This post is also available in:
H. I. e V. o le lettere d’amore
Cahiers de psychologie clinique, 2012/1, n°38, p. 161-177.
H.I. & V., O LE LETTERE D’AMORE
RIASSUNTO L’epidemia di AIDS presenta una considerevole sfida alle leggi dell’amore e del desiderio. Contaminati o meno, coloro che si amano non possono sfuggire agli effetti della perturbazione immaginaria che il virus H.I.V. crea. L’esperienza clinica ci insegna che il rischio sessuale è più una testimonianza dell’adattamento psichico di un soggetto al desiderio che una resa di fronte all’istinto di morte. Con Lacan e Freud, possiamo discernere alcuni elementi dei processi psicologici dell’angoscia, che possono far luce sul processo della fantasia e dell’amore in uno sforzo costantemente rinnovato di lavorare sul quadro che li sostiene.
PAROLE CHIAVE AIDS, barebacking, il perturbante, oggetto del desiderio, oggetto a.
RIASSUNTO L’epidemia di AIDS mette duramente alla prova le leggi dell’amore e del desiderio. Contaminati o meno, coloro che si amano non sfuggono all’effetto di perturbazione immaginaria che il virus H.I.V. provoca. L’esperienza clinica ci insegna che il rischio sessuale testimonia maggiormente l’adattamento psichico del soggetto a favore del desiderio piuttosto che la sua capitolazione di fronte alle forze della pulsione di morte. Con Lacan e Freud, possiamo individuare alcuni elementi dei processi psichici dell’angoscia, capaci di illuminare il cammino della fantasia e dell’amore in uno sforzo sempre rinnovato di operare sulla trama che li sostiene.
« Accecati dallo splendore della sua luce errante, Giurate, nella notte in cui la sorte vi ha immerso, Di tenerla sempre: alla vostra mano morente Essa già sfugge.
Almeno avrete visto brillare un lampo sublime; Avrà solcato la vostra vita per un momento;
Cadendo potrete portare nell’abisso Il vostro abbagliamento.
E se regnasse in fondo al cielo placido Un essere senza pietà che contemplasse soffrire,
Se il suo occhio eterno considera, impassibile, Il nascere e il morire,
Sull’orlo della tomba, e sotto quello stesso sguardo, Che un moto d’amore sia ancora il vostro addio!
Sì, mostrate quanto l’uomo è grande quando ama, E perdonate a Dio! »
Louise Akermann (1813-1890), L’amore e la morte (ultimi versi).
Non se ne scrivono più così tante, si dice, di lettere d’amore come un tempo. La comunicazione ipertrofica della vita moderna, intessuta in rete, avrebbe avuto la meglio sui “marivaudages” di un tempo. Impoverita, la parola amorosa sopravvivrebbe solo rachitica, ridotta alla cifratura di un short message service designato come prova irrefutabile della gloria circoscritta dell’istantaneo contro il lento e filante ricamo del desiderio. Se possiamo sostenere un’opposizione volontaria a questo bilancio mal fatto, è alla luce dell’esperienza della parola della psicoanalisi che li smontiamo uno ad uno, e constatiamo che non c’è nulla di questi argomenti. È che rimane un testo di un’altra dimensione di cui non si detiene la materia, e di cui non si sgranano le lettere a piacimento. H., I. e V. sono di queste lettere, missive senza busta al servizio del testo inconscio del soggetto. Come nel racconto di E. Poe 2, nessuno ne conosce il contenuto fattuale, e nessuno ne ha bisogno per agire di conseguenza. Particella invisibile ad occhio nudo, il virus dell’AIDS si presta fantasticamente alle vicissitudini del psichismo e dei suoi processi. Salvo che si scateni attraverso il pathos la cinetica della pulsione di morte, noi diciamo che l’assunzione di rischio sessuale è ampiamente all’opera a favore di Eros più che di Thanatos, questa è la nostra ipotesi a sostegno della nostra esperienza. Il paradosso e la contraddizione che ne derivano contro il senso comune troppo chiacchierone, e all’opposto stesso dei drammi e degli effetti singolarmente incontrati, rendono difficile al soggetto di sillabare i frammenti di un sapere in attesa, il clinico non è da meno. È che bisogna allontanare l’angoscia per non ingombrare con le sue rivendicazioni l’area di ripresa che si avvia con il verbo, preservarla dalla disperazione o dalla depressione che ne conseguono. Perché al di là della credenza comune, dobbiamo affrontare un altro rischio sessuale, nel senso freudiano, quello di non indietreggiare neppure di fronte a ciò che dell’amore porta vittorie per il soggetto, a volte indicizzate sul corso della vita. Nessun romanticismo nel percorrere e leggere le sottili intricazioni dell’amore e della morte nella vita psichica degli esseri che siamo, un’elucidazione forse, unico valido aggiunto all’aspirazione etica di una vita più decisa che subita. La sessualità umana continua a rivelarsi sotto questi tratti in tempi di AIDS, così come la psicoanalisi ne ha aperto il campo.
