Finché chiameremo punizione con il nome di sicurezza e genocidio con il nome di giustizia, finché adoreremo l’oggetto invece di ascoltare i viventi, Gaza resterà il nostro specchio e la nostra vergogna (2025)

Finché chiameremo punizione con il nome di sicurezza e genocidio con il nome di giustizia, finché adoreremo l’oggetto invece di ascoltare i viventi, Gaza resterà il nostro specchio e la nostra vergogna (2025)

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Finché chiameremo punizione con il nome di sicurezza e genocidio con il nome di giustizia, finché adoreremo l’oggetto invece di ascoltare i viventi, Gaza resterà il nostro specchio e la nostra vergogna

Pubblicato su internet, agosto 2025.

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Nessuna equivalenza, nessuna bilancia dei disastri; che questo sia detto in testa, per non confondere i morti e non assolvere se stessi: diremo soltanto la logica che morde, segregazione e feticcio, diniego sulla lingua, e i Palestinesi nell’enclave dove la fame è una misura e la polvere un’unità, e l’acqua un verdetto che si apre o si chiude come una palpebra di metallo sotto le bombe e i proiettili.

 

Il pensiero, questa scheggia. Frammentato spesso, mai quanto i corpi. Alla rinfusa, una drogheria di idee gettate per cercare di vederci più chiaro al banco della Storia.

 

***

 

Abbiamo visto mappe, corridoi, linee come cuciture, abbiamo visto i portici, le telecamere, i volti incorniciati di plastica, e abbiamo visto che si vedeva; abbiamo saputo che questo obbligava e non abbiamo voluto sapere, abbiamo tenuto la mano sull’interruttore dei nomi; abbiamo detto sicurezza, risposta, necessità, perché il sonno acconsentisse ancora ad accoglierci; e la mattina, sugli schermi, non erano campi ma pixel di rovina, polveri viventi, e si contava, e si contava, e la contabilità diventava un rifugio, un rito, un modo per non piangere.

 

E le bombe, diciamolo senza paravento, cadono come si gettano martelli sulla stoviglie del mondo: di notte, di mattina, in mezzo al pane, sulla scuola alla ricreazione, sull’ospedale che odora di etere, sulla tenda che ha sostituito la casa, sulla fila d’acqua, sulla cucina dove si impasta ancora. Non sono errori, non sono sbagli di traiettoria — la mira resta quando la frase nega; è l’accanimento di una scienza che ha perso la legge, e che misura in megatoni ciò che la decenza misura in nomi di battesimo.

 

E i civili distesi massacrati, le famiglie a grappoli, le ambulanze colpite, i soccorritori tirati come conigli; e i giornalisti, giubbotti PRESS con lettere grandi come tetti, distesi vicino alle loro telecamere — la telecamera spezzata dice abbastanza che non si voleva più vedere. Si parlerà negli uffici di proporzione, di scudi umani, di imprevisti — ma qui la parola non copre più, scopre: è massacro, è la parola nuda che resta quando gli eufemismi bruciano.

 

E l’altra oscenità è la lingua dei potenti: questa malafede che si torce come un chiodo sotto la pinza, che nega la mattina ciò che ammette la sera in nota a piè di pagina, che promette e rinvia, che giura e tradisce, che battezza sicurezza ciò che è solo una punizione. I dirigenti israeliani, a forza di stringere l’eccezione come un idolo, si sono fatti immondi criminali: non è la Shoah che lo ordina — essa lo riprova —, è la tentazione di uccidere sul disastro perché parli al loro posto. Il loro diritto si sgretola nella loro bocca, resta solo un potere coperto di leggi che uccidono.

 

Ci sono oggetti piantati in mezzo al giorno come chiodi nella fronte, vagoni di un tempo, barriere di oggi, mappe con frecce rosse, pallet sotto film, bracciali fluorescenti, e dicono guarda, e dicono passa oltre, sono la memoria e la scusa, il sigillo e lo schermo, bende di ferro su una ferita che non si vuole medicare, feticci che amiamo perché ci dispensano dall’entrare nella stanza dove la perdita lavora, la perdita incomparabile che non ha mai finito di parlare.

 

Sappiamo da dove viene la cripta e cosa custodisce, questo popolo che si levò dalle ceneri con la decisione di non tornarci; sappiamo e nominiamo senza ironia, senza veleno; ma vediamo anche l’ombra fredda degli apparati, la memoria diventata procedura, l’eccezione installata nell’ufficio come una lampada, e sentiamo l’istruzione bassa: uccidere sul disastro, incollarsi ad esso come alla roccia della storia, e trarre da questa roccia il diritto di stringere, di assegnare, di affamare; e questo ancora è un diniego, non l’oblio della Shoah ma la sua consacrazione fino all’accecamento, la memoria montata su molla, che non lascia più entrare la legge comune con i suoi non fare poveri e testardi.

