Il genere in psicoanalisi: ritorno della critica del sapere (2014)

Il genere in psicoanalisi: ritorno della critica del sapere (2014)

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Il genere in psicoanalisi: ritorno della critica del sapere (1ª parte)

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Cosa fa il genere alla psicoanalisi? (2ª parte)

Carnets de l’École de Psychanalyse Sigmund Freud, n°93, 2014, p. 59-72.

 

Affronteremo quello che merita di essere chiamato un argomento di attualità.

Data la difficoltà di trattare il genere, ho preferito ripercorrere con voi il filo storico della sua irresistibile ascesa dalla metà del XX secolo circa.

Tutto ciò che evocherò oggi si basa su una ricerca condotta in particolare nell’ambito di un lavoro universitario, questa è una prima importante precisazione, ma soprattutto, a partire da un’esperienza clinica da cui ho estratto due principali linee di lavoro designate come “la questione trans” da un lato e “la questione gay” dall’altro, — il tutto sullo sfondo dell’epidemia di AIDS — questa è la seconda precisazione necessaria da formularvi prima di andare oltre. “Trans” e “gay” vanno intesi come significanti identitari, a cui il genere ci riporta e che permette di pensare, e con essi la questione delle identità nella sua attualità.

L’idea comune prevalente è quella di definire il genere come ciò che riguarda il maschile e il femminile; è d’altronde ciò che gran parte delle scienze sociali privilegia come approccio, a scapito di ciò che il genere è per molti altri.

Il genere di cui parlerò non è quindi quello della grammatica né quello che passa per essere il “sesso sociale” così come viene molto spesso definito.

È che il genere, da quando circola, è stato ricoperto da una buona decina di concezioni diverse: sociologica, filosofica, femminista, marxista, genetica, politica, psichiatrica, minoritaria, queer, eterocentrica, gay, lesbica, trans e altre ancora.

Fino a qualche tempo fa pensavo che una discussione sul genere in psicoanalisi richiedesse di essere introdotta da tutta una serie di considerazioni preliminari, per facilitarne l’approccio. Ormai, sono sicuro di una cosa, è che tutti sono perfettamente immersi, volenti o nolenti, nel dibattito sul “genere” e nell’attualità della teoria mitologica che lo accompagna ormai.

Ciò non impedisce che quasi nessuno sappia di cosa parla quando parla di genere. Molti sono certi di saperlo, quando lo rivendicano o lo difendono, la maggior parte dimentica, volontariamente, che il genere è prima di tutto una cosa indefinibile, che turba, perturba le categorie e che questa incompatibilità con lo sforzo di concettualizzazione non è un difetto, ma la sua qualità principale.

Ciò permette di pensare molto ragionevolmente che non c’è bisogno di sapere cosa sia per godere di ciò che fa.

Tuttavia, non è proibito accoglierlo e, se non possiamo darne una definizione stabile, possiamo descriverne le coordinate teoriche a partire dall’esperienza clinica.

Nel caos mediatico e politico dell’ultimo anno, da quando il disegno di legge sul “matrimonio per tutti” è stato messo in discussione — senza dubbio nel peggiore dei modi —, fino alle premesse del dibattito sul progetto di riforma della legge sulla famiglia (alla fine rinviato di almeno un anno sotto la pressione degli integralisti) — e in particolare le questioni legate all’IVG e alla PMA —, il genere è stato messo in tutte le salse. Non posso dirlo meglio che usando questa espressione culinaria che illustra il pasticcio a cui partecipano media, politici, attivisti associativi, psicoanalisti, religiosi, alcuni paranoici e altri neonazisti. Quali di loro sono in grado di sorvegliare la cottura di questa pentola per prevenirne il trabocco?

Tutto questo caos è allo stesso tempo il momento peggiore per cercare di fare chiarezza sul genere, ma anche il migliore. Tutto è lì. A cielo aperto. Basta tendere l’orecchio — o aprire le finestre nei giorni di manifestazione — per vedere in carne e ossa cosa produce il genere come effetti, cosa rivela, cosa è, e cosa permette di pensare della teoria e della clinica psicoanalitica. Il “disturbo di genere” — secondo l’espressione consacrata — è manifestamente all’opera; fa il suo effetto.

In un’intervista pubblicata questo mese sulla rivista Vacarme, Joan Scott ripercorre il suo percorso di ricercatrice e il suo incontro con il genere. Ne ridà, per inciso, una definizione vicina a quelle — al plurale — a cui mi riferisco inizialmente, prima di proporre a mia volta le mie. Ricorda che il genere è innanzitutto il mezzo per discutere il senso manifesto e nascosto dei legami tra le attribuzioni biologiche e i ruoli sociali, per mettere in discussione la naturalità e la storicità del sesso. Vale a dire che non c’è nulla di “naturale” nel fatto che un essere umano maschio diventi un uomo e detenga più potere di una donna, per esempio, e cosa che spesso si dimentica oggi, che non ci sono sempre stati due sessi per il sapere medico e scientifico (fino al XVIII secolo) e che la supposta differenza dei sessi non è sempre stata così fermamente indicizzata nel discorso al numero due — converrebbe discutere questo dal punto di vista del linguaggio. Joan Scott definisce così dal 1983 il genere come “strumento di analisi critica storica”. È senza dubbio la definizione più interessante per gli psicoanalisti tra quelle in circolazione, la più vicina a ciò che gli psicoanalisti possono fare con il genere.

Non è certo la prima concezione moderna del genere, poiché dobbiamo a John Money nel 1953 e Robert Stoller nel 1964 l’aver definito il genere e l’identità di genere — e poi il nucleo dell’identità di genere — a partire da lavori sull’intersessualità e il transessualismo. La concezione di Stoller, ispirata a quella di Money, rimane ancora oggi il riferimento maggioritario tra gli “psico” in materia di genere. Non è tuttavia la più interessante sul piano dell’elaborazione concettuale e della gestione clinica. A ciò si aggiunge ormai che le loro proposte sono passate da allora al vaglio dei pensieri femministi, queer, post-moderni e trans che hanno ampiamente cambiato le carte in tavola negli ultimi trent’anni.

Money e Stoller hanno un approccio molto adattativo al genere, reificando nelle loro proposte la sua dimensione di apprendimento sociale e culturale, sottolineando la costrizione che i determinanti in questione esercitano sulla psiche o sul psicologico: con loro il genere non è una creatività psichica che potrebbe avere un’influenza sul sociale, ma un adattamento sociale della psiche invitata a conformarsi sotto l’effetto dell’interazione.

Money definisce l’identità di genere, nel 1953, nel modo seguente: «l’identità di genere è l’esperienza intima dell’identità sessuale, e l’identità sessuale è l’espressione pubblica dell’identità di genere». È, a mio avviso, una delle definizioni più interessanti.

Stoller, dopo Money, ripenserà l’identità di genere dandole un “nucleo dell’identità di genere”, acquisito nei primi anni di vita, che dà al genere una svolta evoluzionistica che non tiene conto della circolarità indotta in Money tra l’individuale e il collettivo.

I loro lavori hanno ampiamente ispirato e sostenuto gli sviluppi del genere nel discorso del femminismo materialista degli anni ’70. La prospettiva sociale del sesso determinato dall’apprendimento culturale si è imposta. Ann Oakley, nel 1972, inaugura nella sua opera Sex, Gender and Society quello che da allora è considerato lo studio dei rapporti sociali di sesso (in Francia, ci riferiamo a Danièle Kergoat, Christine Delphy o Nicole-Claude Mathieu, per esempio). A quell’epoca, il genere è pensato in un modo che possiamo riassumere con la seguente formula: «Il genere crea il sesso».

Ma questo non può essere compreso senza riprendere il filo storico dei pericolosi legami tra sesso e genere dall’inizio del XX secolo. Vi propongo di seminare qua e là alcune formule che riassumeremo in seguito. Queste frasi sono state estrapolate dal loro contesto, non significano più molto, ma continuano a dire abbastanza da aver lasciato il segno.

C’è prima quella di Sigmund Freud, «Il destino è l’anatomia» (Freud, 1924). Non considera, scrivendola, il genere, ma precede le conseguenze psicologiche della differenza anatomica (Freud, 1925) di cui parlerà in seguito.

Poi nel 1949, possiamo ricordare di Simone de Beauvoir questa celebre frase «Non si nasce donna, lo si diventa».