L’a dell’oggetto del desiderio
L’annuncio della sieropositività costituisce, a tutte le evidenze, un vero e proprio trauma, un evento senza precedenti. Scoperta – perché è così che si esprimono il medico, l’amico, lo psicologo, il partner, la persona stessa – è un significante maggiore, ci informa sulla qualità di questo evento, sulla sua portata cosciente e inconscia i cui effetti si fanno sentire fino alle modalità transferali e tecniche del lavoro psichico possibile, e a volte impossibile. La rivelazione che vi si riferisce ha del’effrazione e del trauma, dal collettivo all’individuale. È che lo svelamento del sessuale che l’epidemia di AIDS inaugura quando
l’HIV viene scoperto nel 1983 3 non cessa di essere riproposto ad ogni scoperta di ogni sieropositività. Ma cosa viene scoperto esattamente? Nel dopo-colpo della partenza di pazienti sieropositivi e pazienti sieropositivi venuti a consultare per alcuni mesi, riprendiamo qui la riflessione su queste esperienze. Un movimento comune ad alcuni di questi percorsi prende forma a posteriori. Questa difficile scoperta provoca un blocco del pensiero che si protegge, si ripara o si ritira. Se la parola rimane a volte possibile sul vivo (il che può essere utile per alcuni pazienti), il più delle volte l’incisione prodotta demobilita pesantemente le possibilità di pensiero ordinarie, relegate sotto l’egida di un’eclissi il cui baluardo può essere dissipato solo a favore di determinate condizioni che garantiscono una ripresa psichica di questo evento, e dei suoi effetti. Perché questa scoperta è intrinsecamente legata alle sue conseguenze, né più né meno che non sia sempre possibile discriminarle. Si crea un amalgama che rende difficile il distacco propizio alla ripresa soggettiva in uno sforzo di parola. Tutti sono venuti a consultare uno psico dopo che il tempo è passato dalla scoperta della loro sieropositività, tempo breve o esteso, sempre distinto, durante il quale la scoperta è rimasta a discrezione o addirittura completamente passata sotto silenzio, per obreption. Poi, a favore di una mobilitazione i cui presupposti restano da discutere, hanno posto fine a questo tempo di latenza.
Impegniamoci fin da ora in un elemento di ipotesi per dare un senso a questo effetto della scoperta, rilevato clinicamente. Riteniamo che di una scoperta, è proprio quella del sessuale di cui si tratta qui, in un rinnovamento del suo svelamento in occasione dello screening della sieropositività. Le trasformazioni, le traduzioni, i rimaneggiamenti che vengono attivati ci hanno portato a rileggere alcune pagine della teoria dell’esperienza analitica o psicoterapeutica sui processi di soggettivazione nell’adolescenza.