 

***

 

E poiché veniamo da tre case dello stesso Dio:

Nome — Ebrei. La brace senza immagine, il Nome impronunciato portato per primi: non lo si perdona. Aver messo Dio a nudo fin dall’inizio, è attirare l’odio antico, il rancore contro l’antecedenza.

Figlio — Cristiani. Una filiazione immaginaria e carnale per attraversare l’abisso: un volto per la Legge, un corpo per la ferita.

Sigillo — Musulmani. La Parola sigillata che chiude la catena, un sì senza figura al di sopra dei nomi.

 

Queste tre vie verso l’unico stringono lo stesso punto, rifiutano di saperlo, non possono condividerlo.

 

Da queste antecedenze sono nate gelosie di primogenitura, fedeltà in guerra, dispute di titoli sulle pietre e sui pozzi. I significanti — Nome, Figlio, Sigillo / Ebrei, Cristiani, Musulmani — sono stati eretti in oggetti per tenere l’Innominabile: cupole, muri, reliquie, chiavi. Là dove la perdita non può essere pianta, la si cambia in cosa; là dove non si può dire, si costruisce; là dove si trema, si amministra. Così nascono i feticci: proteggono dimenticando.

Ciascuno nega la propria perdita secondo la propria grammatica: il primo criptando, il secondo incarnando, il terzo sigillando. Dallo sfregamento di queste fedeltà, la terra diventa ostia, soglia, talismano; e l’enclave — stretta — raccoglie, distilla, esplode questa vecchia disputa di primogenitura a vantaggio degli apparati.

 

E che lo si dica chiaramente: qui, in questa attualità di rovine e ossa polverizzate, è la fede stessa che viene massacrata — la fede come apertura, come diritto di non uccidere per credere. E i tre monoteismi ne portano il peso: non le anime, ma i loro apparati; non i preganti, ma i loro cleri, i loro prìncipi, i loro partiti che si nutrono del Nome. A forza di Nome, Figlio, Sigillo / Ebrei, Cristiani, Musulmani, hanno consegnato la fede alle dogane, l’hanno legata ai muri, l’hanno arruolata sotto le bombe; hanno fatto delle pietre dei mandatari del cielo e dei viventi dei giustificativi. Così la fede, decapitata, viene brandita come una bandiera; così Dio, preso in ostaggio, parla la lingua delle intimazioni. Responsabili, sì — storicamente responsabili di aver lasciato che la perdita diventasse feticcio e di aver amato questo feticcio più dei viventi.

 

E per memoria, la fede disarmata: non la religione in abito da stato maggiore, ma la fede delle mani vuote — il pane condiviso senza liturgia, l’acqua passata di palmo in palmo, la soglia lasciata aperta per lo sconosciuto, il letto prestato al ferito senza chiedere la sua bandiera. La fede che non amministra, che non ordina, che non ha né uniforme né ostaggi, che parla a bassa voce, che recita i suoi non fare senza tamburi: non uccidere per Dio, non umiliare per Dio, non punire il bambino in nome di Dio. La fede che lascia Dio tacere mentre si porta una barella, che firma con nomi poveri e gesti tenaci; la fede che preferisce aprire piuttosto che provare, che custodisce la casa perché la notte passi un po’ più in fretta.

 

***

 

Loro, i Palestinesi, nell’enclave, questo nome che suona come un sarcasmo amministrativo, striscia stretta dove si trasfonde la luce, dove si raziona l’aria, dove si mette alla prova la pazienza delle madri, dove si infligge ai bambini un’aritmetica che non si dovrebbe conoscere: quante ore per l’acqua, quanti passi fino al sacco, quante notti senza tetto, quanti nomi persi nelle colonne, quante bombe per notte, quanti morti per ora; sono tenuti là come cavie di storia eppure tengono ancora la tazza, la chiave, la foto del cugino partito, tengono la lingua anche quando si spezza, tengono per ostinazione di poveri, che è l’unico tesoro che la politica non è riuscita a rubare loro.