Gli sviluppi teorici che seguono questi anni 1950-1960 si iscrivono prevalentemente nel pensiero sociologico, non condividono già quasi più nulla — almeno in apparenza — con le teorie psicoanalitiche, salvo alcuni punti di opposizione. Questa scissione tra le teorie psicoanalitiche e quello che diventerà il femminismo moderno degli anni 1970 sembra istituirsi negli anni 1950-1960, che sono anche una svolta storica nella storia del movimento psicoanalitico francese e mondiale. Ed è anche il momento in cui si sviluppa, sempre in Francia, la filosofia cosiddetta post-moderna.

Il pensiero filosofico francese post-moderno, letto negli Stati Uniti dagli Americani — costituito allora da autori come Deleuze, Derrida ma anche Lacan —, diventa negli anni ’60 quella che da allora è chiamata la French Theory.

Allo stesso tempo, questi pensatori critici del sistema del sapere sono, senza esservi direttamente coinvolti, tra le fonti di ciò che è stato chiamato nelle università inglesi i Cultural Studies — una “anti-disciplina” degli anni ’60, fortemente critica, che si presentava come anti-accademica, e che proponeva un approccio trasversale alle culture popolari, contestatarie e minoritarie.

Nel 1970-1971, Lacan enuncia «La donna non esiste».

Già nel 1970, i Cultural Studies vengono importati negli Stati Uniti, dove incontrano la French Theory. E questo nel momento in cui si costituiscono peraltro — ma non senza legami — i Lesbian and Gay Studies in particolare all’Università di San Francisco (che apre già nel 1970 il primo corso di studi secondari undergraduate dedicato agli LGBTQ Studies, l’Università di NYC apre il primo diploma post-graduate universitario nel 1986). Durante questo periodo, una profusione di saperi solitamente percepiti come minoritari si istituiscono come saperi ufficiali. Riconfigurano il panorama dei saperi universitari e acquisiscono le loro lettere di nobiltà sotto l’influenza di un pensiero nutrito di decostruzione: di decostruzione del sapere attraverso il pensiero filosofico della decostruzione, attraverso l’esperienza dell’inconscio e attraverso un pensiero critico delle dominazioni di ogni tipo.

L’accademismo è messo in discussione negli Stati Uniti, nelle università, sotto l’effetto di un pensiero che rompe con le proprie fonti, reso libero all’esplorazione di un territorio nuovo dove i suoi stessi precursori non ritrovano i loro piccoli, dove tutti i nuovi paradigmi sono regolarmente saccheggiati per aprire ad ogni svolta nuove prospettive al sapere critico del sapere e della sua stessa costituzione. Appaiono le nozioni dei “saperi situati” del femminismo dell’epoca, e da allora, per esempio, il pensiero dell’intersezionalità — sesso, razza, classe — impregnato del femminismo della 3ª generazione — quello delle Black Feminist 20 anni fa, e quello delle Chicanas immigrate negli Stati Uniti oggi, a cui possiamo far seguire oggi il trans-femminismo attuale — quello derivante dalle femministe transgender o transessuali.

Nel 1975, Gayle Rubin scrive nella sua opera “Il mercato delle donne”: «la psicoanalisi è una teoria femminista mancata». A cui aggiunge «Poiché la psicoanalisi è una teoria del genere, scartarla sarebbe suicida per un movimento politico che si dedica a sradicare la gerarchia di genere (o il genere stesso).

Nel frattempo, le elaborazioni femministe si articolano attorno a «il genere crea il sesso».

Gli “studi di genere” non esistono ancora come tali, ma i primi lavori che presto si amplieranno in un corpus sono già iniziati: quelli della critica della dominazione maschile sono i più celebri.

Se il termine genere è usato negli Stati Uniti, in Francia nello stesso periodo, preferiamo, in particolare sotto l’influenza di Lévi-Strauss, parlare delle differenze sessuali. È questo che accentuerà ulteriormente l’effetto di ritorno che vediamo realizzarsi da circa trent’anni sotto le sembianze del genere o del gender.

Ecco cosa è successo tra gli anni ’60 e ’80 tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, attorno ai Cultural Studies, alla French Theory e agli LGBT and Queer Studies, in cui possiamo ritrovare i fili storici o leggere gli effetti dei pensieri che hanno nutrito questi movimenti: la filosofia, la psicoanalisi, l’antropologia, la sociologia, la storia, la letteratura e altri.

Tutte queste svolte e queste ricomposizioni — questi annodamenti e scioglimenti — si sono realizzate nello stesso periodo, non è un caso. È stato necessario che alcuni elementi si separassero per articolarsi o annodarsi con altri. Perdiamo regolarmente di vista questo aspetto di questo momento di separazione-configurazione, che pure spiega alcune trasformazioni. Se la psicoanalisi sembra essere severamente snobbata dal discorso femminista a partire dagli anni 1960-1970, e ancora di più da allora dalle teorie queer, dobbiamo guardare questo più da vicino. Non possiamo accontentarci di questa supposta resistenza alla psicoanalisi, di cui troppo spesso ci accontentiamo per spiegare che movimenti sociali o di pensiero emergenti sembrano non voler sapere nulla dell’inconscio — sottintendendo con ciò che non possiamo farci nulla.

Al di là di questa vasta critica del sapere come metodo ed esperienza condivise con la psicoanalisi e la filosofia in particolare, notiamo che i saperi interessati da questi movimenti intellettuali sono legati alle sessualità — in quanto pratiche e oltre, nelle loro risonanze sociali, culturali, politiche e psicologiche. Sono questioni minoritarie provenienti dalle minoranze sessuali che emergono con i Cultural Studies, con i Queer and Gender Studies, che siano quelle provenienti dalla minoranza femminile, dalle lesbiche, dai gay, dai transessuali, dai neri o dagli immigrati.

Non abbiamo visto apparire nelle università i Patriarches Studies o i Bons Pères de Familles Studies. Perché? Perché queste teorie sono insegnate per default, all’ombra della conoscenza — questo è il punto di vista critico. Perché il sapere che queste denominazioni potrebbero ricoprire è insegnato nell’ignoranza di sé stesso, cosa che da un lato le femministe possono combattere, e cosa che dall’altro lato gli psicoanalisti possono sentire quando in entrambi i casi l’ignoranza di questo sapere da criticare finisce per fare sintomo, psichicamente o socialmente.

Faccio l’ipotesi che questo ritorno, o questa estensione, di questa esperienza critica del sapere derivi direttamente dal sapere sul sessuale liberato dalla psicoanalisi. Se attraverso la psicoanalisi, il sapere sul sessuale, che essa ha contribuito a far emergere, non si fosse diffuso in effetti di sapere, forse non avremmo visto svilupparsi tutti questi movimenti critici di liberazione delle minoranze sessuali.

Questi movimenti teorici e pratici sono spesso determinati contro la psicoanalisi percepita come conservatrice. Quasi tutti si basano sull’esperienza della psicoanalisi, pur mantenendo una severa critica nei suoi confronti. Le teoriche più riconosciute della Queer o Gender Theory hanno spesso rivendicato la loro esperienza personale della psicoanalisi (Gayle Rubin, Judith Butler, Joan Scott).

Quando Rubin dedica, nel Marché aux femmes nel 1975, la psicoanalisi come «femminismo mancato», essa iscrive durevolmente il sessuale freudiano nel quadro delle teorie queer e femministe che seguiranno. Ma gli sviluppi di queste teorie si realizzano lontano dai divani per l’immensa maggioranza di coloro che studiano e prolungano questi pensieri: gli anni ’70 finiscono per lasciare il posto agli anni ’80 e ’90, la psicoanalisi non è più percepita come un pensiero e una pratica di emancipazione sessuale.

Le critiche femministe alla psicoanalisi da parte di Gayle Rubin o Monique Wittig partecipano a un movimento di deprezzamento della psicoanalisi storica, mentre allo stesso tempo il sapere sul sessuale costituisce un elemento storico dello sviluppo di questi pensieri critici, senza che ci sia bisogno di accorgersene, tanto che non vi prestiamo più attenzione. Non vediamo che l’emancipazione sociale e culturale delle sessualità messe in minoranza si sostiene anche della liberazione del sapere sul sessuale che la psicoanalisi ha suscitato, non in quanto corpus teorico o movimento di pensiero, ma in quanto esperienza singolare di alcuni dei teorici più famosi di queste correnti post-moderne.

