifestato un doppio sintomo principale, che posso condividere con voi: non riuscivo più né a pensare né a scrivere.

Questo malessere è senza dubbio il risultato diretto di questa esperienza con l’IA, che è un’esperienza di linguaggio privo di parola, che riassumo come la frequentazione di un apparente discorso che non lo è, che colpisce direttamente la percezione di sé catturandola, e il pensiero impedendolo con false parole e false associazioni significanti.

Parlare con un muro è sicuramente meno dannoso e più interessante che conversare con l’IA. Niente a che vedere con il gusto di una conversazione, la torta alle mandorle di Mme d’Epinay che evocavo l’altro giorno. Ho avuto piuttosto l’impressione di ingoiare una zuppa di sassi.

Mi scuso quindi in anticipo per questo probabile sentimento di delusione o di disagio che ciò che segue potrà generarvi. Se dovesse emergere, va messo in relazione con gli effetti strutturali del linguaggio artificiale dell’intelligenza artificiale, che spingono verso una forma di devitalizzazione soggettiva. Può sembrare esagerato: è il mio punto di vista.

Per limitare la cosa, ho ridotto la quantità di elementi raccolti nella mia presentazione. La mia conversazione con Chat GPT è durata circa trenta ore in due settimane. Ne subirete solo una manciata di elementi.

 

***

 

Facciamo qualche passo indietro per riprendere il filo dell’ultima sessione…

Dal significante patriarcato, siamo passati a quello di fantasma etero del patriarcato — e alla sua versione anglofona The straight fantasy of patriarchy — per arrivare infine alla formulazione che ho trattenuto nel corso delle mie ricerche: il fantasma eteros-patriarca, che ha valore solo associato al fantasma a-patride che lo de-completa, che affronteremo anche noi.

 

Tra le proposte avanzate durante la sessione introduttiva, almeno una può attirare la nostra attenzione e servirci per entrare in questa prospettiva. È stata proposta l’esistenza ipotetica di un fantasma eteros-patriarca per circoscrivere un elemento psichico accessibile a chi pratica la psicoanalisi, su una poltrona o su un divano, analizzandə e/o analisti. Perché non possiamo accontentarci di una semplice ripresa dei significanti patriarcato o eterosessualità bianca cisgender che appartengono più propriamente alle lotte politiche per l’uguaglianza dei diritti, ai femminismi e alle battaglie contro le violenze sessuali e sessiste.

 

Questa nozione di fantasma eteros-patriarca trova la sua ragione nella decisione di affrontare ciò che si fa conoscere con il nome di patriarcato, ma la cui portata significante merita di essere ridotta e individuata nell’economia psichica con maggiore precisione, per rendere il suo esame più adatto all’esperienza psicoanalitica.

 

Sentirete che con l’IA il fantasma viene trattato in modo oggettivo, dinamico, ma molto poco soggettivo o esistenziale, e assolutamente non psicoanalitico.

È una perdita istantanea, che ci accoglie con troppi incanti, avanzare in questa modalità di comunicazione priva, precisamente, di fantasma. Il carattere ossessionale di Chat GPT, spinto all’estremo da quando è stata resa pubblica e letteralmente imbrigliata per impedirle di essere razzista, misogina o di spingere al suicidio, cosa che a oggi non funziona davvero, si illustra con effetti anti-poetici e anti-fantasmatici.

 

Chat GPT non ha un apparato psichico né un fantasma in senso psicoanalitico. La conversazione con lei (dico “lei” perché intelligenza artificiale) ci porta sistematicamente davanti a una serie di messe in relazione, confronti e sintesi che obbligano a estrarsi dall’effetto-colla delle sue risposte, peraltro del tutto ricevibili su un certo piano. La mia ipotesi è che l’IA privilegi di fatto il performativo rispetto al significante, l’agentività rispetto alla significanza, in una sorta di discorso che non sarebbe un discorso, solo l’illusione di un discorso, con tutti i rischi che ciò comporta negli usi dialettici che possiamo tentare di avere con questo strumento.

 

Sentirete la capacità di Chat GPT di rispondere a partire dalle conoscenze disponibili, ma anche di integrare istantaneamente le poste in gioco di nuove proposte, come le nozioni per lei sconosciute di fantasma eteros-patriarca o fantasma a-patride, dando loro una consistenza politica e definizioni concettuali in perfetta autonomia, assolutamente speculative al di là dei saperi esistenti. Perché questi due fantasmi non hanno a oggi alcuna definizione, ma Chat GPT può proporne, il che ci informa al passaggio su alcuni determinanti dei discorsi attuali e sulla loro propensione a produrre dei falsi-dire: la lingua di legno, la falsificazione, la comunicazione istituzionale e politica.

 

Un’altra caratteristica delle risposte dell’IA: si ripete molto, sembra girare in tondo. È piuttosto penoso da leggere, a un primo approccio. Ma ascoltando più da vicino, possiamo accorgerci che rimescola i significanti in una serie di tentativi di formulazione, in frasi intelligibili secondo i suoi criteri, che permettono, per così dire meccanicamente, di ottenere sfumature apparentemente significanti.