« La riappropriazione del pulsionale nel psichico può essere definita come esigenza di lavoro imposta al psichico in conseguenza della sua relazione con il corpo (si può comprendere a questo riguardo che il processo adolescenziale, lavoro di elaborazione introiettiva del puberale, possa costituirne il modello) ». 4
Anche le persone sieropositive devono affrontare una rimessa in gioco della questione del sessuale attraverso la trasformazione sorprendente e irrimediabile di un’esperienza della realtà con ripercussioni violente. Si pone la questione di un’identità sessuale in sconvolgimento e dei processi di soggettivazione ad essa collegati. Non solo la questione soggettiva in gioco offre similitudini con la questione adolescenziale, ma è anche in termini di malleabilità e temporalità del processo psicoterapeutico che constatiamo punti di avvicinamento. La mobilitazione psichica resa necessaria si formalizza sul modello di una crisi, al cui centro appaiono, come nella crisi adolescenziale, inevitabili negoziazioni con gli oggetti edipici. La posizione del soggetto si discute a partire dal suo rapporto con l’Altro, e dei desideri che operano nei movimenti affettivi e psichici esaminati da una triangolazione storica percepibile in filigrana. 5
« La costruzione dell’infantile nella cura psicoanalitica, rileva la logica della metabolizzazione adolescenziale che mette in prospettiva retroattiva le soglie strutturali dell’organizzazione psichica adulta come altrettanti virtuali ritardi dello sviluppo ». 6
Proprio come nell’adolescenza, lo svelamento del sessuale provocato dall’annuncio della sieropositività è un ri-svelamento del sessuale infantile messo da parte durante il periodo di latenza prepuberale. Qualcosa dell’ordine del segreto o della dissimulazione psichica attiva, della rimozione, viene annullato. Appare ciò che non meritava di essere così tanto visto o divulgato. Il reale lacera la fantasia e fissa il soggetto al punto della sua determinazione sessuale inconscia causando un immenso turbamento, una perdita della sua motilità psichica. L’assoluta necessità delle spiegazioni non tarda mai a farsi sentire. Ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo deve trovare gli argomenti della sua dimostrazione logica capace di razionalizzare ciò che sembra potervi sottrarsi. L’adolescente può appoggiarsi al senso del destino che gli è riservato dalla vita di dover diventare un adulto che lo voglia o no, da cui si dispiega il suo progetto identificatorio di adulto. La persona scoperta sieropositiva si rifugia il più delle volte nel questionamento del come, a scapito del perché inaccessibile in un primo tempo, eppure indispensabile al lavoro psichico, perché unica realizzazione possibile di questa rivoluzione del sessuale richiesta per uscire dalla crisi.
Dobbiamo esporre un fatto clinico più volte incontrato a proposito del diventare sieropositivi. I racconti dei pazienti sono caratterizzati dalla dispersione di spiegazioni sulla contaminazione da HIV, di cui conserviamo la trama enigmatica o fantastica (nel senso della fantasia), al confine tra ciò che si dice e ciò che rimane ai margini. La storia della contaminazione è oggetto di una rielaborazione alla maniera di un ricordo-schermo come mezzo di subreption quando dissimula un contenuto conflittuale. Questa storia assomiglia anche a una scena primaria, allegoria della contaminazione. Queste sono due delle sue funzioni psichiche che abbiamo incontrato. A questo duplice titolo, essa è spesso alterata, arricchita, corrotta, distorta a seconda del momento o dell’interlocutore. Precisiamo, è il ricordo-schermo che assume valore immaginario di una scena primaria – e non il contrario – in ragione del suo contenuto favorevole a una corrispondenza con l’infantile della scena primaria. L’aggiustamento di cui è oggetto (il ricordo) impone di riconoscergli questa funzione di schermo come descritto da Freud. Ma ciò che mette in scena inaugura nel dopo-colpo l’opportunità di un tentativo immaginario profittevole per il soggetto di riscrivere l’origine di una concezione (quella della contaminazione), da cui risulta che egli non c’era, proprio come la scena mitica della concezione del bambino nascituro che non poteva esserci già. E il non esserci ne deduce la tendenza a privilegiare la causalità più che la significanza, a ricomporre i fatti per non accedere ai desideri che li sottendono: il come in compensazione del perché.
La destabilizzazione della scoperta della sieropositività equivale a un crollo di tipo traumatico. Nelle sue Riflessioni sul trauma, Ferenczi tratta della «commozione psichica» e dello «“shock” […] equivalente all’annientamento del sentimento di sé» 7. Dobbiamo individuarne il momento. La comprensione comune mira spesso a ritenere un precedente fallimento come il motivo responsabile della contaminazione, dimenticando che essa è solo la conseguenza biologica di una storia soggettiva che si determina da un altro piano. La sconfitta che può rappresentare la contaminazione
non può essere considerata il risultato di una qualche predisposizione soggettiva o l’opera della pulsione di morte, di cui sarebbe il compimento. Non illustra il disturbo di velleità suicide. Se queste sono effettive all’occasione, devono essere apprezzate per quello che sono, tali che il soggetto ne subirebbe le conseguenze distintamente dai loro effetti nel reale, da un registro all’altro, senza traduzioni letterali. Se così non fosse, dovremmo dare credito all’autodistruzione così spesso invocata, e di cui sappiamo per esperienza che non regge la contraddizione. La questione è più complessa.