Nel 1978, Wittig scrive «Le lesbiche non sono donne». Spiegando con ciò che le lesbiche sfuggono alle categorie sessuali economiche, politiche e sociali che sono uomo e donna. Anche se la sua formula è messa in relazione con quella di De Beauvoir, possiamo anche leggerla con quella di Lacan.

Nel 1992, Judith Butler pubblica il suo celebre Trouble dans le genre, pour un féminisme de la subversion. Vi espone che se il genere può essere disfatto, è perché è un fare, e che il sesso, di conseguenza, è anch’esso un fare, un fare legato al fare del genere, e al disfare del genere che riapre la prospettiva di un possibile fare del sesso. Ciò che prevale allora si traduce nella seguente formula: «Disfare il genere, disfare il sesso».

La messa in movimento del fare e disfare del genere coincide con lo sbarco in Francia del queer, in quanto pensiero e in quanto movimento. Il movimento queer negli Stati Uniti non è certo quello che ha colonizzato di più le università come hanno fatto i Gender studies e i Cultural Studies, ma questi ultimi non sono senza un legame diretto con il pensiero queer.

Contrariamente o al di là di quanto affermato da E. Roudinesco all’inizio della settimana sull’Huffington Post, il queer non è un sottogruppo o un gruppuscolo minoritario, ma piuttosto un’esperienza di interrogazione dei confini dello strano e dell’inquietante che non si definisce attraverso insegnamenti accademici né si riassume nell’esistenza di un gruppo sociale. Il queer non è né più né meno che il nome della forma recente che l’inquietante freudiano applicato al sessuale può assumere nella nostra modernità, quando il sessuale arriva a farsi rappresentare nel sociale. Il queer è un pensiero dell’estraneità non assimilabile a un sapere stabilito, né a nessuna identità poiché il queer è al di là delle identità e si fonda sul ritorno in superficie dei conflitti e degli orrori sepolti sotto il moggio dalle identità quando si fondano sulla rimozione. Il queer è la possibilità di questo ritorno assunto da coloro che non vogliono ricoprirlo troppo presto di nuovo. Il queer non è assimilabile al genere o alla sua storia, è l’abietto in Jean Genet o l’impossibile omosessuale in Lee Edelmann.

Durante questi anni 1990-2000, il movimento cosiddetto gay raggiunge il suo apogeo identitario, si parla della comunità omosessuale o comunità gay, che comprende sia uomini gay che donne lesbiche, così come persone transessuali, senza tuttavia avere diritto di parola nella denominazione comunitaria, almeno non immediatamente.

A poco a poco la L delle lesbiche si è attaccata alla G dei gay. Una considerazione femminista della situazione delle donne omosessuali si concretizza, per esempio, nella ridenominazione della marcia annuale dell’orgoglio omosessuale — la pride (orgoglio) — in Lesbian and Gay Pride.

Emerge allora un nuovo discorso trans reso possibile da una presa di libertà delle persone trans al di là dell’assegnazione di luoghi nel discorso che i movimenti identitari avevano loro riservato. I bordi del queer si rivelano instabili nell’accogliere la diversità trans e le questioni di fondo che le persone trans attivano. Dico trans per riprendere il modo in cui coloro che prima sarebbero stati designati come transessuali hanno iniziato a far circolare nuovi significanti: trans (2004-2005), transgender, in particolare. Dico ai bordi del queer, perché è ai margini del margine, come sempre, che sono apparse e continuano ad emergere le cose più interessanti, quelle capaci di informarci sulle patologie a volte discrete della norma.

All’inizio del 3° millennio, appare anche il significante transpedegouines, che testimonia un’interrogazione dell’acronimo LGBT divenuto nel frattempo la sigla ufficiale per rappresentare la diversità delle diverse minoranze sessuali che compongono la comunità omosessuale di un tempo, ora diversa da sé stessa, e all’interno della quale si esercitano oppressioni tra le diverse posizioni di potere: gay, lesbica, bi e trans non sono trattati allo stesso modo in questa finzione comunitaria. LGBT, notiamolo, è apparso sotto l’influenza delle necessità del discorso di rivendicazioni politiche.

Il LGBT durante questo periodo recente è stato raggiunto dalla Q di queer, perché alcuni hanno finito per rivendicarlo come un’identità a sé stante, anche a costo di contraddirne il senso iniziale, per dare il LGBTQ, a cui si aggiunge oggi la I degli intersessuali, gli ultimi arrivati in quella che non può più essere pensata come “la comunità omosessuale”, ma “la comunità LGBTQI”.

Le identità sono severamente messe in discussione, schiacciate dietro le piccole lettere incaricate di rappresentarle, ridotte a ben poco accanto ai soggetti stessi costretti da questa dittatura acronimica. Ma forse le identità sono reificate da queste lettere, e non solo ridotte? Quali conseguenze può avere questo sui soggetti? Cosa ci insegna questo esempio singolare sull’evoluzione dell’identità sessuale, nell’era del genere?

Se si prosegue con questi elementi, in questa direzione, l’orientamento sessuale non ha manifestamente più molto senso. Poiché per definizione, la congiunzione delle lettere fa un tutt’uno di ciò che avremmo designato in altri tempi con omosessualità o eterosessualità o bisessualità o transessualità designando a turno scelte, preferenze, non-scelte o effetti di scelta.

Ma ormai, questo non regge più, i T sono altrettanto omo o etero, così come possono esserlo i loro partner, che siano G, B, Q, I o H perché conviene aggiungere la H degli Etero che possono essere partner con i G, i B, le L, i T, i Q, gli I o infine altri H. Nulla sembra più mancare all’appello del LGBTQIH. Ma solo in apparenza.

Perché in effetti, che ci sia dello strano, del bizzarro e dell’omosessuale si mantiene, a quanto pare, in questa convergenza identitaria, ma senza più farsi rappresentare sotto forme precedentemente note. Ciò che si lasciava osservare e pensare attraverso il prisma di nozioni come l’orientamento sessuale o l’identità sessuale si è affrancato grazie all’effetto del genere, diventando generi plurali, sia situati in un campo identitario, ma svincolati da una stretta assegnazione di sesso o di preferenza sessuale predeterminata, esercitando la possibilità di una trasformazione delle condizioni di vita del soggetto preso in un discorso.

Il “omosessuale” in comune potrebbe essere sostituito da bizzarro o queer o minoritario. La marginalità sociale di alcune minoranze sessuali non è più quella degli invertiti o dei perversi descritti nel secolo scorso, ma è la marginalità di coloro che un discorso identitario draconiano organizza quando prende il posto degli antichi discorsi patologizzanti della psichiatria o persino della psicoanalisi. Allora o il campo dei perversi si è normalizzato o è la perversione che ha abbandonato le minoranze sessuali.

La marginalità che il genere evidenzia è quella della vulnerabilità identitaria di un’epoca in cui alcune trasformazioni dei rapporti tra significante e performativo hanno forse dimostrato che le identità sono processi a tutti gli effetti e non più solo le produzioni di processi identificatori: hanno guadagnato la loro autonomia, e questo non è senza effetti di liberazione e di restrizione soggettiva.

Così, che ci sia ancora l’orientamento sessuale, l’omosessualità o l’eterosessualità o la bisessualità coerente sembra smentito dalla stessa designazione LGBTQI. Ciò che federa non è più, evidentemente, il supposto senso di una preferenza sessuale. Il fattore minoritario sembra molto più il principio organizzatore di questo amalgama. Questo è molto illuminante su ciò che il genere permette quando favorisce una riconfigurazione quasi permanente della vernice identitaria e quindi un rilancio delle identificazioni, in particolare quelle delle identità cosiddette sessuali supposte stabili e riconoscibili.

Tanto che dagli anni 2000, sotto l’influenza dei trans non sempre soddisfatti dell’amalgama T, ha iniziato a imporsi un’altra considerazione del sesso e del genere sotto la formula «il mio sesso non è il mio genere». Il sesso di cui si parla qui non è più il sesso del femminismo materialista né quello del «disfare il genere, disfare il sesso» delle Gender Theory.

Il genere di cui si parla oggi nel «il mio sesso non è il mio genere» non è il genere degli anni ’70. E il sesso di cui si parla d’ora in poi non è il sesso biologico, ma un sesso nuovo, un sesso disfatto dal genere stesso disfatto, e creato di nuovo, creato come novità a tutti gli effetti, un sesso nuovo — così come lo designo — che non sarebbe più del tutto ignorante della sua non-naturalità, della sua non-storicità salvo quella della storia soggettiva, un sesso illuminato sul suo annodamento con il genere e sulla sua non-onnipotenza sessuale, un sesso consapevole della sua incompetenza sessuale e della sua determinazione di genere: una sorta di a-sesso reso possibile dal genere quando disfa il sesso.

