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Il corpo fa la lingua, la parola fa il corpo: una politica del corpo in Freud
Champ Psy, 2013/2, n. 64, p. 123-137.
Quale politica del corpo possiamo ammettere in psicoanalisi e come formularla? Basiamoci su una prima conoscenza che l’esperienza psicoanalitica ci insegna: non parliamo da un luogo diverso da quello del corpo, a partire dal corpo e a proposito di esso. Ma di quale corpo si tratta? Del corpo anatomico, del corpo biologico, della carne? Del corpo così come ce lo rappresentiamo, dell’immagine del corpo?… La psicoanalisi ci insegna che è il corpo a mostrare e a essere mostrato, sulla cui superficie si scrivono frammenti di verità di colui che esso assegna a dimora. Ma è anche il corpo che parla, e non solo attraverso il sintomo che spinge Freud a intraprendere il cammino dell’inconscio che la parola porta con sé, parola che il linguaggio sostiene e che il corpo trascina. Continuiamo dopo di lui a percorrere questa via; impariamo al suo seguito che il corpo parla degli organi, delle tracce incorporate, è sempre determinato. Così pensato, il linguaggio ci riporta dunque verso il corpo ed è la parola che ci mostra in cambio ciò che essa gli fa, a questo corpo da cui il linguaggio emerge. Quale prospettiva si apre qui? Quella in cui troviamo appoggio per pensare il corpo, il soggetto, il desiderio, l’inconscio; vi situiamo ciò su cui lo psicoanalista si poggia; vi riconosciamo convinzioni, fondamenti, atti e verità. Ma si riesce a dire tutto quando si parla? Il linguaggio può essere pensato come agente di verità di ciò che designa attraverso le sue pratiche, come nominazione o ancora come regolazione? L’atto di parola agisce al di là del solo discorso, sul soggetto, sul corpo? La psicoanalisi non è una sessuologia, né tantomeno una linguistica; non ha delimitato un’unica teoria del linguaggio che sia comune ai diversi territori del proprio campo eppure, il linguaggio la occupa e la preoccupa, non fosse altro che per il fatto che è attraverso la parola, dunque nel linguaggio, che essa trova il cammino dell’inconscio. La psicoanalisi ha del linguaggio una teoria, e persino diverse prospettive distinte (Freud, Lacan, Green) più o meno compatibili tra loro. Ognuna è portatrice di una concezione del soggetto, dell’etica, della politica che le è propria. Da questa teoria del linguaggio non emerge forse una sorta di politica del corpo, che darebbe forma ai suoi effetti? Quale sarebbe per la psicoanalisi, per Freud in particolare, una politica del corpo che resta da dedurre dalle sue proposte sul linguaggio?
Sul linguaggio non avremmo che punti di vista, come dice Saussure (Saussure F., 1916), che non sono mai privi di conseguenze etiche o politiche; da questi punti di vista il corpo ne risulta colpito, soprattutto se ammettiamo che le visioni politiche ed etiche tendano a formulare il corpo, a limitarlo o a controllarlo (Foucault M., 1979). Henri Meschonnic prolunga questa analisi quando sviluppa, a partire dalla critica del segno, quanto segue: “[…] bisogna pensare il linguaggio contro il segno come rappresentazione, e mostrare che il segno non è che una rappresentazione del linguaggio. Perché il segno preso per la natura e la verità del linguaggio impedisce di riconoscerlo come una rappresentazione. Un punto di vista. […]. Il segno impedisce di pensare il continuo, l’interazione linguaggio-poema-etica-politica. Il segno è discontinuo. È teologo-essenzialista. Non permette di pensare né il soggetto né il poema.” (Meschonnic H., 2012, p. 717). È una proposta eminentemente politica ed etica, che Meschonnic riformula ancora qui, che iscrive fermamente il rapporto tra linguaggio e corpo come posta in gioco sociale e politica: “La modernizzazione confusa con la modernità [la modernità come presenza al presente e questo riconoscimento stesso] ha anche portato le sue essenzializzazioni alla crisi. La si può vedere nei termini di un rinnovamento del conflitto tra realismo e nominalismo. L’industrializzazione della morte e la sua massificazione da parte dei totalitarismi hanno anche eroso il dire proibendo il dire. Abbiamo appena iniziato a pensarlo. […] ciò che chiamo il continuo, attraverso e contro il discontinuo [il segno]. È il continuo tra il linguaggio e il corpo, tra il linguaggio e l’etica, il linguaggio e il politico. Il discontinuo conserva la sua pertinenza empirica. Ma nei limiti, che sono quelli dei concetti della lingua, i concetti del segno. Ma il discontinuo del segno si spaccia per la natura intera e unica del linguaggio, coestensiva alle sue pratiche e al suo pensiero, mentre non ne è che una rappresentazione parziale, che impedisce con la sua pretesa universalità di comprendere tutto ciò che facciamo del linguaggio e ciò che esso fa di noi.” (Meschonnic H., 2012, p. 722). Non c’è dunque una teoria del linguaggio che non induca o non rifletta una concezione del soggetto e delle possibilità della sua esistenza, del suo riconoscimento psichico e corporeo. Cosa sappiamo allora di ciò che consideriamo come una concezione del linguaggio in Freud, per tentare di far emergere e formulare quella che sarebbe una possibile politica del corpo per la psicoanalisi?