Quando Hermann 8 si presentò al suo primo appuntamento, nulla indicava in anticipo l’effetto di rivelazione che questo incontro clinico avrebbe suscitato. Uomo dinamico di trent’anni, di origine scandinava, sieropositivo da quasi cinque anni, diagnosticato quasi immediatamente dopo la sua contaminazione, omosessuale attivo amante delle feste e degli incontri multipli, consumatore di droghe di ogni tipo, sportivo: ecco il repertorio identitario che mi serviva come presentazione, fin dai primi istanti del primo colloquio. Poi, l’infanzia e la storia familiare sono venute a fare da sfondo e da drammaturgia a una dolorosa storia di immigrazione. La violenza tra fratelli, lo smarrimento genitoriale, il destino di una famiglia alla deriva in una Francia dove nessuno dei suoi membri trovava né punti di riferimento, né desideri, né gioie. Con i suoi cinque figli a carico, la madre era materialmente e affettivamente sopraffatta, Hermann, il più piccolo, ne subiva i danni; nutrito, accudito ma «mal amato», ricorda di aver avuto molto presto voglia di morire, senza mai individuarne i motivi.
Proseguiamo i colloqui. Passano alcune settimane. Una riflessione lo tormenta. Per quanto bizzarro o folle possa sembrare, la sua vita gli sembra più interessante e più felice da quando è «malato». È imbarazzato da questa idea e fatica a fornire spiegazioni, dubita che ce ne siano come se non si potesse spiegare o non avesse senso.
Ripercorrendo anno per anno il suo percorso come per individuarne una asperità, Hermann esplora la sua vita parlando. La trama si estende e a poco a poco convergono una miriade di elementi progressivamente ristretti fino al punto di svolta di un racconto brutalmente troncato sotto il colpo di un effetto di verità. Proprio mentre pronuncia le parole così come gli vengono, il suo sguardo tradisce la sua sorpresa di sentirne qualcosa al di là del testo letterale di ciò che racconta: «In realtà! Il giorno in cui mi hanno detto che ero sieropositivo, è lì che le mie voglie di morte sono scomparse». È come se Hermann lo avesse sempre saputo, assume l’aspetto di una scoperta, perché è un’autentica esumazione. Subito dopo interroga una potenziale autodistruttività, e cerca di misurare il voto di morte che porta in sé fin dall’infanzia. Non avendo desiderato morire lui stesso, Hermann capisce di aver avuto il bisogno di uccidere delle cose in sé. Allora sorge una domanda: dover essere un uomo, ma quale? La prosecuzione dei colloqui rivela in che modo la «malattia» di un primo amante sieropositivo celava la promessa di una guarigione di un calibro personale: una guarigione identitaria, ordita da un’articolazione con un oggetto immaginario, accordo di fortuna che sosteneva il suo desiderio e capace di rinvigorire le sue identificazioni riprovate. Con quell’uomo, Hermann aveva meno da temere le sue voglie e le sue aspirazioni. Che l’altro l’avesse gli permetteva di essere, tanto che l’immaginarizzazione 9 di cui il virus beneficia tramite «la malattia» deve essere esaminata per tradurla come oggetto causa del desiderio distinto dall’oggetto del desiderio, che Lacan ci invita a non confondere.
L’H.I.V., invisibile a occhio nudo, si adatta incredibilmente ai processi psichici e mima la consistenza rappresentabile di un oggetto immaginario con effetti reali. Non possiamo che sostenere il suo interesse per l’economia psichica come moneta di desiderio collegata all’amore bonus e al suo oggetto. Se non può essere confuso con l’oggetto del desiderio, vi si avvicina abbastanza perché la loro sovrapposizione sia possibile, finché utile, fino a quando il reale non li separi l’uno dall’altro, e finga di liberare l’oggetto causa del desiderio da un arresto fittizio, in un momento di importante caduta soggettiva di cui il coito rimane qui un luogo e un momento esemplare. Prendiamo ad esempio il film di Louise Hogarth, The Gift 10 (il regalo, la donazione). Dei Bug Chasers, letteralmente Cacciatori di virus, vengono interrogati per esprimere le loro motivazioni nella ricerca della contaminazione. Uno di loro esprime in che modo il virus sia potuto diventare l’oggetto da realizzare, da contrarre realmente, in un movimento di confusione tra l’identità e l’identificazione, la prima essendo considerata per soccorrere la seconda. Per lui la questione è di poter diventare qualcuno – sul piano identitario -, trovare il suo posto tra gli altri, assicurarsi una comunità di appartenenza, essere un uomo omosessuale e avvicinarsi a ciò che sembrano essere e avere. Un altro sviluppa la sua speranza di non dover più temere grazie alla sua contaminazione, di diventare sieropositivo. Convoca per il suo compleanno partecipanti meglio dotati di lui per una priapea senza ritorno; la dimensione del regalo attraverso la sieroconversione assume un aspetto singolare. In entrambi i casi, la realizzazione della contaminazione che attesta il successo del progetto iniziale si accompagna a un movimento di deprezzamento e di depressione che incoraggia in uno dei rimpianti – di non essersi reso conto prima di ciò che avrebbe implicato – nell’altro la dissipazione dell’angoscia di diventare sieropositivo già soppiantata dall’inquietudine legata alla sieropositività acquisita 11. Il virus come funzione di oggetto causa del desiderio (oggetto a) assume tutto il suo valore quando appare ai confluenti della sua accessione e della sua caduta, l’angoscia che afferra il soggetto, di cui si intuisce che precede il vuoto preliminare al rilancio del desiderio verso un altro luogo della sua causa.