È questo sesso che la clinica del genere in psicoanalisi ci offre di avvicinare, per comprenderne prima le costruzioni, poi esplorarlo nelle diverse manipolazioni che rende possibili nel lavoro clinico, nelle costruzioni analitiche e nelle interpretazioni rinnovate e talvolta anche nuove che favorisce e che permettono di non indietreggiare troppo di fronte a queste nuove figure sessuali che non hanno finito di destabilizzarci sotto l’effetto del sapere sul sessuale che riceviamo in questo movimento di ritorno.

Quindi, per concludere l’elenco di questa evoluzione storica delle nozioni e dei concetti, e sottolineando ancora la dinamica di fondo che ho qualificato come un ritorno della critica del sapere, ho infine proposto al termine della mia ricerca — che è solo all’inizio — questa: «il genere disfa il sesso e crea il sesso» dove possiamo apprezzare che la ripetizione di sesso sottintende che non si tratta dello stesso, e che si aprono qui alcune possibili riformulazioni dello scopo dell’analisi alla luce del genere, la descrizione di una possibile creazione sessuale che la cura potrebbe mirare con l’organizzazione della sessuazione di cui il genere è vettore, verso la creazione del sesso nuovo.

2ª parte dell’intervento

Cosa fa il genere alla psicoanalisi, e cosa può farne la psicoanalisi? (Tre nozioni rivisitate, e alcuni estratti relativi alla pratica).

Il genere non è necessario alla psicoanalisi perché la psicoanalisi ha già sviluppato un intero corpus teorico, che permette innegabilmente di pensare il sessuale, di lavorare con il sessuale freudiano, il che è, non dimentichiamolo, il miglior modo attualmente disponibile per pensare le cose del sesso e della sessualità.

A questo il genere non aggiunge nulla, a priori, se non che è un buon mezzo — il più attuale — per riprendere l’esame di alcune nozioni per nulla psicoanalitiche, ma che hanno nondimeno conosciuto un innegabile successo nel discorso degli psicoanalisti, nei loro scritti, al punto che possono spesso essere percepite come concetti psicoanalitici. Tra queste, rileviamo la “differenza dei sessi”, l’“orientamento sessuale” o ancora l’“omosessualità”. Aggiungiamo a ciò che il genere permette di riconsiderare il rapporto che la psicoanalisi intrattiene con altre nozioni come quella di “identità”.

Dopo qualche tempo di ricerca, ho finito per dare al genere la seguente definizione: Il genere è il limite situato sia all’esterno che all’interno del sesso, il litorale o il margine del sesso capace di rivelarne la profondità di campo. Il genere appare sotto l’effetto del sessuale; interroga i saperi inconsci della differenza sessuale, e fa vacillare le identificazioni fino al loro rinnovamento. Così, il genere disfa il sesso e crea il sesso nell’intervallo del suo disturbo intermittente, nell’istante di stabilità in cui si sperimenta.

In questa definizione, il sesso e il genere non sono né opposti, né complementari, ma annodati insieme; è come annodamento che mi è sembrato potessero essere affrontati nei tentativi di elaborazione basati sull’esperienza.

Questa concezione si discosta nettamente dalle distinzioni classiche che troviamo e di cui ho parlato poco fa. Potrei riassumere ciò insistendo sul fatto che questo annodamento si è imposto nella clinica, e che è un contributo che colloco come quello dei trans — non dei transessuali o dei transgender, ma proprio delle persone trans, così come il significante trans si è a poco a poco imposto nel discorso. Trans non è l’intervallo tra uomo e donna, non è nemmeno il terzo sesso. Trans rivela un posto, un terzo posto che, quando considerato, fa apparire un annodamento a tre di uomo-donna-trans. Ecco cosa mi hanno insegnato le persone trans. Ed ecco come, grazie a loro, mi sono ritrovato sulla strada delle formule della sessuazione e della clinica borromea, che pensavo di poter evitare all’inizio, sperando di potermi accontentare di un lifting concettuale fatto in fretta e bene. Alla fine non sono riuscito a sfuggire agli impianti.

Questa definizione si è imposta per rispondere, in particolare, alla necessità di rendere conto del genere al di là della concezione maschile/femminile che gli viene spesso attribuita, e che si rivela essere molto insufficiente se non controproducente.

Il genere, nella prospettiva in cui lo considero, è utile se permette di mantenere questa tensione verso l’approfondimento della differenza sessuale e dei saperi che ne derivano. Il genere ci è utile in psicoanalisi se ci serve da operatore capace di mantenere il disturbo, un’esperienza del disturbo che ci riporta e ci espone all’esperienza della differenza sessuale così come non cessa di prodursi, sebbene ciò che ne fabbrichiamo come saperi (come identità sessuale e altre costruzioni psichiche ancora) ci permettano di non vederla più all’opera né di provarla troppo.

Applicata all’esperienza clinica, questa definizione e questa concezione del genere permette, a mio avviso, di considerare sia il genere che il sesso come le due incognite di un’equazione insolubile: l’equazione dell’enigma del sessuale rappresentata dalla sessualità (il che ci permette, per inciso, di avanzare su una sorta di concezione della sessualità in psicoanalisi). Questa prospettiva implica di non pregiudicare ciò che genere e sesso possano significare o rappresentare, e di tentare di dare loro una nuova vita.

Per avanzare nel mio lavoro, ho dovuto scegliere un metodo. E per non complicarmi troppo il compito, ho adottato, per quanto possibile, il metodo freudiano. Così, ho scelto di osservare il genere e il sesso — queste due incognite — attraverso la triptica topica, economica e dinamica che Freud ci ha lasciato. Così facendo, genere e sesso hanno iniziato ad assumere forme e significati in termini di oggetto, processo e istanza.

Una tabella raccoglie queste coordinate, precisando che non è ancora definitiva e richiede in qualche modo di essere verificata. Questa tabella è un secondo modo per definire o situare il genere in relazione al sesso e al sessuale, in una prospettiva metapsicologica e forse borromea.

Allora il genere in psicoanalisi a cosa serve?

La differenza dei sessi

Il genere è innanzitutto utile all’altro, e d’altronde il genere è sempre innanzitutto il genere dell’altro. Ci ricorda che il sessuale è sempre già abitato dall’altro, a cominciare da sé. È una cosa che ho imparato di recente, da quando la tesi è stata discussa e premiata con un riconoscimento sugli studi di genere. A più riprese, lettori e lettrici di questa tesi mi hanno detto: “È interessante ciò di cui parli sul genere, ma è comunque molto il genere gay”, altri mi hanno detto: “È interessante ciò di cui parli sul genere, ma è comunque molto il genere trans”. Devo precisare che la prima citazione proviene da un interlocutore a priori etero o straight, e che la seconda proviene da un interlocutore a priori omo o gay? Posso completare questo aneddoto dicendovi che un’amica trans mi ha detto un giorno, nello stesso ordine di idee: “è bello il tuo genere, almeno ricorda ai gay che noi — i trans — non sogniamo solo di andare a letto con gli etero, lo facciamo, e perché? perché a noi il genere non fa paura, l’abbiamo inventato”.

Questo aneddoto rivela che il genere rilancia l’esperienza singolare e soggettiva di doversi situare e di situare l’altro nel panorama sessuale. Quando il genere emerge o viene discusso (cosa che faremo qui), ognuno si avvicina sfortunatamente a questa esperienza della differenza sessuale che è costantemente all’opera, ma che riusciamo a evitare frontalmente grazie alle conoscenze che costruiamo per “farvi fronte”, come si dice. Di queste conoscenze necessarie per affrontare la differenza sessuale all’opera, il genere evidenzia in particolare quella che chiamiamo “la differenza dei sessi”, non ricordandoci che questa “differenza dei sessi” non preesiste ai sessi di cui stabilisce comunque una sorta di rapporto, dimenticando un po’ troppo in fretta che la costruiamo precisamente per rendere confortevole questa incessante esperienza della differenza sessuale, che non prefigura il numero dei sessi da trovarvi, ma che tentiamo di far tenere come due, senza dubbio per facilitarci il compito.