FREUD E “L’APPARATO DEL LINGUAGGIO”
Quando si considera il linguaggio in Freud, emergono due nozioni principali: la rappresentazione di parola (Wortvorstel- lungen) e la rappresentazione di cosa (Dingvorstellungen). Il loro utilizzo da parte di Freud appare in L’afasia (Freud S., 1891). È la sua prima opera dedicata ai disturbi legati alla parola; Freud vi espone le sue idee sull’“apparato del linguaggio” e alcune delle sue concezioni sulle parole che riprenderà e affinerà nel corso del tempo. L’articolazione del corpo alla parola è del tutto presente fin dalle sue prime formulazioni:
“Non possiamo avere alcuna sensazione senza associarla immediatamente”, dove comprendiamo che il corpo spinge alla parola. “[…] alla parola corrisponde un processo associativo complicato in cui gli elementi di origine visiva, acustica e cinestetica entrano in collegamento tra loro. La parola acquista tuttavia il suo significato attraverso il collegamento con la ‘rappresentazione di oggetto’ […]. La rappresentazione di oggetto stessa è invece un complesso associativo costituito dalle rappresentazioni più eterogenee, visive, acustiche, tattili, cinestetiche e altre.” (Freud S., 1891). Senza perdere di vista che ciò che traduciamo con “parola” è presente nel testo freudiano sotto il significante “wort”, che confina con il vocabolo e la parola nell’uso tedesco. E che Freud fa un uso alternativo nei suoi diversi testi tra Wort e Wortvorstellung, tra parola e rappresentazione di parola. Le rappresentazioni di cosa e le rappresentazioni di parola sono pensate da Freud come appartenenti le une all’inconscio e le altre al sistema preconscio, nella visione della prima topica; il legame della rappresentazione di parola con la rappresentazione di cosa è anch’esso del preconscio e può essere attivato dall’inconscio fino alla coscienza; esse si distinguono l’una dall’altra come appartenenti ai processi primari o ai processi secondari. Ma come abbiamo visto, la distinzione tra le due non può essere pensata in analogia al significante/significato di Saussure, poiché al di là dell’impronta sonora della parola, Freud associa anche più ampiamente di Saussure dei determinanti che si iscrivono nella psiche, come l’immagine visiva fatta dell’immagine della lettura della parola e dell’immagine della sua scrittura, o ancora l’immagine del movimento della parola nella sua pronuncia che sollecita gli organi della fonazione. I punti di vista, così qualificati da Saussure, sono dunque rapidamente molto diversi, disparati, eterogenei.