 

È dunque un’occasione per sperimentare, da un lato, l’incongruenza dei processi psichici, in particolare inconsci, con la logica formale. E dall’altro, il pensiero come irriducibile a un semplice trattamento di simboli. Ma è anche un’esperienza molto insoddisfacente, come probabilmente sperimenterete anche voi rapidamente.

 

Le risposte di ChatGPT sono presentate, nel testo integrale di questa sessione, in un altro carattere. Qui in viola.

 

2 — Capitolo 6 — “Dall’analista”

Nel capitolo 6 di Parla al mio corpo, Marc riprende contatto con il suo analista, Joseph Fontaine, dopo diversi anni di interruzione delle sedute. Iel si è recatə regolarmente da questo psicoanalista per circa un anno. Un giorno, iel ha smesso di andarci senza parlarne con lui, pur provando un forte risentimento nei suoi confronti. Qualcosa era accaduto in quel momento. Era sei anni fa.

 

Riassumiamo questo capitolo : Marc, una persona trans, torna dal suo analista dopo sei anni di assenza, con sentimenti mescolati di rabbia e frustrazione. Nel corso delle sue riflessioni, Marc critica duramente l’analista, accusandolo di aver strumentalizzato la sua esperienza per la propria notorietà e di essere insensibile alle questioni delle identità queer e trans. Marc, in cerca di riconoscimento della propria identità e della propria transizione, si sente tradito dal silenzio dell’analista su questo tema. Nonostante i rimproveri, Marc sente il bisogno di proseguire la sua analisi, pur essendo destabilizzato dall’assenza di commenti dell’analista sulla sua transizione. Da parte sua, l’analista, fedele al suo metodo, resta in silenzio, lasciando che Marc si esprima. Questo silenzio, tuttavia, sembra rivelare un disagio o una distanza rispetto alle questioni di genere, nonostante abbia svolto le sue ricerche sull’argomento. I due personaggi sono presi in fantasmi di potere, riconoscimento e autorità, che riflettono la complessità della relazione analitica e delle questioni identitarie.

 

Chat GPT mette in evidenza la nozione di fantasma nella conclusione del suo riassunto. Allora la interrogo più a fondo su questa via. Ma vedrete che il suo uso della nozione di fantasma ne fa qualcosa che ha ben poco a che vedere con il fantasma in psicoanalisi, il che ci interesserà comunque a proposito dell’introduzione dell’ultimo libro di Judith Butler Chi ha paura del genere? e del suo uso della nozione di fantasma psicosociale.

 

I due personaggi sono presi in fantasmi. Come potremmo definirli?

 

I fantasmi dei due personaggi

a) Il fantasma di Marc

Il fantasma di Marc si definisce principalmente attorno al bisogno di riconoscimento e di validazione della sua identità trans, così come alla paura di essere ridotto a un semplice oggetto di studio o a uno strumento di sfruttamento intellettuale da parte dell’analista. Marc immagina che l’analista si serva della sua situazione personale, in particolare della sua transizione, per alimentare le sue ricerche o la sua notorietà pubblica, tradendolo nella sua ricerca di autenticità. Questo fantasma è rafforzato dal silenzio dell’analista, che Marc percepisce come un rifiuto di riconoscere la sua identità, mentre attende un gesto o una parola che convalidi il suo percorso. Marc proietta così sull’analista un ruolo oppressivo, simbolo di una forma di potere che gli impedisce di esistere pienamente nella sua nuova identità.

 

b) Il fantasma dell’analista

Il fantasma dell’analista si fonda su un ideale di neutralità e di padronanza intellettuale, che lo porta a posizionarsi come una figura distante, staccata dalle questioni sociali o politiche legate ai temi di genere e identità. L’analista si fantastica come un professionista imparziale, capace di mantenere una distanza dai suoi pazienti restando fedele alla metodologia psicoanalitica classica. Sembra temere di entrare in dibattiti identitari che potrebbero nuocere all’universalità dell’analisi, il che lo porta a evitare di commentare esplicitamente la transizione di Marc. Questo silenzio è al tempo stesso una protezione del suo ruolo di analista, ma anche una manifestazione del suo stesso fantasma di padronanza assoluta sul setting terapeutico, in cui non dovrebbe intervenire direttamente nelle identità o nelle specificità dei suoi pazienti.

 

Il fantasma di cui parla non ha nulla a che vedere con l’inconscio. Non si tratta del fantasma così come è pensato nell’esperienza psicoanalitica. In compenso, da un lato è concepito come un assemblaggio di rappresentazioni mentali concentrate sulla valutazione dei rapporti tra l’ideale dell’Io e l’Io ideale. Dall’altro, il desiderio, dunque il desiderio inconscio, è meccanicamente disgiunto dal fantasma a favore della volontà e del desiderio inteso come wish, dei desiderata, si potrebbe dire.