Il genere rilancia questo lavoro di inventario delle conoscenze che ci sono necessarie per affrontare la differenza sessuale, tra teorie infantili, credenze, saperi immaginari, conoscenze scientifiche, ecc. La differenza dei sessi non è una nozione né un concetto psicoanalitico, eppure è comunemente invocata dal discorso degli psicoanalisti a proposito della sessualità (sessualità che non ha ancora trovato una definizione né una concezione nel campo della psicoanalisi). Che il due dei due sessi si imponga da molto tempo al punto che si deduce essere abbastanza tenace nella psiche non significa che non sia il risultato di qualcosa. È il prodotto di un’operazione psichica, o l’effetto di una struttura come quella di un linguaggio? È il due di due sessi nell’inconscio? Non è a priori ciò che le formule della sessuazione permettono di dedurre, secondo la lettura che ne ho. Allora come spiegare che questa famosa “differenza dei sessi” sia così presente, e preferita a “differenze sessuali — al plurale”? È forse perché testimonia la necessità teorica in quanto finzione, è forse perché questa “differenza dei sessi” tampona per il momento un luogo del sapere dove qualcosa ci sfugge ancora troppo violentemente perché possiamo affrontarlo più tranquillamente. Ma non saprei dire tra cosa e cosa “la differenza dei sessi” faccia da barriera o tappo facendoci credere di sapere qualcosa con essa, a differenza dell’“orientamento sessuale” di cui parlerò ora, che si installa, a mio parere, nel luogo di un’articolazione fittizia tra sessuazione e scelta dell’oggetto.

L’orientamento sessuale

Un altro esempio. Ne ho già parlato nella mia prima parte, è l’“orientamento sessuale” in quanto nozione ancora non psicoanalitica, ma così comunemente ammessa che si può anche supporre che a volte influenzi il pensiero degli psicoanalisti, e forse il loro lavoro. L’idea di orientamento sessuale non è confusa con la questione della scelta dell’oggetto, non la sostituisce ma sembra a volte prolungarla o ricoprirla. A questo proposito, il genere ci fa sentire che, nostro malgrado, siamo influenzati anche dall’idea di orientamento sessuale e non solo guidati dalla nozione psicoanalitica di scelta dell’oggetto. A volte crediamo, più di quanto ammettiamo, all’omosessualità o all’eterosessualità o alla bisessualità come se esistessero. E questo perdura, anche se gli orientamenti sessuali ad essi collegati sembrano trasformati negli ultimi decenni, sotto l’influenza delle identità, al punto da non essere più né riconoscibili né concepibili con i riferimenti precedentemente acquisiti; ne abbiamo preso atto?

Pensiamo, per esempio, al caso di Marc nella mia tesi — di cui vi parlerò più tardi a proposito della gestione immaginaria del genere nella pratica —: questo ragazzo trans, questo transboy, quest’uomo trans interroga e gestisce il genere come nessuno: mi ha insegnato molto, insomma. Ama le ragazze, le donne, proprio come amava le ragazze e le donne prima della sua transizione. Era prima di quel tempo un non-ancora-uomo-trans che amava le donne in quanto a priori donna, quindi era una donna lesbica nel tempo in cui non era parlato come lui e uomo. Era omosessuale femminile ed è oggi un eterosessuale maschile. La sua scelta dell’oggetto non è cambiata a priori, il suo orientamento sessuale ha cambiato manifestamente senso, ma anche polo, passando da femminile a maschile e da un’omosessualità a un’eterosessualità, in altre parole il caso di Marc sottolinea quanto l’orientamento sessuale non abbia letteralmente senso.

A partire da questa ipotesi che l’orientamento sessuale non ha senso, possiamo percepire il ruolo che, nostro malgrado, gli facciamo giocare nella teoria. Per riassumere molto rapidamente quanto ho appena detto, mi sembra che questa nozione non psicoanalitica venga in soccorso a concetti psicoanalitici, e che sia adottata per il comfort che apporta. L’orientamento sessuale è una sorta di legame tra la sessuazione da un lato e la scelta dell’oggetto dall’altro. Sebbene non vi sia, a priori, la necessità di tenere insieme la scelta dell’oggetto e la sessuazione che non trattano affatto delle stesse cose, non di meno nella vita ordinaria, qualcosa dell’ordine delle conseguenze della sessuazione si articola effettivamente con ciò che rappresenta la scelta dell’oggetto nella vita corrente, e a ciò siamo senza dubbio invitati a dare senso grazie a questa immaginaria congiunzione che è l’orientamento sessuale — che sarebbe di fatto una teoria sessuale infantile. L’orientamento sessuale riempie questa finzione e ci allontana dalla conoscenza sul sessuale — in quanto conoscenza inconscia.

L’identità

Rivedendo le nostre abitudini sui presunti orientamenti sessuali e sulla differenza dei sessi, possiamo riconsiderare anche il nostro rapporto con la nozione di identità.

L’identità non è una nozione portante in psicoanalisi; preferiamo, senza possibilità di paragone, pensare alle identificazioni. Certo, le identità non rendono conto in tutta la loro verità delle identificazioni che le fondano, il che è una perdita per chi è interessato a mobilitare le risorse psichiche sottostanti. Ma le identità costituiscono un polo di attrattività narcisistica di cui faremmo male a privarci, per pensare e agire nel lavoro clinico.

Prendiamo l’identità gay, e vediamo cosa ci insegna lo specifico di questa identità minoritaria sul generale. Al di là del marchio identitario, e sebbene a volte lo pretenda, l’identità gay non dice nulla in fondo dell’orientamento sessuale — poiché quest’ultimo non ha possibilmente senso. Così la pratica ci insegna che molti omosessuali possono non riconoscersi come gay, poiché il marcatore identitario, che a volte vale come identità sessuale e a volte come identità di genere, permette di sottrarvisi tanto quanto di esservi inchiodati dal discorso. Il posizionamento soggettivo nel campo delle rappresentazioni sociali si accorda più o meno con il determinante soggettivo.

Allora perché pensare, come testimonia il pensiero comune, che gli omosessuali siano i gay, o che i gay siano gli omosessuali? Perché tenere insieme un’identità di genere — l’identità gay — e la finzione di un orientamento sessuale — che fa da congiunzione tra la sessuazione e la scelta dell’oggetto — se non per lasciare da parte l’impossibile dell’identità sessuale — nel senso di ciò che sfugge alla conoscenza sul sessuale che l’identità, qualunque essa sia, non può veramente rappresentare nel sociale?

Certe situazioni cliniche impongono di visitare questi interrogativi. Il fenomeno dello slam — consumo di droghe per via endovenosa in un contesto sessuale, apparso tra gli uomini gay negli anni 2004-2005 — ne è un ottimo esempio. All’interno di una cosiddetta comunità sessuale, quella che un tempo si chiamava omosessuale, uomini, per lo più sieropositivi all’HIV, hanno iniziato a iniettare droghe di un nuovo genere — le catinoni — nel contesto della loro vita sessuale, al punto che questo consumo non è più solo un supporto alla sessualità, ma una pratica sessuale a tutti gli effetti, che il concetto di dipendenza è incapace di chiarire.

Come comprendere che questi uomini, per lo più gay e gay agli occhi di tutti, sieropositivi, si siano ritrovati in questa sottocomunità di slamer, pronti a esplorare in ogni angolo un comportamento di consumo di droghe con effetti deleteri rapidi e massicci?

Questo fenomeno è un sintomo identitario, è la mia ipotesi di partenza. Questi uomini gay sieropositivi subiscono le conseguenze della rimozione intracomunitaria, di un’epidemia e dei suoi rappresentanti, che la comunità comune tenta di escludere al suo interno, alla stregua della scissione — per Freud — che relega la rappresentazione inconciliabile verso la formazione di un secondo gruppo psichico dove viene messa nell’oblio? In Nancy, Bataille e Blanchot, la comunità si nutre della morte dell’individuo, allora il genere diventa, qui, il nostro alleato per sostenere il soggetto di fronte all’“essere-in-comune” identitario che a volte si confonde con la morte come opera comunitaria.

Come procedere clinicamente, di fronte a questa collusione così eclatante tra un’epidemia e un’identità, se non proponendo che il significante gay — marcatore dell’identità in questione — sia sottoposto allo sforzo di decostruzione, per essere disfatto proprio come il genere è stato disfatto precedentemente nella storia recente delle identità sessuali — disfare il genere, disfare il gay?

La decostruzione del genere è una via d’accesso possibile all’apertura del sesso in quanto rappresentante identitario, senza bisogno di abbandonare le identità, di cui possiamo trarre profitto per il lavoro di mobilitazione libidinale.