Per Hermann come per i due uomini del film di Louise Hogarth, possiamo dire che la storia reale della contaminazione – che lo screening attesta – si rivela essere la storia residua di una storia fantasmatica che coinvolge il soggetto dell’inconscio. E constatiamo quanto sia difficile per la maggior parte dei pazienti incontrati potersi liberare dalle orme di un discorso depressivo – che solo giustificherebbe l’aver corso dei rischi, come se si dovesse riconoscere il peso di un malessere e delle sue distruzioni – per spiegare l’assunzione di rischio quando essa traduce al contrario un tentativo che conviene apprezzare per quello che è, ovvero un’opera di legame. Le diverse dimensioni intrecciate tra loro possono essere considerate passo dopo passo nel lavoro della parola. Per esprimerlo in termini freudiani, diciamo che è a favore di Eros che l’assunzione di rischio lavora e non di Thanatos. È a mirare a una costruzione che i rischi vengono presi, le loro ragioni non sono vane, ma imperative. L’esperienza clinica può rendere conto di quanto i pazienti contaminati incontrino ostacoli e impedimenti nel
percorso che è loro comunque necessario, di dover dare pieno valore alla loro storia personale, alla loro verità soggettiva, e di cui il sessuale come componente impone loro di aprirsi al loro inconscio 12. Questo per dare piena portata a questi ultimi tentativi di pacificazione, di identificazione, che sono questi mal denominati comportamenti a rischio.
Sappiamo che l’oggetto causa del desiderio (oggetto a) tende a farsi rappresentare nel cuore di un oggetto del desiderio di cui non è, ma che lo vettorializza. Ciò contribuisce all’avvicinamento dell’immaginario del rischio e dell’immaginario sessuale fino a giustificare quasi logicamente che un rischio sessuale biologico è preso dal fatto stesso del rischio sessuale (freudiano), inerente alla sessualità umana. Questo permette di comprendere quello che consideriamo un errore commesso dalle politiche di prevenzione, quella di credere al rischio sessuale preso come un comportamento univoco che esse esaltano nell’ignoranza della sua complessità. Lo sviluppo delle cosiddette politiche di riduzione dei rischi sessuali conferma questa ostinazione. Quando si applicano al sesso come le politiche di riduzione dei rischi legati all’uso di droghe, esse testimoniano questa assenza di considerazione della determinazione inconscia della sessualità che finisce per mancare. La riduzione dei rischi legati all’uso di droghe si concentra sul rischio legato a un comportamento, non considera il comportamento stesso, da cui non si aspetta nulla in termini di cambiamento a priori, a meno che la persona interessata non ne faccia essa stessa la dimostrazione. Diversamente, la riduzione dei rischi sessuali è prigioniera di una gerarchizzazione dei comportamenti – come altrettante scene primarie? – in mancanza di poter chiarire il rischio incorso – che si apprezza solo nelle variazioni che gli abbiamo appena dato. Sulla soglia della sua enunciazione, il discorso di prevenzione si scontra di nuovo con lo spessore del rischio proteiforme e ribelle che vorrebbe circoscrivere per non sapere cosa sia in fondo, ben oltre ciò che sembra essere per lui: l’oggetto fraudolento di una dissertazione comportamentista. Il rischio dell’iniezione per via endovenosa è molto lontano dal costituire un paradigma del rischio sessuale, tutte le pratiche non si lasciano ridurre a comportamenti definibili. Il successo storico delle politiche di riduzione dei rischi con le droghe si basa essenzialmente sulla sovradeterminazione dell’atto dal fenomeno della dipendenza, le pratiche sessuali anche le più alienanti si basano sempre su più desiderio che sulla sua estinzione tramite il flash dell’iniezione: è una piccola differenza ineludibile. Tutto concorre poi a comprendere questo rischio sessuale come un rischio reale, cosa che non è, le sue conseguenze lo sono. Ma sappiamo dalla nostra esperienza che il rischio sessuale articolato a questo punto di confusione tra l’oggetto del desiderio e l’oggetto causa del desiderio, deriva prima di tutto da un rischio immaginario o fantasmatico prima di essere bilanciato dal reale del sesso stesso: non appartiene d’emblée al mondo fenomenico. Confrontando i comportamenti, le politiche di prevenzione corrono il delicato rischio di non apprezzare gli atti sessuali per quello che sono, ovvero che non sono comportamenti.