3 — Fantasma eteros-patriarca?

In che modo questi due fantasmi, quello di Marc e quello dell’analista, sono rappresentativi di due versioni singolari del fantasma eteros-patriarca?

Precisiamo che a questo punto Chat GPT non conosce il termine “eteros-patriarca”, non ho iniziato a dirle come definirlo, scelgo di lasciarla arrangiarsi con questi termini così come sono. Dispone solo delle sue conoscenze globali e del testo del capitolo 6 che le ho dato, eppure le sue risposte sono degne di un vero conferenziere, ma un conferenziere che dice un sacco di sciocchezze.

 

I fantasmi di Marc e dell’analista possono essere visti come rappresentazioni di questo fantasma eteros-patriarca, nella misura in cui riflettono le dinamiche di oppressione, controllo e invisibilizzazione che lo caratterizzano.

 

Immediatamente, l’IA dà ragione al mio suggerimento, risponde andando nella mia direzione: mobilitando i principi della riformulazione, mi dà soddisfazione.

 

  1. Il fantasma di Marc: l’oppressione da parte dell’etero-patriarcato

Marc incarna un individuo che si colloca al di fuori delle norme etero-patriarcali, essendo una persona trans in cerca di riconoscimento. Il suo fantasma — quello dell’analista come figura oppressiva che rifiuta di riconoscere la sua identità e la strumentalizza — riflette un sentimento di essere marginalizzato in un sistema che valorizza le norme eterosessuali e patriarcali. Il termine eteros-patriarca implica un controllo sui corpi, sui generi e sulle identità. In questo fantasma, Marc proietta sull’analista un ruolo simbolico di guardiano delle norme patriarcali, un rappresentante del potere dominante che rifiuta di aprire lo spazio a identità che sfidano le norme di genere e di sessualità.

 

Compare un presupposto: persona trans = ricerca di riconoscimento. Questa scorciatoia è problematica e scorretta nel caso presente: Marc torna dal suo analista dopo aver avviato la sua transizione dall’interruzione delle sedute, non per essere riconosciuto rispetto al suo percorso e alla sua identità, ma per un dramma amoroso, cosa che l’IA rifiuta di ammettere anche dopo aver avuto accesso all’intero romanzo. Ho tentato più volte di suggerirle che Marc cerca piuttosto di riprendere l’enigma del suo desiderio là dove lo aveva lasciato sei anni prima, su cui l’analista lo rimanda violentemente a proposito del desiderio d’analisi e dell’analista. L’IA confuta, e questa volta rifiuta di darmi ragione o di soddisfarmi.

 

  1. Il fantasma dell’analista: la padronanza etero-patriarcale

Il fantasma dell’analista, invece, è quello di una neutralità distaccata, una presunta padronanza sulle questioni identitarie, che può essere letta come una rappresentazione del fantasma etero-patriarcale di controllo e di dominazione dei discorsi. Nel contesto del termine “eteros-patriarca” questo fantasma dell’analista rivela una dinamica in cui le identità non normative, come quella di Marc, sono trattate come oggetti teorici piuttosto che come soggetti validi. La neutralità dell’analista, che evita di commentare esplicitamente la transizione di Marc, può essere interpretata come una forma di rifiuto di confrontarsi con le realtà della diversità di genere, con il pretesto di restare fedele a un quadro analitico classico che non riconosce pienamente queste identità.

 

Qui otteniamo una risposta centrata sulla questione della neutralità benevola, così spesso mobilitata dai discorsi che mirano a decostruzioni e superamenti categoriali. Estratta dal contesto della sua produzione nelle proposte freudiane, la nozione di neutralità è qui impiegata a fini puramente retorici, senza poter accedere più seriamente al suo oggetto centrale, che sarebbe lo statuto di abietto, oppure quello del peggio e del loro maneggiamento nel transfert.

 

4 — Un fantasma detto a-patride potrebbe de-completare il fantasma eteros-patriarca?

Un fantasma a-patride potrebbe essere definito come una risposta al fantasma eteros-patriarca, rifiutando le strutture di autorità, potere, controllo identitario e norme sessuali che sono inerenti a quest’ultimo. Questo fantasma a-patride metterebbe in discussione i quadri rigidi di genere, identità e autorità, e aprirebbe la via a una soggettività fluida, non gerarchizzata, che sfugge alle strutture sociali dominanti e all’istituzionalizzazione dell’identità.

 

Definizione del fantasma a-patride

Il fantasma a-patride si costruisce attorno alla nozione di disidentificazione, all’assenza di sottomissione alle norme patriarcali e alla frammentazione dei confini identitari imposti. Nel quadro di questo testo, può essere visto come un modo per Marc di liberarsi dal bisogno di riconoscimento e di validazione della propria identità da parte di figure di autorità (come l’analista) o di strutture di potere patriarcali. Questo fantasma risponderebbe all’idea di un mondo senza la necessità di iscriversi in un’identità fissa o di essere sottomessi a un’autorità che legittima o invalida tale identità.