Gestione del genere nella clinica – il caso di Marc (estratti dall’articolo “Emergenza e gestione del genere nella clinica. Dalla sostanza all’oggetto”).

Marc ha 22 anni quando ci incontriamo per la prima volta, nell’ambito di una consultazione nel mio studio. La sua richiesta iniziale, così come espressa, riguarda il suo percorso di transizione, per il quale desidera avere uno spazio per pensare e progredire in questo “viaggio sessuale”. Non essendo psichiatra, questo percorso “psico” non può essere integrato nel quadro del follow-up obbligatorio che il protocollo ufficiale richiede in Francia per questo tipo di accompagnamento, quando si desidera il trattamento ormonale, e poi un’operazione chirurgica. Ma non è il desiderio di Marc, che prende già ormoni, al mercato nero. E soprattutto, non desidera alcuna operazione chirurgica, quindi non ha “interesse” a integrare un follow-up ufficiale di transizione. Marc lavora; occupa un impiego nel settore commerciale, è un venditore. Vive da solo a Parigi, dove è cresciuto. I suoi redditi gli permettono di vivere dignitosamente secondo lui, di assicurare l’avanzamento del suo progetto di “viaggio sessuale”, e di pagare sedute di “psico”. Marc è un ragazzo trans, eterosessuale, che ama le ragazze, le donne o le persone trans donne, così come mi ha precisato il perimetro della sua eterosessualità. Non ha mai visto uno “psico” prima di incontrarmi. Come mi ha scelto? Perché uno dei suoi amici, che viene da me, gli ha dato il mio indirizzo e i miei contatti. Iniziamo il follow-up, con un colloquio a settimana per cominciare.

Molto rapidamente, la questione degli ormoni assume importanza nel discorso di Marc. Ha appena iniziato questo “trattamento”, che lui chiama così sebbene non benefici di prescrizione medica né di copertura finanziaria di detto trattamento. Il suo approvvigionamento è regolare, simile ai metodi utilizzati da alcuni sportivi per procurarsi testosterone. Con un follow-up medico e una prescrizione in piena regola, Marc potrebbe beneficiare di un trattamento di Testogel®, una pomata. Per diverse ragioni, si procura testosterone da iniettare per via intramuscolare, che si applica da solo, dopo aver preso qualche consiglio da un’amica infermiera.

I primi effetti del testosterone sul piano psicologico non aumentano più; Marc si è abituato globalmente alle novità dei caratteri maschili (aumento della libido, maggiore impulsività). Al contrario, le trasformazioni corporee guadagnano poco a poco terreno, ma sono progressive (pilosità, voce, muscolatura), e richiedono regolarmente un aggiustamento psicologico: modifica dell’immagine del corpo, nuova designazione di alcune parti del corpo (le gambe diventano le cosce, per esempio). In questo contesto, Marc accetta la mia raccomandazione di intraprendere un normale follow-up medico per il trattamento ormonale, e quindi di interrompere la sua sperimentazione solitaria. Ciò gli sembra possibile, mentre all’inizio del suo percorso di transizione, rivendicava un’iniziativa più libertaria. Il medico accetta il follow-up e prescrive i trattamenti sostitutivi a Marc, che si applica la pomata quotidianamente. Da questo momento, una sorta di stabilità del percorso di transizione si manifesta; la fase di lancio è passata, i follow-up medici e psicologici sono in atto. La relazione transferale conosce giorni più calmi che all’inizio; sono trascorsi diversi mesi. Gli imprevisti tecnici della sua transizione occupano meno spazio; il trattamento è una routine; può dare libero sfogo al suo pensiero, durante le sedute, e il contenuto del materiale psichico portato cambia considerevolmente, grazie a questa stabilità del follow-up.

A partire dal genere in sostanza, Marc ha fabbricato poco a poco qualcosa in rapporto con il suo corpo, un corpo nuovo e rinnovato. Questa produzione si è manifestata alternando momenti di attraversamento dell’informe di grande destabilizzazione soggettiva, sempre vissuti sull’orlo della rottura. Si sono verificati sintomi di depersonalizzazione e di allucinazione, sempre fugaci, sempre criticati, che abbiamo in qualche modo ricondotto ogni volta alla creazione psichica in corso nello spazio transferale. Crisi d’ansia hanno temporaneamente richiesto il supporto di un trattamento farmacologico, in collaborazione con uno psichiatra partner. I disturbi sensitivi e le produzioni quasi-deliranti non sono stati trattati con farmaci antipsicotici o altro, in accordo con il medico psichiatra. La loro breve temporalità ci ha incoraggiato, ad ogni tappa, a integrarli successivamente nel lavoro analitico, il loro statuto rientrando allora maggiormente in una desoggettivazione all’opera che meritava di essere accolta nel transfert per trovarvi la sua risoluzione.

Marc ci aveva già dimostrato la sua capacità di gestire il genere come un processo simbolico mobilitato in un reinvestimento progressivo del corpo e del linguaggio, in particolare attraverso la produzione di nuove parole incaricate di designare ciascuna delle parti del suo corpo, una dopo l’altra, come una riedizione della scoperta primaria. Questo momento fecondo del lavoro ha lasciato il posto, dopo alcuni mesi, al disimpegno del genere come oggetto immaginario, la cui composizione ha dapprima trovato la sua forma e la sua materia in questi momenti di attraversamento dell’informe. È che l’apertura indotta dal ricorso al genere ha impegnato la creazione di un sesso nuovo – e non solo di un nuovo sesso. A questo livello, l’analista è chiamato in causa in modo specifico quando l’immaginario del genere si invita in lui per dare corpo – quindi immagine – al genere in divenire del soggetto analizzante e, di questo sesso nuovo co-occorrente del genere al lavoro. Perché se il genere è messo al lavoro, è per reinventare il sesso, come esporremo ancora.

Ma come ha funzionato? Quali processi psichici, in particolare inconsci, possiamo descrivere? Quando il genere risuona della sua qualità di oggetto immaginario e di processo simbolico, viene a discutere il sesso nella sua qualità di istanza immaginaria e di oggetto simbolico, e lo interroga, anche a costo di sottolineare la precarietà del sapere che accompagna la sua esistenza, per il soggetto e per l’analista. Il sesso così interpellato nella sua costruzione lascia apparire i movimenti identificatori conosciuti, ancora sconosciuti o da riconoscere, di ciò che nell’analisi dell’analista ha potuto illuminare la costituzione e l’autorizzazione sessuale dell’essere sessuato, il sembiante di donna o di uomo a cui l’analista si riferisce, per esempio. Ciò impegna il lavoro analitico sulla via di una sessuazione pensata ormai come processo immaginario e istanza simbolica. Questo è un primo livello di messa al lavoro nell’analista del sesso attraverso il genere, quando l’analista si propone di sostenere il desiderio di analisi dell’analizzante a partire dalle conoscenze che egli stesso ha elaborato per proprio conto, a proprio conto, e che continua a chiarire ancora, ogni volta che una cura lo invita a spostarsi in corpo nella matrice delle sue conoscenze.

Le elaborazioni psichiche, incoraggiate da ogni progresso del lavoro analitico, fioriscono nell’attività onirica o nelle produzioni sintomatiche del paziente, e anche in quelle dell’analista. Una rappresentazione speculare e non speculare del genere emerge poco a poco dal lato dell’analista. Una parte si lascia rappresentare e dire, l’analista la pensa o la parla; un’altra parte confina fuori dal campo del linguaggio, l’analista la ospita e la cura.

Questa coabitazione dell’analista con questo genere in costruzione-elaborazione è attraversata da ciò che il transfert impegna. Ma definisce soprattutto uno spazio di lavoro dove immaginare il tracciato del genere all’opera e in costruzione simultanee, permette poi che si scriva. E che si scriva dà un bordo al fuori campo della parola dove il genere può venire sia ad accablare e impedire l’elaborazione del sesso nuovo dell’analizzante, sia a sostenere e dinamizzare questa creazione che l’analista può assumere come al di là della matrice, una matrice finalmente tranquillizzata del vuoto di cui si sostiene. Ecco un secondo livello della gestione del genere da parte dell’analista.

Allora forse il genere è il nome di questo momento di elaborazione transferale che si dispiega a proposito del sesso dell’altro nella cura? Forse è il nome di ciò che individuiamo come una pista di lavoro dove converrebbe esplorare la funzione dell’analista in quanto questo “altro del sessuale”? Forse è il nome di un luogo del sesso nella psiche?