In questo stesso testo, prosegue: “[…] il legame tra la rappresentazione di parola e la rappresentazione d’oggetto è la parte più esauribile dell’operazione del linguaggio, il suo punto debole in un certo senso.” (Freud S., 1891). Il che invita a pensare alle potenziali trasformazioni e rimaneggiamenti psichici che d’altronde Freud spera e annuncia: “Al presente, iniziamo ugualmente a comprendere la ‘magia’ della parola. Le parole sono proprio gli strumenti più importanti dell’influenza che una persona cerca di esercitare su un’altra; le parole sono buoni mezzi per provocare delle modificazioni psichiche in colui a cui si rivolgono, ed è per questo che non c’è ormai più nulla di enigmatico nell’affermazione secondo la quale la magia della parola può allontanare dei fenomeni morbosi, in particolare quelli che hanno essi stessi il loro fondamento in stati psichici.” (Freud S., 1891). Vi percepiamo come la sua concezione in termini di “rappresentazione di” sia già portatrice delle sue intuizioni e delle sue intenzioni terapeutiche. In effetti, un legame opera tra le rappresentazioni nella psiche di ciò che le cose e le parole realizzano sull’individuo e sul suo corpo. È interessante osservare che la cosa in sé e la parola in sé conservano una relativa esistenza al di fuori delle loro rispettive rappresentazioni nella psiche. Qui prende forma la possibilità di un confronto con i modelli successivi o più recenti che saranno proposti dalla linguistica di Saussure, poi il rimaneggiamento da parte di Lacan del significante saussuriano quando la parola in quanto tale, in particolare, è presa come oggetto, cosa che Freud incontra anche nei bambini e negli schizofrenici di cui dice che a volte “trattano” le parole come degli “oggetti”. Più avanti ancora, la concezione di Freud non è qui assolutamente incompatibile con un certo aspetto della dimensione performativa del discorso, nel senso del potere di agire delle parole (Austin
- L., 1962). Ne troviamo nella nostra lettura un’illustrazione qui: “La reazione del soggetto che subisce un danno ha un effetto realmente ‘catartico’ solo quando è veramente adeguata, come nella vendetta. Ma l’essere umano trova nel linguaggio un equivalente dell’atto, equivalente grazie al quale l’affetto può essere ‘abreagito’ quasi allo stesso modo. In altri casi, sono le parole stesse a costituire il riflesso adeguato, per esempio i lamenti, la rivelazione di un segreto pesante (confessione). Quando questo tipo di reazione attraverso l’atto, la parola e, nei casi più lievi, attraverso le lacrime, non si produce, il ricordo dell’evento conserva tutto il suo valore affettivo.” (Freud S., Breuer J., 1893). Freud espone che la parola e i vocaboli sono suscettibili di realizzare la liquidazione, l’abreazione dell’affetto legato a un evento proprio come lo realizza l’azione concreta di liquidazione in atti. Possiamo allora pensare che ciò che passa attraverso il linguaggio valga per ciò che passa attraverso il corpo, almeno in termini di liquidazione affettiva. Questo regime di equivalenza proposto da Freud lascia intravedere, oltre a una leva terapeutica, la rappresentazione del corpo attraverso il linguaggio, quando la parola trasporta l’affetto e contribuisce al suo trattamento psichico: il linguaggio come campo d’iscrizione ed estensione del corporeo.
In Il problema dell’analisi condotta da non medici, Freud torna su questo potere d’agire delle parole distinguendo: “Giustissimo, sarebbe un procedimento d’incantesimo se l’azione ne fosse più pronta. L’incantesimo ha come attributo essenziale la rapidità, per non dire l’improvvisazione del successo. Ma i trattamenti analitici richiedono mesi, e persino anni; un incantesimo così lento perde il suo carattere di meraviglioso. Non disprezziamo d’altronde la parola. Essa è dopotutto uno strumento potente, è il mezzo attraverso il quale ci riveliamo gli uni agli altri i nostri sentimenti, la via attraverso la quale esercitiamo influenza sull’altro. Delle parole possono fare un bene indicibile e infliggere terribili ferite. Certamente, all’inizio di tutto c’era l’atto, la parola venne più tardi; fu sotto molti aspetti un progresso culturale il momento in cui l’atto si moderò diventando parola. Ma dopotutto la parola all’origine era un incantesimo, un’azione magica, e ha conservato ancora molto della sua antica forza.” (Freud S., 1926). La forza della parola è dunque legata all’origine