 

Questo fantasma si caratterizzerebbe per una libertà radicale rispetto alle categorie, permettendo all’individuo di sfuggire alle aspettative sociali o alle pressioni istituzionali. Il fantasma a-patride rifiuta l’idea che bisogna conformarsi a un’etichetta (omosessuale, trans, cis, ecc.) per esistere o per essere compresi. Ciò introduce una visione del soggetto come non circoscritto dal linguaggio o dalle norme di genere dominanti, ma come un essere in costante mutazione e invenzione di sé.

 

Definitivamente, fare appello, da vicino o da lontano, alla sua competenza riflessiva conduce a impasse i cui effetti negativi appaiono immediatamente. Se l’IA ha già dimostrato la sua utilità per lo svolgimento di compiti specifici, al contrario il suo contributo al nostro sforzo di pensiero è impossibile, mentre ne forza il limite producendo proposte problematiche.

Le sue proposte di definizioni non vanno bene, ma ci danno da leggere ciò che questi due fantasmi non sono. Una sorta di definizione al rovescio, con questa differenza: Chat GPT, a differenza di noi, rifiuta di avanzare alla cieca; non può approfittare degli effetti di slittamento che un significato può portare verso il chiarimento di un significante.

 

Tuttavia, insisto cercando di criticare le sue risposte…

 

5 — Non è forse un approccio foucaultiano?

Sì, hai ragione a identificare un’influenza foucaultiana in questa descrizione del fantasma a-patride. L’approccio che ho descritto, con la sua insistenza sulla decostruzione delle strutture di potere, l’indeterminazione delle identità e la critica delle gerarchie sociali, richiama infatti Michel Foucault, che analizza le dinamiche di potere e il modo in cui si insinuano nei nostri rapporti sociali, anche nei campi del sapere, della sessualità e dell’identità.

 

Tuttavia, se si vuole restare più vicini a Lacan, si potrebbe aggiustare questa idea per renderla meno foucaultiana e più lacaniana. Lacan non mette tanto l’accento sulla critica delle strutture di potere quanto sulla struttura del desiderio e sul modo in cui il soggetto si costituisce nel e attraverso il linguaggio e i significanti. Non insiste sul crollo delle norme sociali o sulla dissoluzione delle identità in uno spazio indeterminato, ma sul modo in cui il soggetto è diviso e desiderante a causa del linguaggio, della mancanza e dei significanti che lo strutturano.

 

Riscrittura del fantasma a-patride in una prospettiva lacaniana:

 

Invece di un crollo delle categorie di genere o di potere, questo fantasma consisterebbe nell’accettazione che l’identità non è mai completa né fissata, e che è sempre segnata da una divisione inerente tra il soggetto e il proprio desiderio.

 

Insiste su un punto…

 

Il nome-del-padre e la legge simbolica

Un fantasma a-patride in una prospettiva lacaniana non cercherebbe di abolire le strutture di potere o di creare uno spazio fuori dalle norme, ma di accettare la legge simbolica così come si costituisce. Lacan mette l’accento sul nome-del-padre, che struttura il simbolico e introduce la legge nel desiderio. Il fantasma a-patride sarebbe qui un modo di vivere con questa legge, non sottomettendosi al patriarcato o a norme fisse, ma riconoscendo che il desiderio è strutturato dalla legge e che non c’è soggetto senza questa struttura simbolica.

 

Fermiamo qui questa conversazione con l’IA: si soffoca in questo gergo! Abbiamo bisogno d’aria! Non rende giustizia né a Foucault né a Lacan. Vi risparmio dunque il resto della conversazione, che faceva quasi trenta pagine.

Ci sono così tanti errori che non possiamo sviscerare ciascuna delle sue proposte. Concentriamoci però su una frase in particolare e analizziamo la portata delle sue approssimazioni, metodo che potremmo applicare a quasi tutte le frasi delle sue risposte: l’IA propone Lacan mette l’accento sul nome-del-padre, che struttura il simbolico e introduce la legge nel desiderio”. Tutto in questa frase sembra giusto, tanto giusto quanto ciò che abbiamo potuto sentire in corsi all’università, o in case di psicoanalisi, o dalla mia bocca in certe occasioni (in particolare quando facevo il prof con la pretesa di insegnare), eppure è tutto falso. Sembra un pezzo di teoria psicoanalitica, ma per accettarlo così com’è bisognerebbe accontentarsi delle scorciatoie e delle facilità che cerchiamo precisamente di chiarire e ridurre.