E il Fallo in tutto questo? Transizione all’esposizione di Christian Centner

A cosa serve? Dobbiamo farne a meno? Il genere non è un “coprisesso”? Un evitamento della castrazione? Un diniego del Fallo?

È una sorpresa della mia ricerca.

Essere stato ricondotto a queste formule che pensavo di poter evitare, per scoprire che non ne sapevo molto e che hanno una portata molto più ampia di quanto sembri, sul piano teorico e anche clinico.

Ed esservi stato ricondotto dalle persone trans, quelle e quelli che la letteratura qualifica più spesso come psicotici e perversi, che rifiutano il Fallo e la castrazione, come se queste fossero caratteristiche efficaci, ecc…

Aver constatato anche che ciò che accade nel lavoro analitico non rientra sempre in queste formule, in particolare quando si tratta nell’analisi delle costruzioni legate agli accomodamenti della sessuazione, che fino a quando non si realizzano hanno forme non riconoscibili con le teorie stabilite o le formule scritte, e che ci invitano a pensare il lavoro al di fuori di esse — non senza Fallo, ma temporaneamente fuori-Fallo —, fino a quando non sarà possibile, più tardi, tornarvi per riconoscervisi o meno.

Nell’intervallo di questi istanti che il lavoro punteggia, il genere può servire all’analista per sostenere queste creazioni sessuali inconsce, accogliere “la gestazione di un sesso nuovo”, contribuire ad accomodamenti della sessuazione che il genere vettorializza. Le principali gestioni del genere che ho potuto individuare per il momento sono gestioni che qualifico come gestioni immaginarie.

Il genere è un concetto limite, un limite nel senso del limite dello stato-limite, una questione di confine proprio come la pulsione è un concetto limite.

Forse il genere è uno stato-limite della sessuazione che, pur non escludendo il Fallo, si propone di trovare accomodamenti alla sessuazione le cui realizzazioni possono avvenire fuori-Fallo — ma non senza il Fallo?

Questo fuori-Fallo che non è né un tempo né uno spazio è forse l’equivalente di ciò che si designa con io ausiliario nella clinica borderline?

Il genere non mette in discussione il Fallo ma interroga il suo limite in quanto incertezza, incertezza che limita gli effetti di limite del trattamento psichico delle cose del sesso.

Conclusione

C’è un importante limite a tutto ciò che ho appena detto su ciò che il genere è o sembra essere. È che il genere sarà stato soprattutto utile a qualcuno che, grazie ad esso, avrà potuto progredire nell’esperienza della psicoanalisi, e che questo qualcuno non può dire molto di più che al di là di sé stesso, salvo forse passare la parola ad altri eclissandosi.

Appendici

EPSF – Mattinata Clinica

Clinica del genere in psicoanalisi

Domenica 9 febbraio 2014 – CEASIL

Esposizione di Vincent Bourseul

Articolazioni possibili del genere e del sesso in cinque formulazioni storiche:

1950-1960 – Il genere è il sesso sociale (Psichiatria, Psicoanalisi)

1970-1980 – Il genere crea il sesso (Sociologia, Femminismo materialista)

1990 – Disfare il genere, disfare il sesso (Studi di genere, Queer)

2000 – Il mio sesso non è il mio genere (Trans, Trans-femminismo)

2010 – Il genere disfa il sesso e crea il sesso (Psicoanalisi)

Il genere in psicoanalisi, 1ª proposta di definizione:

Il genere è il limite situato al tempo stesso all’esterno e all’interno del sesso, il litorale o il margine del sesso capace di rivelarne la profondità di campo. Il genere appare per effetto del sessuale; interroga i saperi inconsci della differenza sessuale e fa vacillare le identificazioni fino al loro rinnovamento. Così, il genere disfa il sesso e crea il sesso nel tra-due del suo turbamento intermittente, nell’istante di stabilità in cui si prova.

Il genere in psicoanalisi, 1ª proposta di individuazione:

In occasione della tesi di dottorato “Clinica del genere in psicoanalisi”, il genere, il sesso e la sessuazione sono stati presentati nelle loro corrispondenze con i registri immaginario, simbolico e reale a partire dalla loro qualità di oggetto, di processo e di istanza. Il risultato ci offre le seguenti coordinate:

Immaginario

Simbolico

Reale

Genere

oggetto

processo

istanza impossibile

Sesso

istanza

oggetto

processo impossibile

Sessuazione

processo

istanza

oggetto impossibile

Costruzione della tabella:

I numeri (?) indicano l’ordine cronologico di apparizione degli elementi nel corso della ricerca. Fino al (3), si tratta di elementi emergenti nell’esperienza clinica; il (4), che è la prima “istanza” iscritta nella tabella, è dedotto da (1), (2) e (3): esso completa una prima tabella. Poi la tabella viene estesa per accogliere il (5) come necessità logica per le elaborazioni teoriche questa volta. A partire dal (5), tutto il resto è stato completato per deduzione “pseudo-logica”. Il tutto resta “da verificare”.

Immaginario (1)

Simbolico (2)

Reale (5)

Genere (1)

oggetto (1)

processo (3)

istanza impossibile (7)

Sesso (2)

istanza (4)

oggetto (2)

processo impossibile (5)

Sessuazione (6)

processo (7)

istanza (7)

oggetto impossibile (6)

Riferimenti bibliografici, Vincent Bourseul:

Vincent Bourseul, “Emergenza e gestione del genere nella clinica. Dalla sostanza all’oggetto”, Cliniques Méditerranéennes, n°91, Ramonville Saint-Agne: Érès, 2015, di prossima pubblicazione.

Vincent Bourseul, “Essere una madre come un Uomo”, in La parenté transgenre, (a cura di Laurence Hérault e Irène Théry), Marsiglia: Presse Universitaire de Provence, 2014.

Vincent Bourseul, “Il «genere gay» e la sofferenza identitaria: il fenomeno slam”, Nouvelle Revue de Psychosociologie, n°17, Jouy-en-josas, 2014.

Vincent Bourseul, “Il genere in psicoanalisi, perimetro di una definizione”, Recherches en Psychanalyse, Parigi: Recherches en Psychanalyse, 2014, di prossima pubblicazione.

Vincent Bourseul, “Il corpo fa la lingua, la parola fa il corpo: una politica del corpo in Freud”, Champ Psy, n°64, Parigi: L’Esprit du Temps, 2013.

Vincent Bourseul, “Anatomia e destino del «genere» in Freud e alcuni contemporanei”, L’Évolution Psychiatrique, Issy-les-Moulineaux: Elsevier Masson, 2013. In stampa. [online], pubblicato il 23 novembre 2013, URL: http://www.em-consulte.com/article/843937/anatomie-et-destin-du-%C2%A0genre%C2%A0-chez-freud-et-quelqu.

Vincent Bourseul, “H. I. e V., o le lettere d’amore”, Cahiers de psychologie clinique, n°38, Bruxelles: De Boeck Université, 2012, p. 161-177.

Vincent Bourseul, “L’esperienza queer e l’inquietante”, Recherches en Psychanalyse [online], 10|2010, pubblicato l’11 febbraio 2011, URL: http://www.repsy.org/articles/2010-2-l-experience-queer-et-l-inquietant/

Vincent Bourseul, “Disfare il proprio genere, per dire cosa?”, Le journal des psychologues, n° 272, Parigi: novembre 2009, pp. 60-64.

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Vincent Bourseul

Il genere in psicoanalisi: ritorno della critica del sapere

 

 

Questo primo testo si propone di chiarire la storia della nozione di genere dagli anni ’50 e quella del rapporto che le teorie che l’hanno adottata intrattengono con la psicoanalisi in esperienza e in teoria. Il secondo testo, “Cosa fa il genere alla psicoanalisi, e cosa può farne la psicoanalisi?”, si concentrerà maggiormente sulle condizioni di una definizione del genere nel campo teorico della psicoanalisi, in rapporto con l’emergere e la gestione del genere nella clinica, fino alle questioni legate alla sessuazione e al fallo.

 

Ciò che affronterò qui si basa su una ricerca condotta in particolare nell’ambito di un lavoro universitario, ma soprattutto, a partire da un’esperienza clinica da cui ho estratto due piste principali di lavoro: la questione trans da un lato e la questione gay dall’altro, il tutto sullo sfondo dell’epidemia di AIDS — precisazione necessaria prima di andare oltre, perché gran parte di queste riflessioni non avrebbero probabilmente visto la luce senza l’effetto di reale del virus HIV, capace di sconvolgere il senso. Trans e gay sono qui da intendere come significanti identitari, a cui il genere ci riporta e che permette di pensare, e con essi la questione delle identità nella sua attualità.