 

***

 

Noi, che parliamo, non abbiamo il diritto di risparmiare la nostra frase, dobbiamo restituirla alla polvere, sollevarla poi posarla delicatamente: c’è un meccanismo e lo chiamiamo per nome: diniego; non diciamo che gli uomini mentono, diciamo che la percezione rimane e che l’obbligo si cancella; diciamo che l’enclave è un feticcio, benda di ferro posta su una perdita inassimilabile, da un lato la Shoah, dall’altro la Nakba, due abissi che si guardano e che si preferisce amministrare piuttosto che mettere in lutto; diciamo che quando il feticcio cede, l’atto sopraggiunge, scheggia pura e sciocca, colpo, razzo, profanazione, rapimento, come se si volesse far apparire la perdita sotto un’altra perdita, più fresca, più netta, più sanguinosa, perché finalmente qualcosa si senta.

 

E vediamo l’altra liturgia, la liturgia utile eppure catturata: camion allineati, liste laminate, sigilli blu, ponti aerei, pesate, coorti di angeli in giubbotti che non predicano ma misurano, e i loro gesti salvano, lo sappiamo, eppure a forza di essere necessari, diventano l’ornamento della scena, il sipario tra il grido e la decisione; la carità tenuta al guinzaglio perché la politica possa assentarsi degnamente.

 

Chiamiamo allora gesti che non sarebbero metafore ma cose: cessate-il-fuoco che è un calendario e non uno slogan; passaggi garantiti, che sono portali che si aprono a ore stabilite, tre volte al giorno, qualunque cosa accada; scambi che sono autobus, corridoi d’ospedale, telefoni che squillano in cucine e dove voci rispondono; giustizia che non è un tono ma procedure condotte fino in fondo, nonostante la stanchezza dei potenti, e dove il testimone seduto parla senza essere confiscato dalla causa; sono oggetti contro gli oggetti, atti contro gli idoli, la piccola falegnameria del senso contro l’acciaio delle scuse.

 

Sappiamo anche ciò che ci rode, il miele nero del godimento: tenere l’altro al suo posto, contarlo, nominarlo per categorie, osservarlo attraverso vetri spessi; bucare la mappa, sfidare la fortezza, esibire il lampo come si esibisce uno stemma; questi eccessi sono gemelli, si generano e si alimentano, si porgono la mano al di sopra dei morti.

 

***

 

E tuttavia, se c’è una lingua, che serva almeno a questo: smagnetizzare l’oggetto, togliere al feticcio la sua maestà funebre, non godere della spiegazione come di una vittoria, ridurre l’enfasi a vantaggio della legge comune, quel non fare che sta ancora in piedi quando tutto il resto vacilla: non uccidere, non umiliare, non punire il bambino per il padre, non affamare, non deportare la vita fuori da se stessa.

 

Non faremo i conti di un secolo che non è finito; non depositeremo paragoni come pietre piatte; parleremo, sì, da un lato: dalla parte dei Palestinesi tenuti sotto assedio, perché è là che la segregazione è totale e visibile, là che il bambino è una cifra prima di essere un nome, là che il diritto si piega in procedura, là che il dolore non può più essere negato se non diventando rituale; e parlare da questo lato non toglie nulla agli altri dolori, toglie soltanto alla nostra bocca la tentazione della bilancia.

 

Vorrei scrivere la lista delle cose semplici che disfano le recinzioni: la cisterna in mezzo al quartiere con un rubinetto che non chiude da mezzogiorno alle due; il portale che sale e scende a orari fissi; la tessera plastificata che vale per ventiquattro ore e che nessuno strappa davanti al bambino; la farina che passa; il telefono che squilla; l’autobus che arriva; la donna che rientra con una borsa e che dorme; l’ostaggio che torna e che tace, o che parla, come vuole; il giudice che ascolta, e si ignora da chi dipende, ed è questo che fa bene; tutto questo non è grandioso, è operativo, è ciò che i morti chiedono ai vivi quando chiudono gli occhi: non una spiegazione, una porta.

 

E che lo si lasci qui, senza fronzoli: questo non regge ancora. Sono solo fili tesi nella polvere, direzioni gettate in tutte le direzioni, pezzi di immagini e parole che si tirano per vedere se viene qualcosa. L’idea solida manca, e deve forse mancare: si scrive per tastare il mondo, non per concluderlo; per far giocare i nodi, non per consacrarli. Domani, un filo si spezzerà, un altro prenderà; che sia così — che si cerchi, che si provi, che si guardi ancora, e che la lingua, povera cosa, tenga almeno luogo di lampada mentre passano i viventi.

 

Bisogna che anche gli psicoanalisti debbano considerare di nuovo la fede, Dio e le loro conseguenze? Loro che, facendo a meno del significante del Nome-del-Padre, avevano il potere di andare a vedere dall’altra parte del proprio specchio e che, senza dubbio, non hanno ancora osato rischiarlo del tutto. Ciò che ci chiude la bocca, e fa piegare le ginocchia.