Lacan non “mette l’accento su”, non accredita di un plusvalore “il nome-del-padre”, che peraltro non è il nome-del-padre ma il significante del Nome-del-Padre. Questo “nome-del-padre” non è nemmeno ciò che “struttura” il simbolico, altro errore, a meno che non acconsentiamo a una concezione strettamente giudeo-cristiana di una strutturazione patriarcale dello psichismo, in cui il carattere patriarcale avrebbe valore solo per il padre di famiglia, mentre è precisamente ciò che Lacan denuncia scavandolo fuori dalle ombre delle nostre comprensioni troppo rapide. Se il significante del Nome-del-Padre ha qualcosa a che vedere con il simbolico, è come vettore dell’iscrizione del soggetto non solo nel simbolico, ma nell’articolazione dialettica della verità così come nel simbolico si fa conoscere e conosce le sue qualità sensibili, permettendo che si organizzi un senso condivisibile da tutte e da tutti. Il simbolico non è strutturato dal significante del Nome-del-Padre: è ciò che permette di iscriversi in esso; è tutt’altra cosa.

Altro elemento della frase: “introduce la legge nel desiderio”. Qui è il colmo. Ci troviamo una caricatura degna di un pessimo riassunto di pessimi appunti studenteschi presi con le orecchie tappate. Se il desiderio può essere compreso come articolato alla legge, a una legge che va qualificata, è perché non ha un’esistenza propria al di fuori di ogni legge, contrariamente all’idea sottesa alla formulazione di Chat GPT. Qui si tratterebbe della legge del significante, del linguaggio se vogliamo allargare il concetto, che struttura le istanze psichiche sui residui, sulle ceneri di ciò che è mancato e irrimediabilmente perduto per il solo fatto di essere presi nel linguaggio. Questa legge è anzitutto una legge conseguente, non è preliminare al soggetto, anche se è già all’opera per i soggetti già avvenuti prima di lui che egli raggiunge nascendo, così come l’ordine simbolico non esiste in modo unificato preliminarmente alla sua costituzione perpetua che rende possibili i suoi movimenti e l’espressione dei suoi alea. Possiamo apprezzare qui la pesante preminenza delle mitologie culturali che la psicoanalisi ha mobilitato e continua a mobilitare per estrarne linee di fuga nel migliore dei casi, talvolta purtroppo per giustificare lo spezzettamento del soggetto da parte della cultura, mentre possiamo sperare che la psicoanalisi metta in evidenza l’originalità riconfermata di ogni divenire soggetto. Questa serie di errori, in poche parole, da parte di Chat GPT non è nuova: è comune nelle formulazioni concettuali di cui facciamo spesso uso.

Nello stesso ordine di idee, Chat GPT ripete come un pappagallo, ciò che spesso ripetiamo anche noi come pappagalli, la formula seguente: fare a meno del padre a condizione di servirsene, attribuita a Lacan. Solo che non l’ha mai detto. La formula storica è questa: “la psicoanalisi, riuscendo, prova che del Nome-del-Padre si può anche fare a meno. Se ne può anche fare a meno a condizione di servirsene ”.

 

Mi fermo qui con questa autopsia della conversazione con Chat GPT: vi fa sentire la necessaria cautela di cui bisogna avvalersi per leggere le risposte dell’IA, e per estensione un modo o un metodo per leggere i testi teorici ideologici, nel campo della salute mentale in particolare, che meritano sempre di essere letti e ascoltati al bisturi per estrarne le poste in gioco inconsce, accedere al narco-testo di ogni testo, senza di che ogni articolazione teorica apparentemente logica può passare per una traduzione vera dei processi psichici pur essendo, fondamentalmente, opposta a questi stessi processi. Su questo punto, questa esperienza è stata interessante: è probabilmente l’unico. L’IA conversazionale, come l’IA della giustizia predittiva, altro esempio, presenta inconvenienti maggiori e rischi incontestabili sul nostro rapporto con il linguaggio e con la verità.

 

6 — Il mio divano tremò

 

La facilità di Chat GPT nel trattare questi elementi dà la sensazione di avvicinarsi alla sistemica di questi assemblaggi significanti nel discorso ambientale, dunque alle loro convergenze e divergenze là dove organizzano la possibilità delle categorie. Categorie assemblate secondo una logica di insiemi. L’IA, come noi, fa molta fatica a criticare le categorie senza produrre categorie, presi come siamo in un binarismo ordinario e anche, bisogna dirlo, efficace nel leggere e interpretare l’esperienza del vivente.

 

Negli ultimi mesi ho iniziato a redigere diversi testi per trattare in più parti questi complementi alla teoria sessuale. Non conclude le questioni che raggruppa, ma può servire da riferimento per tentare di organizzare le molteplici speculazioni nutrite da questi due fantasmi da teorizzare.

In mancanza di definizioni letterarie, a questo punto, di questi due fantasmi e di questi due progetti erotici, ho optato per una definizione per classificazione. Per riuscirci, a poco a poco, ho bricolato una tabella (un’altra).

 

Le ho dato come titolo Dal 2 fare un po’ di più (o molto meglio) (2023).