stessa della lingua, alla necessità che delle parole prendano il posto degli atti e che così facendo siano state investite della loro forza d’agire. Freud riconosce ai sogni – alla lingua del sogno – le virtù delle lingue primitive che non conoscono né la negazione né la contraddizione. “È così, per es., che la negazione non è mai indicata specialmente nella lingua del sogno. Gli opposti prendono il posto l’uno dell’altro nel contenuto del sogno e sono presentati dallo stesso elemento. O come si può anche dire: nella lingua del sogno i concetti sono ancora ambivalenti, uniscono in sé significati opposti, come è avvenuto, secondo le ipotesi dei linguisti, nelle radici più antiche delle lingue storiche. Un altro carattere sorprendente della nostra lingua del sogno è l’uso molto frequente dei simboli che permettono, in una certa misura, una traduzione del contenuto del sogno, indipendentemente dalle associazioni individuali.” (Freud S., 1913). Basandosi sulle scoperte linguistiche dell’epoca a proposito delle lingue primitive, Freud sviluppa e conferma la sua concezione analogica con la lingua dei sogni e la necessità per interpretarli di seguire molto da vicino l’evoluzione della lingua attraverso il tempo, di tornare alle lingue originarie. Quali sono state le prime parole? A quali origini possiamo ricollegarle? Freud fa riferimento alle tesi che attribuiscono alle parole primordiali delle prime lingue delle origini sessuali. In L’interpretazione dei sogni, a proposito dei simboli, Freud espone: “In tutta una serie di casi, l’elemento comune al simbolo e alla cosa propria al posto della quale viene quest’ultimo è palese, in altri è nascosto; la scelta del simbolo appare allora enigmatica. Sono proprio questi casi che non mancheranno di gettare una luce sul senso ultimo della relazione simbolica; essi
rimandano al fatto che quest’ultima è genetica. Ciò che oggi è collegato simbolicamente era verosimilmente, in tempi originari, riunito da un’identità concettuale e linguistica.” (Freud S., 1900). Aggiunge qui, nel 1925, una nota a piè di pagina: “[Il Dr. Hans Sperber che ha pubblicato un testo intitolato ‘Sull’influenza dei fattori sessuali sulla comparsa e lo sviluppo del linguaggio’, nella rivista Imago, n. 1, nel 1912] ritiene che la totalità delle parole originarie designassero cose sessuali e che esse perdessero in seguito questo significato sessuale passando ad altre cose e attività, che furono confrontate alle cose e attività sessuali.”.
Questo ci invita a interrogarci sul fatto che le parole, conservando la loro capacità d’azione, in quanto testimoni di azioni passate, portino in sé il segno e la competenza degli atti sessuali a cui sono legate originariamente, così come il potere d’agire delle parole si sarebbe sostituito alla liquidazione nell’azione concreta? Non che vi si debba vedere un’analogia sistematica di supposti atti sessuali nel senso del coito, ma della carica sessuale inerente alle relazioni interpersonali dove il sessuale freudiano si lascia considerare, illustrando la psicosessualità umana. Inoltre, quando Freud evoca l’impiego dei simboli come qualcosa che attraversa la lingua al di là degli schemi associativi individuali, siamo invitati a pensare, per esempio, alla questione delle identità sessuali come simboli, poiché nessuno contesterebbe oggi che ‘uomo’ o
‘donna’ siano dei simboli tanto la loro funzione di orientamento opera al di là dell’apprezzamento personale che se ne ha o della traduzione che viene loro attribuita. Così quando l’identità sessuale si esprime, non commette forse una sorta di tautologia di contenuto, una ripetizione o un raddoppiamento della sua capacità d’azione o di equivalente d’azione a carattere sessuale? Perché distinguere e rilevare specificamente nel linguaggio l’identità sessuale con dei simboli, dato che le parole portano in sé le tracce dell’atto sessuale o della cosa sessuale, se non per distinguersene a sua volta così come le parole possono permettere? La ridondanza e la sovrapposizione delle parole del sesso possono in questa via essere pensate come operazioni di regolazione, di delimitazione del sesso in atto e del sesso come cosa, di disposizioni delle posizioni sessuali degli uni e degli altri, cercando di dire e di disdire ciò che delle parole spetta loro del sesso, fin dalle origini, e di cui essi e esse devono tentare di disporre in un tentativo di libertà soggettiva.