Il rischio, figura dell’Altro
Il percorso che abbiamo appena compiuto lascia apparire – non possiamo dire di meglio -, la scoperta di un impossibile da vedere, che, essendo ri-visto, sbalordisce e oblitera il soggetto. Ne ordina il desiderio di causarlo e interroga il suo oggetto per destituirlo. Questo ci invita a considerare la lettura lacaniana di ciò che si mostra di quest’ordine, con l’oggetto a, che, apparendo al soggetto nella sua crudezza al di fuori della presa immaginaria, provoca l’angoscia. Le storie che abbiamo affrontato rendono conto di questa apparizione dall’altro del sessuale, fino alla sua risoluzione in atti. Nell’intervallo, possiamo introdurvi un intermediario per dispiegare con l’Unheimliche 13 freudiano, riletto da Lacan 14, questa particolare angoscia legata a un certo ritorno, che dà un’altra sfumatura a questi racconti.
Das Unheimliche è il titolo di un articolo che Freud dedica all’inquietante nel 1919. Questa nozione si presenta come complessa, polisemia. Le sue modulazioni si esplorano all’ombra dell’ambivalenza e della contraddizione, quando questa opera dalla prossimità, al limite della confusione tra un senso e il suo contrario. Tanto che la difficoltà di avvicinare ciò che non può riassumersi né funzionare del tutto come concetto, mima i processi psichici che la clinica e
l’elaborazione teorica tentano di scrivere o descrivere a riguardo. Unheimlich è una parola comune, che rimanda a tutto ciò che è contrario al familiare, designato dall’heimlich.
«Ciò che per noi emerge di più interessante da questa lunga citazione, è che, tra le molteplici sfumature del suo significato, la piccola parola heimlich ne presenta anche una in cui coincide con il suo opposto unheimlich. Ciò che è heimlich diventa allora unheimlich, […]. Unheimlich sarebbe usato solo come opposto al primo significato, ma non al secondo». 15
«Heimlich è dunque una parola che sviluppa il suo significato in direzione di un’ambivalenza, fino a finire per coincidere con il suo opposto unheimlich. Unheimlich è in qualche modo una specie di heimlich». 16
Il doppio, il riflesso e il rovesciamento nel contrario catturano la sua attenzione. Il dizionario Larousse francese-tedesco dà per l’unheimliche la seguente definizione:
«strano e inquietante, che fa rabbrividire». A parte il ritorno dell’associazione della radice strano e della parola inquietante, questa proposta ci avvicina a quella di Freud quando egli adotta per la traduzione francese i seguenti termini: inquietante, sinistro, lugubre, a disagio. Si basa anche sulle versioni araba ed ebraica per le quali l’unhei- mliche «coincide con demoniaco: che fa tremare». 17
Nella sua lezione del 28 novembre 1962, Lacan ne fa la sua pietra angolare per affrontare l’angoscia che egli considera tema del suo seminario quell’anno.
« Siamo ora in grado di rispondere alla domanda – quando sorge l’angoscia? L’angoscia sorge quando un meccanismo fa apparire qualcosa al posto che chiamerò, per farmi capire, naturale, cioè il posto (-j ), che corrisponde, sul lato destro, al posto che occupa, sul lato sinistro, l’a dell’oggetto del desiderio. Dico qualcosa – intendete qualsiasi cosa.
Da qui alla prossima volta, vi prego di prendervi la briga di rileggere, con questa introduzione che vi do, l’articolo di Freud sull’Unheimlichkeit. È un articolo che non ho mai sentito commentare, e di cui nessuno sembra nemmeno essersi accorto che è il perno indispensabile per affrontare la questione dell’angoscia. Così come ho affrontato l’inconscio attraverso il Witz, quest’anno affronterò l’angoscia attraverso l’Unheimlichkeit.