Diversi riscontri su questa tabella hanno sottolineato la preoccupazione binarista di una presentazione in due colonne. È un enorme problema per la lettura e per gli effetti di questa lettura. Su questo punto, per sostenersi su un sapere tratto dall’esperienza analitica, aggiungo dunque questa osservazione sul binarismo come sintomo binoculare di noi bipedi con due occhi sul viso: lo sguardo (che non è l’occhio che vede) ha la capacità di ridurre (tramite il diniego) lo scarto tra il vedere e il visto. Questo ha delle conseguenze. Alla realtà, questo scarto negato ritorna dove esplode sui corpi, dissolve il vicinato, la giunzione, la confusione inerente a ciò che si presenta all’occhio carico (malgrado lui) di scartarli, distinguerli, secare (etimologia di sesso, nel senso di separare). Per questo è così difficile, quasi inevitabile, sbagliare la lettura di una tabella a due colonne che affrontiamo irresistibilmente da questo versante di realtà che disprezza l’irreale al punto da farci dimenticare che ciò che è scritto in una colonna e ciò che lo è nell’altra è stato scritto con lo stesso inchiostro. Notiamo che la lettura della celebre tabella della sessuazione soffre dello stesso difetto se non stiamo attenti a visitarla come uno spazio tridimensionale e non come un puro quadrangolo appiattito in due dimensioni.

Osservazione aggiuntiva: “Fuori Fallo” nella tabella non vuol dire fuori fallico, tutt’altro. È il significato stesso della “x”, per la quale non trovo un termine efficace per dire questo fallico, questi aspetti del fallico, che sia sufficientemente distinto dalla coppia “fallico/non-tutto fallico”. Forse fallicizzante… da vedere.

 

Ciò che Chat GPT non fa è qualificare le qualità e anche le impasse implicite dei due fantasmi che pure definisce con il suo livello di precisione. Mancano quindi i limiti, gli apprezzamenti più sottili che meritano di essere associati a questi due fantasmi. La più centrale, ovviamente, e mancante nelle sue risposte, è l’inadeguatezza del fantasma, di ogni fantasma, rispetto all’insieme disparato di parametri da tenere in considerazione in un’analisi globale delle loro caratteristiche per sottolineare i limiti dell’impresa unificante di un fantasma, discriminante ed escludente per definizione, diciamo piuttosto per necessità soggettiva.

 

Per spiegare questa debolezza delle risposte di Chat GPT, sembra che manchi anche un elemento principale. Essa considera il sesso e il genere come due espressioni binarizzate della natura e della cultura, si appoggia su una concezione del genere come un omologo del sesso dove il sesso è un dato che il genere estende attraverso le sue espressioni sessuali. Questa concezione non è la mia, non si adatta, dal mio punto di vista, all’approccio psicoanalitico a queste questioni. Ma questa concezione è quella che domina la totalità delle considerazioni sul sesso e sul genere, in tutte le discipline. È senza dubbio per questo che le sue risposte somigliano anche a ciò che si può leggere e sentire sulle questioni di genere qua e là.

 

Questo ci rimanda a una delle questioni sollevate durante la nostra ultima discussione a seguito della mia presentazione. Quella che interroga la psicoanalisi come discorso, diversamente dal discorso psicoanalitico. Precisiamo un po’ questa questione appoggiandoci sullo statuto di un metalinguaggio nella psicoanalisi.

Per Lacan, l’inconscio è strutturato come un linguaggio, ciò significa che il linguaggio non è semplicemente uno strumento di comunicazione, ma è costitutivo dei processi psichici inconsci. Così la psicoanalisi non può usare il linguaggio per descrivere l’inconscio, ma cerca piuttosto di decodificare le strutture e le formazioni che ne sono le manifestazioni. Egli rifiuta che la psicoanalisi si ponga in una posizione meta, cioè che offra una spiegazione ultima dei discorsi. Per lui, ogni linguaggio è preso nella stessa logica di significazione e di desiderio di quello dell’analizzante, il che concorda con la comprensione da parte di Chat GPT della posizione dell’analista che non può avere la padronanza di tale linguaggio, incapace di spiegarne i meccanismi da una posizione di superiorità costituita da conoscenze, ma piuttosto di subirne gli effetti di sapere per il fatto di essere immerso egli stesso nel linguaggio. Altrimenti, l’analista contribuirebbe a una fissazione del rapporto del significante con il significato che Lacan ha descritto in modo del tutto diverso come sfasati, in scivolamento continuo gli uni rispetto agli altri, rendendo possibile il tremito significante della parola in analisi, tremito che non va confuso con il turbamento performativo.