Dire un’identità sessuale significa dire un atto sessuale, una cosa del sesso, e il posto che si occupa in questa faccenda, i suoi effetti, le rivendicazioni o i reclami che essa ispira; significa organizzare il sesso conformemente o quasi a ciò che se n’è definito nella storia; significa anche dare una limitazione, attraverso la forma, al sessuale, laddove il narcisismo si incarica di fissarne la corsa per farlo giungere al rango di supporto soggettivo. Parlare equivale a situarsi nelle faccende del sesso senza che ciò debba essere l’oggetto della parola manifesta. In fondo, qualcosa qui può tradurre una sorta di definizione della psicoanalisi come trattamento, vale a dire che si tratta, per quanto ne comprendiamo, di rendere onore a questa verità della lingua e dunque della parola individuale: verità dei sensi opposti e verità del sessuale in atto e in cosa. Non si trova forse lì ciò che la cura psicoanalitica riserva come sorte alla lingua di ciascuno, ovvero tornare ai propri equivoci e contenuti sessuali per scorgervi quella sorta di destino che presiede al desiderio di ognuno, per riaprire una via di costruzione soggettiva? In questo, la visione di Freud risponde indirettamente alla preoccupazione etica e politica che Meschonnic pone sul linguaggio e i suoi poteri. Possiamo pensare qui che una sorta di politica del sesso fatta di nominazione, regolazione e delimitazione sia effettivamente individuata da Freud quando si china sull’“apparato del linguaggio”, all’incrocio tra sintomo, simbolo, sogno e lapsus. Freud, senza parlare delle identità, esprime qualcosa che possiamo forse riferirvi, se ammettiamo che le identità si comportino un po’ come dei simboli. E quando le identità sembrano voler trattare le questioni di ciò che designiamo come identità sessuali, intuiamo come lo sforzo di circoscrizione che esse racchiudono comprometta tanto quanto garantisce la necessità del dire e della nominazione del soggetto.
Ritroviamo l’interesse di Freud per la rappresentazione simbolica in L’uomo Mosè e la religione monoteistica: “C’è innanzitutto l’universalità della simbolica […]. Si tratta di un sapere originario che l’adulto ha in seguito dimenticato. È vero che egli utilizza gli stessi simboli nei sogni, ma non li comprende se l’analista non glieli interpreta, e anche allora non presta volentieri fede a questa traduzione. […] La simbolica si situa anche al di là delle diversità delle lingue; delle indagini dimostrerebbero verosimilmente che essa è ubiquitaria, la stessa presso tutti i popoli. Sembra dunque che siamo qui in presenza di un caso accertato di eredità arcaica venuta dal tempo in cui la lingua si sviluppava, ma si potrebbe tentare ancora un’altra spiegazione. Si potrebbe dire che si tratti di relazioni di pensiero tra rappresentazioni che si erano instaurate durante lo sviluppo storico del linguaggio e che devono ora essere necessariamente ripetute ogni volta che si effettua individualmente uno sviluppo del linguaggio. Sarebbe allora un caso di trasmissione ereditaria di una disposizione di pensiero, come si incontra d’altronde per una disposizione pulsionale, e che non sarebbe comunque un contributo nuovo al nostro problema.” (Freud S., 1939). L’accesso allo sviluppo individuale del linguaggio si realizza dunque in una trasmissione, che costeggia l’originario e la ripetizione di questo legame della rappresentazione d’origine con la rappresentazione attuale. Pensato in questo movimento, il dire dell’identità sessuale – così come figura nella modernità in profusione, in innovazione – sembra avvicinarsi allo sviluppo della lingua individuale, impregnata delle eredità antiche risalenti allo sviluppo della lingua comune e che, come simboli, chiedono di essere interrogati per conoscere ciò che la rappresentazione simbolica di un oggetto per un altro conosce forse di trasformazione con le evoluzioni della lingua tali quali si producono senza dubbio in permanenza, e per ciascuno come sottolinea Freud. Il rinnovamento attuale delle figure delle identità sessuali non rientrerebbe forse in questo? In una trasformazione dei simboli della lingua che necessita, a partire da alcuni adattamenti degli usi individuali di questi stessi simboli, di rinnovamenti più globali? Un’interrogazione attraverso la parola che è una pratica del linguaggio, di una politica? Declino, trasformazione, evoluzione, progresso? Ogni novità delle lingue individuali ci proietta alla soglia delle evoluzioni collettive attraverso la via della rappresentazione simbolica mutabile nella ripresa singolare che se ne appropria. Possiamo formulare che ciò ritagli il perimetro di un’espressione identitaria attraversata dai fondamenti del linguaggio e dai caratteri della sua trasmissione. La concezione freudiana del linguaggio, pur non essendo una teoria del linguaggio propriamente detta, non resta meno una concezione da cui possiamo estrarre una politica quando può tradursi in pratiche che nominano, descrivono, regolano e delimitano gli usi, gli oggetti, i prodotti. Senza perdere di vista che il linguaggio impegna il corpo a riceverne l’iscrizione e l’estensione così come abbiamo formulato precedentemente.