L’unheimlich è ciò che appare al posto dove dovrebbe essere il (-j ). Ciò da cui tutto parte, infatti, è dalla castrazione immagi- naria, perché non c’è, e per una buona ragione, immagine della mancanza. Quando qualcosa appare lì, è quindi, se posso esprimermi così, che la mancanza viene a mancare ». 18
L’ambivalenza dell’Un/heimlich/e introdotta da Freud, è evidenziata nello schema lacaniano 19 nel farla valere come il segno del trasporto nell’Altro della funzione dell’a: la domanda raddoppiata del nevrotico. Ciò che viene in (-j) destabilizza l’alchimia della mancanza, che venendo a mancare produce l’angoscia. È che ne ha assolutamente bisogno, di questa mancanza, per far funzionare nell’Altro l’a dell’oggetto del desiderio, e garantirsi di poter chiedere che gli si chieda, poiché è il suo modo di desiderare. Ma cosa deve apparire in questo luogo e svolgere questa funzione affinché l’angoscia sopraggiunga? A quali qualità risponde l’oggetto con valore di a?
Sappiamo con Lacan che è a partire da (- j ) come segno della mancanza nell’Altro che si delineano i contorni dell’oggetto a e l’emergere di i(a), immagine del corpo. Come riconoscere l’a se non dalla sua funzione?
« Per dirla in breve, se si tratta del perverso o dello psicotico, la relazione della fantasia ($ a) si istituisce in modo tale che a è al suo posto dal lato i(a). In questo caso, per gestire la relazione transferale, dobbiamo infatti prendere in noi l’a di cui si tratta, alla maniera di un corpo estraneo, di un’incorporazione di cui siamo il paziente, perché l’oggetto in quanto causa della sua mancanza è assolutamente estraneo al soggetto che ci parla.
Nel caso della nevrosi, la posizione è diversa, in quanto qualcosa appare della sua fantasia dal lato dell’immagine i'(a). In x, appare qualcosa che è un a, e che solo lo sembra – perché l’a non è speculabile, e non potrebbe qui apparire, se posso esprimermi così, in persona. È solo un sostituto. È solo da lì che si motiva la profonda messa in discussione di ogni autenticità nell’analisi classica del transfert ». 20
Qualcosa può quindi prendere il posto, a condizione di sembrare di poterlo tenere, dell’a per il nevrotico. E se questo qualcosa è tenuto solo a sembrarlo, poiché l’a non è speculabile, questo qualcosa deve almeno garantire di nutrirne la finzione, le sue qualità vi sono allora indicizzate. Cosa sappiamo dell’a? Le modulazioni di Lacan sulla sua creazione concettuale sono troppo numerose per essere riassunte. Comprendiamo che qualsiasi cosa può sostenere la promessa necessaria a far tenere la fantasia e l’illusione dell’i(a). «L’a, supporto del desiderio nella fantasia, non è visibile in ciò che costituisce per l’uomo l’immagine del suo desiderio» 21. Il
H.I.V. può essere concepito come in grado di sostenere il desiderio nella fantasia, come capace di occupare questo posto di oggetto causa del desiderio (oggetto a) per un soggetto. Tanto più che permette di trasportare nell’Altro la funzione dell’a, come abbiamo accennato più sopra; e che garantisce al nevrotico di non dover indietreggiare dal dover «fare della sua castrazione ciò che manca all’Altro» 22.
La realtà fisiologica degli stati sierologici non entra in considerazione, ciò che conta è che una mancanza si illustri nell’altro per articolare la propria. Hermann fa tenere nel suo primo amante «malato» un qualcosa che lui non ha e che garantisce che questo amante funzioni per lui, come Altro. Ma come può accadere questo per il suo amante? Non volendo essere colui che lo avrebbe contaminato, l’amante di Hermann, avendo intravisto qualcosa della causa del desiderio del suo compagno, lo ha lasciato. Hermann sa dire oggi in che modi ha dovuto fare per trovare il virus altrove. Ci ha messo cinque anni prima di essere contaminato dall’H.I.V., e di averne la prova. Una prima contaminazione dal virus dell’epatite C non lo ha preoccupato, lo ha persino deluso perché quella malattia non è grave ai suoi occhi.
Stabilitosi in coppia, Hermann adotta e fa adottare al suo nuovo compagno sieropositivo il sesso «no kpote». Gli anni passano e i test rimangono negativi. Questo perché i trattamenti fanno effetto e il suo amico ha una carica virale non rilevabile, stabilizzata sotto la soglia delle venti copie, quindi considerato non contaminante. È introducendo nella coppia la partecipazione di un terzo amante, che presenta tutte le caratteristiche, visibili agli occhi di Hermann, di un portatore del virus contaminante, che la sieroconversione di Hermann finisce per prodursi.