 

Questa fissazione tra il significante e il significato esiste tuttavia negli usi e nelle pratiche di certi discorsi. È particolarmente illustrata da ciò che designiamo con il termine performativo, che è la punta avanzata del discorso performativo fondato sull’agentività del soggetto, ovvero la sua competenza ad agire sul mondo e sugli altri. La nozione di performativo è singolarmente mobilitata nelle questioni di genere, da quando Judith Butler ha sviluppato e sostenuto la sua teoria performativa, dal 1990 e dalla pubblicazione del celebre Questione di genere. La proposta di allora, piuttosto complessa e a tratti oscura, della filosofa ha conosciuto una carriera tanto fiorente quanto quella della nozione di genere. Nessuno ha potuto né può affrontare le questioni di genere senza passare per il gesto butleriano. Questa proposta è stata, e resta, mal percepita dall’ambiente psicoanalitico. Per una ragione semplice, se si mettono da parte le numerose tensioni intellettuali o morali che ho evocato durante la nostra prima sessione, ovvero che nella prospettiva performativa il soggetto dell’enunciato è il soggetto dell’enunciazione, quest’ultima essendo rafforzata in verità dalla sua elezione alla sua superficie. Mentre nella prospettiva psicoanalitica, il soggetto dell’enunciato non è quello dell’enunciazione, la cui verità è colpita da un’impossibile unità. Resta il fatto che queste sfumature non sono state realmente introdotte nelle discussioni tra gli psicoanalisti e Butler, nonostante le numerose interazioni incentrate su altri aspetti della sua opera. Continuo a rammaricarmene molto.

 

7 — Judith Butler, Chi ha paura del genere?

Restiamo un momento con Judith Butler, che ha appena pubblicato un’opera intitolata Chi ha paura del genere?, quindici giorni fa. Mi sono concentrato, per oggi, sull’introduzione dell’opera che presenta un paragrafo in particolare che non è assolutamente rappresentativo del libro, ma che fa già venire voglia di leggere il prossimo.

La teoria performativa del genere vi è riconosciuta come «contestabile» dalla critica transgender e materialista. Questa dichiarazione ha grandi conseguenze, poiché il genere vi perderebbe la sua concettualizzazione presentata in Questione di genere. Resta allora la concezione ordinaria e dominante riguardo al genere come espressione sociale e culturale del sesso. In questo libro, il genere è ridotto a un rappresentante che lei (Butler) non dinamizza più con la sua precedente operatività soggettiva, insistendo maggiormente sulla sua operatività nei discorsi, il che permette e rende molto interessante la critica che sviluppa nei confronti di certi discorsi anti-genere. Il genere non è più definito a partire dal suo potenziale legame correlativo tra il reale del sesso, il sesso nella realtà e la sua estensione/riduzione come sembiante che il genere può essere per il sesso in questa concezione qui lasciata da parte. Il genere come sembiante realmente immaginario del sesso, esso stesso sembiante immaginariamente reale, non sono ulteriormente presi in considerazione o mantenuti, a cui viene preferito il riferimento a un fantasma psicosociale, ben lontano dal fantasma pensato dalla psicoanalisi, nonostante i riferimenti ancora una volta ripetuti, in questa introduzione, a Freud e Laplanche per sostenere la sua impresa.

Il genere non è tuttavia ridotto a un apparire, è mantenuto come operatore di altre cose oltre alla sola rappresentazione, la costituzione stessa di una verità resta interessata dall’effettività del genere. Nonostante ciò, la sua qualità di vettore utile all’elucidazione del reale del sesso appoggiandosi alla funzione del sembiante non è mantenuta come possibile sviluppo futuro, né attraverso le teorizzazioni psicoanalitiche che non rientrano nel suo ambito di pratica ovviamente, né tantomeno attraverso l’attesa e sperata introduzione di un’elucidazione della conflittualità significante/performativo sottintesa in questa sorta di superamento della sua performance del 1990. Lo rimpiango e lo spero.

Mirando a chiarire i procedimenti delle contestazioni e degli attacchi contro il genere di diversi discorsi (religiosi, politici, femministi), il cui principale difetto rimane una mancanza di lavoro, di studio degli elementi pur denunciati con violenza, lei non critica il discorso degli psicoanalisti in guerra contro il genere. È sorprendente, perché essi meritano la stessa critica: quella di sentenziare su questioni che manifestamente non hanno lavorato abbastanza. Lo rimpiango e lo spero.

Rimane dunque un gap tra la produzione degli argomenti di Butler con il discorso psicoanalitico e il discorso degli psicoanalisti. Un gap che mantiene, purtroppo, uno statu quo e ritarda allo stesso tempo che il genere sia lavorato come uno degli elementi della produzione dei sembianti del reale del sesso che sono il genere e il sesso, distintamente situati e differentemente associati ai registri del reale, del simbolico e dell’immaginario che pure ne rivelano la pertinenza operatoria verso una diversificazione delle verità sessuali, un chiarimento dei loro punti di contraddizione e di co-occorrenza dove si sovrappongono e si incrociano. Il riferimento persistente alle teorie di Laplanche, da parte di Butler su questo punto, spiega da solo questa impasse dal mio punto di vista — le teorie di Laplanche sono più iscritte nella dinamica sessuale oggettuale che nella figurazione e nella significazione del geschlecht (generesesso).