A PROPOSITO DEL CORPO IN FREUD
Osserviamo innanzitutto che le occorrenze del corpo nell’opera freudiana sono in gran parte legate a quelle del linguaggio. Il corpo è pensato a partire dalle sofferenze dell’isteria, per esempio, di cui il corpo parla per Freud, poiché è così che egli segue il sintomo a ritroso fino al sapere inconscio. Superficie di apparizione di fenomeni o di realizzazione di altri fenomeni, il corpo freudiano è erotico; il corpo è una zona erogena plurale dove la pratica sessuale vede la sua esistenza articolata all’elezione o all’abbandono di certe zone del corpo in funzione di ciò che possiamo considerare essere delle rappresentazioni: “Le zone che nell’uomo normale e maturo non producono più disimpasto [Freud intende con ciò: ‘una sorta di secrezione che è esattamente sentita come lo stato interno della libido’] sessuale sono allora forzatamente la regione anale e l’area bucco-faringea. Ciò si comprende in due modi: in primo luogo la vista e la rappresentazione che se ne ha non hanno più effetto eccitante, in secondo luogo le sensazioni interne che ne emanano non forniscono contributo alla libido, come quelle provenienti dagli organi sessuali propriamente detti. Negli animali, queste zone sessuali continuano a essere in vigore sotto questi due aspetti; quando ciò persiste nell’essere umano, appare… la perversione.” (Freud S., 1897). Questo disimpasto, che lavora per lo sforzo di civiltà se si nota il riferimento animale, agisce come una sorta di “rimozione normale” lasciando apparire alcuni sintomi come il “disgusto”, vestigio dell’operazione di disimpasto che essa stessa “cade nell’oblio”. Prosegue: “Si deve supporre che nell’età infantile il disimpasto sessuale non sia ancora così localizzato come lo sarà più tardi, cosicché anche qui queste zone abbandonate più tardi (forse anche tutta la superficie del corpo) suscitino in un certo modo qualcosa che è analogo al disimpasto sessuale successivo. La scomparsa di queste zone sessuali iniziali avrebbe il suo corrispettivo nel riassorbimento di certi organi interni nel corso dello sviluppo.” Freud suggerisce qui che l’instaurarsi dello sviluppo renda possibile non solo l’abbandono di certe zone sessuali a favore di altre zone con un rimaneggiamento della libido indicizzato a certe rappresentazioni più favorevoli, ma che questo adattamento possa sostenere fino al riassorbimento di certi organi nel corso dello sviluppo. Come comprendere ciò? Freud evoca ciò che, nel corso dello sviluppo umano, ha generato delle trasformazioni progressive facendo sì che certe zone e le loro funzioni – fino all’organo – siano “riassorbite”, è la “rimozione organica”. Freud si basa in particolare sul passaggio alla stazione eretta che, allontanando il naso da certe sensazioni “interessanti”, le ha rese “ripugnanti”. Questa nozione di rimozione organica ci permette di pensare, poiché la questione delle rappresentazioni non ne è slegata, che il linguaggio che accompagna queste evoluzioni abbia anche registrato le trasformazioni del corpo al suo interno, edificando passo dopo passo una dimensione comune del corporeo che interpretiamo come le premesse di una politica del corpo in quanto prodotto culturale.