Certamente, le malattie o i rischi di malattia hanno quella capacità di risveglio che incontriamo occasionalmente. Ma l’
H.I.V. ha in più il fatto di dialogare con la promessa d’amore, mescolando al desiderio del soggetto il desiderio sessuale genitale. Qui, il rischio sessuale e il rischio di contaminazione riflettono in modo del tutto particolare l’esposizione del soggetto al desiderio dell’Altro, in un’eco dell’esposizione dell’organismo ai fluidi corporei potenzialmente contaminati. Il rischio e la minaccia sono figure dell’Altro. E se l’H.I.V. funge da perno affinché si articoli il desiderio del soggetto, l’attuarsi della contaminazione ne cancella quasi ogni traccia per lasciare il posto a un nuovo montaggio, un nuovo annodamento così necessario come Hermann ha potuto testimoniare.
Il partner contaminato porta letteralmente un oggetto, un qualcosa che l’altro non ha e di cui non ha idea, che non può rappresentarsi (nel senso dello specularizzabile). Tant’è vero che molti pazienti o pazienti interessati hanno raccontato ciò che questo faceva subire alla loro capacità d’amare, deformandola a rischio della follia o della trasgressione, come se dovessero entrare in resistenza e tentare di amare
“da psicotico o da perverso” di fronte a questo reale del sesso rivelato dall’H.I.V.: una rottura interiore è diventata necessaria per far emergere la relazione amorosa. Come può amare? Come garantirsi di far reggere nell’altro ciò che viene a mancare? Come preservare la propria capacità d’amare quando la sieropositività e l’esperienza che essa comporta vengono a svelare un pezzo della meccanica del desiderio a rischio di interdirne il soggetto? Come fare con questo H.I.V. che fa buco?
In questo senso, il discorso del barebacking (discorso di apologia del rischio) rende conto in un certo
modo, di questa scissione nella meccanica del fantasma e dell’amore, del crollo delle condizioni di supporto del desiderio. Qualunque cosa se ne dica e al di là di ciò che è diventato, il discorso del barebacking è innanzitutto un effetto della sieropositività stessa, un effetto dell’H.I.V., molto prima di essere il prodotto di persone sieropositive. È un sintomo strutturale, uno strappo del discorso nel senso di un adattamento della capacità d’amare e del desiderio, non un’ideologia. Qui non appare più la promessa immaginaria, ma l’effetto dell’H.I.V. come reale, un reale atto a trattare il simbolico.
Una paziente sieropositiva mette in luce un aspetto folgorante di questo schema: “Nella misura in cui non posso non pensare di averlo (l’H.I.V.) e temo di trasmetterglielo, come potrei, proprio come lui (il suo partner) che mi ama e mi dà, amarlo volendo dargli qualcosa?”. In un gioco di riflessi e contrari, la difficoltà del vissuto della sieropositività, nonostante le apparenze, viene a sostenere questa prospettiva. È così che possiamo intendere questa difficoltà per le persone portatrici del virus di dover gestire le angosce legate ai rischi eventuali di contaminazione, per esempio. Perché forse in amore è più facile essere colui o colei che può ricevere rispetto a colui o colei che può dare? Bisogna poter dare senza temere troppo di perdersi o di perdere l’altro, per stare in posizione di ricevere dall’altro la sua domanda, poiché è una domanda quella che si attende, non l’oggetto che vi si riferisce, del quale è meglio che non ne arrivi troppo affinché duri. La sieropositività può ostacolare a lungo questa logica amorosa, per dirla in breve.
È qui che trovano spazio i lamenti e lo sgomento: “Non potrò più amare come prima”, “Chi può amarmi in queste condizioni?”. È in questo movimento che un paziente, un giorno, finisce per concludere i suoi colloqui con una frase che riformuliamo: “Non basta diventare sieropositivi, bisogna ancora sapere perché”. Il lavoro che aveva appena compiuto gli aveva permesso di esplorare e creare in parte ciò che della sua esperienza sessuale si articolava a partire dalla sua posizione soggettiva – e viceversa – e di cui la contaminazione esigeva, nel corso della sua vita, che non rimanesse all’oscuro. Il lavoro psichico può avventurarsi nell’esplorazione delle vestigia del fantasma e dedicarsi alla riorganizzazione di queste condizioni dell’amore e del desiderio. Nuove creazioni psichiche sono possibili, in un superamento e in una trasformazione del come del diventare sieropositivi, al di là del solo perché, verso altre costruzioni.