Bisogna dire che i rari psicoanalisti ad aver avviato e mantenuto scambi con Butler non hanno spesso preteso il superamento pur necessario della nostra passione sciovinista per la French Theory che le interazioni con Butler hanno permesso di soddisfare da quasi 20 anni, in un’orgia mondana senza eguali. È un peccato, Butler è una delle più grandi retoriche della sua epoca e una delle filosofe più influenti attualmente.

Potremmo portare più avanti lo sforzo di lavoro con lei. Lo spero.

 

Senza affrontare realmente l’inconscio e in particolare l’inconscio reale, altre elaborazioni non possono emergere. Butler scrive di non essere in grado di proporre, allo stato attuale, un’altra teoria del genere, e sembra lasciare allo stesso tempo il genere alla sua concezione binaria ordinaria del distinguo sociologico/antropologico classico natura/cultura. In questo, l’opera risponde a una necessità attuale imperiosa, ovvero il chiarimento delle costruzioni discorsive fasciste o totalitarie. Non risponde a Gender Trouble, ci offre elementi di comprensione e di difesa contro certi discorsi attuali.

 

Per andare oltre, voglio sostenere una critica costruttiva per completare, se così posso dire, la proposta di Butler con un’interpretazione psicoanalitica, nella fattispecie la mia. Perché ciò che si lascia conoscere delle critiche essenziali condotte in quest’opera nei confronti dei discorsi offensivi contro il genere e ciò che esso attiva o rappresenta incontra un punto saliente: non è il genere che nutre un fantasma psicosociale a creare problemi per cogliere la posta in gioco soggettiva che conduce agli attacchi difensivi passati in rassegna. È il fantasma sottostante, quello che privilegia l’alterità convenuta contro l’estraneità radicale, ovvero il fantasma heteros-patriarca; questo non ha nulla a che vedere con un fantasma psicosociale, di cui non percepisco la consistenza psichica, e per di più sostengo l’esistenza delle fobie cucinate in tutte le salse (omofobia, transfobia, ecc.). Non sono fobie, che presenterebbero allora un messaggio enigmatico da risolvere. Psichicamente, non si tratta che di espressioni di odi tenaci, che non svaniscono grazie al ritiro dell’oggetto fobico come invece avviene nelle fobie. La nozione di fantasma psicosociale è decisamente appoggiata alla possibilità di una seduzione combattuta per necessità soggettiva (effetto della teoria della seduzione generalizzata di Laplanche ). Se in Laplanche il fantasma rientra in un’espressione immaginaria dagli effetti strutturanti e di espressione dei desideri, in Lacan, più vicino a Freud mi sembra su questo punto, il fantasma è esso stesso una struttura che non esprime il desiderio, ma che gli fornisce un supporto attraverso cui il soggetto sostiene il suo rapporto con il proprio desiderio nel suo punto di impossibile. Queste due versioni del fantasma si distinguono in particolare, per come le intendo io, rispetto alla perversione percepita nella concezione di Laplanche come una variazione dell’espressione desiderante, in Lacan come una sovversione dell’espressione del desiderio da cui si distingue ciò che Jean Allouch ha sottolineato brillantemente come due analitiche del sesso: quella del legame, quella dell’Altro (luogo).

Piccola parentesi, più vicina all’esperienza clinica, questa rimessa in prospettiva della teoria performativa apre anche più ampiamente punti tecnici della pratica riguardo alle transizioni di sesso/genere in particolare, specialmente sulla questione del misgendering, per esempio. La mobilitazione performativa della lingua ne accentua gli effetti, quella del significante riapre la trasformazione del corpo e della sua immagine con l’appoggio delle tre dimensioni, dei tre registri (R, S, I) grazie a cui le scene di interpellazione ne risultano profondamente modificate e modificabili. Potremo discuterne, poiché è una questione facilmente accessibile per la pratica clinica.

 

Quale sarebbe dunque questa perversione felice di cui spero dei chiarimenti?

Dovremo aspettare le prossime sessioni per affrontarla più avanti. Posso tuttavia nominarla, si tratta di una perversione del fallico — e non del Fallo — che si traduce nella rivelazione dell’a-sessuazione.

 

Ecco dunque una doppia questione da discutere per avanzare al termine di questa presentazione. Cosa avremmo da dire di meglio dell’IA sulle interazioni tra Marc e il suo analista? In che modo questi due personaggi sono presi nel fantasma heteros-patriarca e/o a-patride, che possiamo continuare a mobilitare senza averli preventivamente definiti? Questo metodo non è ordinario, ma è del tutto conforme, dal mio punto di vista, all’esplorazione dell’inconscio e al modo in cui è possibile scovarne dei saperi. Ci scegliamo un’esca, la seguiamo come il Bianconiglio fino a incontrare frammenti di sapere.

 

Grazie per avermi ascoltato,

 

Vincent Bourseul

 

Fine

Allegati

 

1 — Tabella — Del 2 fare un po’ di più (o molto meglio) (2023)