Vediamo dunque riapparire la questione delle rappresentazioni, delle tracce mnestiche che impegnano qui la marcatura e l’impronta fatte al corpo dagli elementi del linguaggio, del corpo percepito come luogo d’iscrizione delle stimolazioni passate. L’articolazione fisiologica e psichica del corpo e del linguaggio trova qui uno sviluppo maggiore nell’elaborazione psicoanalitica. Come stabilisce Freud il legame tra queste due dimensioni di cui afferma la prossimità economica e dinamica, e di cui dirà in seguito il rinnovamento che esse impegnano nella seconda topica? Egli deduce la pulsione, questo
“concetto limite tra lo psichico e il somatico, il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo e pervengono alla psiche, come una misura delle operazioni che vengono imposte alla psiche in conseguenza della sua connessione con il corpo.” (Freud S., 1915). Il corpo non è dunque definitivamente riducibile all’anatomia, e Freud riafferma qui il suo attaccamento al biologico che costituisce per lui veramente un modello d’ispirazione del vivente. Continuiamo sulla sua concezione della pulsione, che Freud distingue dall’eccitazione fisiologica: “L’eccitazione pulsionale non proviene dal mondo esterno [contrariamente al modello dell’eccitazione fisiologica] ma dall’interno dell’organismo stesso. Per questo agisce anche in modo diverso sulla psiche e richiede, per essere eliminata, altre azioni. […]
La pulsione, al contrario, non agisce mai come una forza d’urto momentanea, ma sempre come una forza costante. E poiché non attacca dall’esterno ma dall’interno del corpo, non c’è fuga che possa servire contro di essa. Esiste un termine migliore di quello di eccitazione pulsionale: quello di ‘bisogno’; ciò che elimina questo bisogno è la
‘soddisfazione’. Essa può essere ottenuta solo attraverso una modificazione conforme allo scopo mirato (adeguata) della fonte interna di eccitazione.”. Il corpo, sottoposto al regime pulsionale, è un corpo che si trasforma, prova, che si carica e si placa delle tensioni che lo attraversano. La pulsione, di fonte intrasomatica, è distinta dallo stimolo ordinario che proviene dall’esterno. Se la pulsione è la rappresentazione psichica di questo stimolo interno e se sappiamo anche che delle rappresentazioni o delle tracce mnestiche sono mobilitate nell’ottenimento di scariche sessuali, abbiamo qualche difficoltà a concludere con Freud sul rapporto tra pulsione e linguaggio. Forse non ce n’è alcuno che possa scriversi del tutto? Tuttavia sappiamo che la prospettiva in rappresentazione delle parole, delle cose e della pulsione – tre rappresentazioni nella psiche – permette di elaborare i processi di difesa delle nevropsicosi in particolare. Quando la rappresentazione si trova, attraverso la difesa, slegata dall’affetto, allora la carica precedente si sposta altrove – al corpo nella conversione isterica, per esempio (Freud S., 1894) – a partire da un rimaneggiamento interno nel quale possiamo leggere una forma di regolazione della pulsione verso un altro oggetto, un’altra rappresentazione, ma nell’allineamento del suo scopo.
La pulsione ha più affinità con la rappresentazione di cosa o con la rappresentazione di parola? Siamo tentati di dire che sia più vicina alla rappresentazione di cosa a causa del suo legame con la rappresentazione di parola attraverso la sua “estremità sensibile” (Freud S., 1891); attraverso la sua mediazione la pulsione può venire a intrufolarsi, a farsi strada fino al luogo del linguaggio, dunque alla rappresentazione di parola, per crearvi un disturbo, delle difficoltà di pronuncia, un lapsus. Questa vicinanza tra pulsione e rappresentazioni di cose – legata al sistema inconscio – può anche essere sostenuta dalla visione della seconda topica (1920) di Freud, dove l’“Es” è la riserva delle pulsioni. Il linguaggio è allora una sorta di superficie o di campo, dove ciò che del corpo la pulsionepuò rendere conto, può venire a depositarsi e a iscriversi. Ma se leggiamo questa proposta di Freud: “Nella comparsa dell’io e nella sua separazione dall’es, un altro fattore oltre all’influenza del sistema Pc sembra ancora giocare un ruolo. Il corpo proprio, e soprattutto la superficie, un luogo da cui possono provenire simultaneamente percezioni interne ed esterne. Esso è visto come un altro oggetto, ma produce al tatto due tipi di sensazioni, di cui una può equivalere a una sensazione interna.” (Freud S., 1922), non si può forse vedervi la superficie del corpo come luogo del linguaggio in quanto luogo stesso di espressione dell’“apparato del linguaggio”, potendo quest’ultimo designare l’“apparato psichico”? E questa prospettiva non è forse confortata, in questo stesso testo, quando Freud propone per dire cos’è l’io: “L’io è innanzitutto un io corporeo, non è solo un essere di superficie, ma esso stesso la proiezione di una superficie [Freud aggiunge nel 1927 una nota alla traduzione inglese: ‘L’io è infine derivato da sensazioni corporee, principalmente da quelle che hanno la loro fonte nella superficie del corpo. Può così essere considerato come una proiezione mentale della superficie del corpo e, inoltre, come abbiamo visto sopra, rappresenta la superficie dell’apparato mentale.’]”.
PER CONCLUDERE
Cosa abbiamo imparato con Freud sul corpo, il linguaggio e il loro rapporto? Sappiamo con lui che il corpo non è libero dalla pulsione, da ciò che nel suo cuore lo espone al regime pulsionale e alla necessità della sua soddisfazione. L’io stesso, superficie corporea proiettata, è sottoposto a questo regime pulsionale. Il corpo è investito, rappresentato, rimaneggiato, rimosso o eletto a seconda che si conformi alle attese dello sviluppo o delle sfide sociali. Sappiamo anche che il linguaggio è una superficie proiettata dove il corpo trova modo di iscriversi, e dove si espone il pulsionale nelle rappresentazioni di parole. Parlare dice tanto quanto fa, a meno che dire non sia un’azione in sé, cosa che l’esperienza psicoanalitica smentisce radicalmente. E ciò che si dice non dice altro che del sesso – esperienza originaria – nella sua dimensione corporea; tale è il corpo che l’approccio al linguaggio attraverso la psicoanalisi permette di pensare. In altre parole, una via d’accesso al pulsionale si apre attraverso il fatto del linguaggio che in cambio testimonia gli adattamenti che la sua integrazione per ogni individuo occasiona di legami, o di possibili disimpasti sessuali, verso nuove ricomposizioni del corpo e del pulsionale che ne risultano colpiti. È la via terapeutica ipotizzata da Freud dove possiamo interpretare la parola come eminentemente politica rispetto al corpo e a ciò che lo assegna a partire dall’inconscio, a partire dalla lingua comune. Se il corpo non è nulla senza il linguaggio che lo rappresenta e lo trasforma, non c’è linguaggio che non sia del corpo; il fatto che il soggetto possa spingersi fino all’autismo ce lo prova.
Cosa possiamo dedurne e sviluppare? Riconoscendo l’apparato psichico, Freud riconosce il luogo della libertà nel cuore della costrizione. Quando un individuo parla, possiamo dire che un corpo parla, non parla che di ciò che il corpo vive sotto il regime pulsionale, determinato inconsciamente, che non passa meno attraverso la coscienza, in una ripartizione di funzioni psichiche e di luoghi psichici e di oggetti psichici che integrano i risultati della cultura, sforzo dell’evoluzione individuale, essa stessa integrata nello sforzo collettivo. Le nuove figure sessuali o i nuovi sintomi che appaiono e ci interrogano, ci ripetono un frammento della storia della nostra lingua, della sua attualizzazione sempre all’opera, ci raccontano il presente dei corpi che integrano e testimoniano di mostrarlo, l’evoluzione della lingua collettiva che traduce il nostro perpetuo adattamento alle cose e alle azioni sessuali. Da Freud sappiamo che se le cose e le azioni sessuali portano il loro effetto sulla lingua, la lingua a sua volta influisce sulle cose e le azioni sessuali; il corpo prende posto come prodotto e contingente di questa disposizione. Senza possibile circolarità, questa circolazione obbliga nondimeno a pensare a un’imperfetta reciprocità che formuliamo così: il corpo fa la lingua, la parola fa il corpo. Nel vuoto di questa asimmetria che Freud ci invita a sperimentare e a pensare si fonda l’impossibile chiusura dove l’analisi appare e dove l’analista trova appoggio, lì dove prende la misura, ponendola come tale, della responsabilità politica del suo atto rispetto alle cose del sesso. Questo caratterizza, dal nostro punto di vista, una politica del corpo o ciò che ci autorizziamo a pensare in questi termini, per la psicoanalisi.
BIBLIOGRAFIA
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