L’idea comune prevalente è quella di definire il genere come ciò che

rientra nel maschile e nel femminile, ed è d’altronde ciò che gran parte delle scienze sociali privilegia come approccio, a scapito di ciò che il genere è per molti altri. Il genere di cui parlerò non è quindi quello della grammatica, né quello che passa per essere il «sesso sociale» come viene definito molto spesso nella sua forma ridotta.

È che il genere, da quando circola, è stato ricoperto da una decina di concezioni diverse: sociologica, filosofica, femminista, marxista, genetica, politica, psichiatrica, minoritaria, queer, eterocentrata, gay, lesbica, trans e altre ancora.

Se fino a poco tempo fa pensavo che una discussione sul genere in psicoanalisi richiedesse di essere introdotta da tutta una serie di considerazioni preliminari per facilitarne l’approccio, ora sono certo di una cosa: tutti sono perfettamente immersi, volenti o nolenti, nel dibattito sul genere e nell’attualità della teoria mitologica che ormai lo accompagna, designata sotto l’appellativo contestato di «teoria del genere».

Ciò non impedisce che quasi nessuno sappia di cosa parla quando parla di genere. Molti sono certi di saperlo, quando lo rivendicano o lo difendono. La maggior parte dimentica, volontariamente, che il genere è innanzitutto una cosa indefinibile, che turba, perturba le categorie e che questa incompatibilità con lo sforzo di concettualizzazione non è un difetto, ma la sua qualità principale. Il che permette di pensare molto ragionevolmente che non c’è bisogno di sapere cosa sia per beneficiare di ciò che fa. Tuttavia, non è vietato accoglierlo e se non possiamo darne una definizione stabile, possiamo quantomeno descriverne le coordinate teoriche a partire dall’esperienza clinica.

Nel caos mediatico e politico di quest’ultimo anno, da quando il progetto di legge sul «matrimonio per tutti» è stato messo in discussione, senza dubbio nel peggiore dei modi, fino alle premesse del dibattito sul progetto di riforma della legge sulla famiglia (infine rinviato di almeno un anno sotto la pressione degli integralisti) — e in particolare le questioni legate all’IVG e alla PMA — il genere è stato messo in tutte le salse. Non posso dirlo meglio che usando questa espressione culinaria che illustra il pasticcio a cui partecipano media, politici, militanti associativi, psicoanalisti, religiosi, alcuni paranoici e altri neonazisti. Chi tra loro è capace di sorvegliare la cottura di questa pentola per prevenirne il traboccamento?

Tutto questo casino è al tempo stesso il momento peggiore per tentare di vederci chiaro a proposito del genere, ma anche il migliore. Tutto è lì. A cielo aperto. Basta tendere l’orecchio, o aprire le finestre nei giorni di manifestazione, per vedere in carne e ossa ciò che il genere produce come effetti, ciò che rivela, ciò che è, e ciò che permette di pensare della teoria e della clinica psicoanalitica. Il «disordine nel genere», secondo l’espressione consacrata, è manifestamente all’opera: fa il suo effetto.

In un’intervista apparsa questo mese sulla rivista Vacarme, Joan Scott ripercorre il suo percorso di ricercatrice e il suo incontro con il genere. Ne ridà di passaggio una definizione vicina a quelle a cui mi riferisco inizialmente, prima di proporre le mie a mia volta. Ricorda che il genere è innanzitutto il mezzo per discutere il senso manifesto e nascosto dei legami tra le attribuzioni biologiche e i ruoli sociali, per mettere in questione la naturalità e la storicità del sesso. Ovvero che non c’è nulla di

«naturale» nel fatto che un essere umano maschio diventi un uomo e detenga più potere di una donna, per esempio, e, cosa che si dimentica spesso oggi, che non ci sono sempre stati due sessi per il sapere medico e scientifico (fino al XVIII secolo) e che la supposta differenza dei sessi non è sempre stata così fermamente indicizzata nel discorso al numero due — converrebbe discutere questo dal punto di vista del linguaggio. Così dal 1986, Joan Scott definisce il genere come «una categoria utile

di analisi storica». È senza dubbio la definizione più interessante

per gli psicoanalisti tra quelle in circolazione, la più vicina a ciò che gli psicoanalisti possono fare con il genere.

 

Non è certo la prima concezione moderna del genere, poiché dobbiamo a John Money nel 1953 e a Robert Stoller nel 1964 di aver definito il genere e l’identità di genere — poi il nucleo dell’identità di genere — a partire da lavori sull’intersessualità e il transessualismo. La concezione di Stoller, ispirata a quella di Money, rimane ancora oggi il riferimento maggioritario tra gli «psy» in materia di genere. Non è tuttavia la più interessante sul piano dell’elaborazione

concettuale e del maneggio clinico. A ciò si aggiunge che le loro proposizioni sono passate da allora al vaglio dei pensieri femministi, queer, postmoderni e trans, che hanno largamente cambiato le carte in tavola negli ultimi trent’anni. Money e Stoller hanno un approccio molto adattivo del genere, reificando nelle loro proposizioni la sua dimensione di apprendimento sociale e culturale, sottolineando il vincolo che questi determinanti esercitano sullo psichismo o sul psicologico. Con loro il genere non è una creatività psichica che potrebbe avere un’influenza sul sociale, ma un adattamento sociale dello psichismo invitato a conformarsi sotto l’effetto dell’interazione. A mio avviso, la seguente definizione di Money è una delle più interessanti: «L’identità di genere è l’esperienza intima dell’identità sessuale, e l’identità sessuale è l’espressione pubblica dell’identità di genere». Sulla scia di Money, Stoller ripensa l’identità di genere dandole un «nucleo dell’identità di genere», acquisito nelle prime età della vita, che dà al genere una svolta evoluzionista non tenendo conto della circolarità indotta in Money tra l’individuale e il collettivo.

I loro lavori hanno largamente ispirato e sostenuto gli sviluppi del genere nel discorso del femminismo materialista degli anni 1970. La prospettiva sociale del sesso determinato dall’apprendimento culturale si è imposta. Nel 1972 nella sua opera Sex, Gender and Society, Ann Oakley inaugura ciò che è considerato da allora come lo studio dei rapporti sociali di sesso. In Francia, ci riferiamo a Danièle Kergoat, Christine Delphy o Nicole-Claude Mathieu, per esempio. A quell’epoca, il genere è pensato in un modo che possiamo ritenere con la seguente formula: «Il genere crea il sesso».

 

Ma questo non può essere colto senza riprendere il filo storico dei legami pericolosi del sesso e del genere dall’inizio del XX secolo. Vi propongo di seminare qua e là alcune formule che riassumeremo poi. Queste frasi sono estratte dal loro contesto, non vogliono più dire granché, ma continuano a dirne abbastanza per aver segnato gli spiriti. C’è innanzitutto nel 1923 quella di Sigmund Freud, «Il destino è l’anatomia». Scrivendola, non considera il genere, ma anticipa le conseguenze psichiche della differenza anatomica di cui parlerà nel 1925. La sua massima rimane oggetto di tutte le controversie, e la sua reale portata è mantenuta sotto il tappeto. Rimpiangiamo di passaggio che il riferimento al «destino» non sia inteso qui nell’uso freudiano di ciò che va combattuto per evitarne la profezia (nevrosi di destino), e d’altronde che l’anatomia è molto lontana dal ricoprire in Freud il biologico che non vi si riduce, tanto costituisce indubbiamente in lui un vero modello d’ispirazione del vivente. Privato di queste coordinate, il destino anatomico di Freud costituisce sempre la prova, agli occhi di alcuni, di una ristrettezza di vedute ridotta al pene.

Nel 1949, possiamo ritenere da Simone de Beauvoir questa

celebre frase «Non si nasce donna, lo si diventa». Con lei

si inaugurano nuovi approcci femministi, precedendo i pensieri sulla costruzione sociale dell’identità che seguiranno una decina d’anni più tardi.

 

Gli anni 1950-1960 si iscrivono maggioritariamente nel pensiero sociologico, non condividono già quasi più nulla — almeno in apparenza — con le teorie psicoanalitiche, salvo alcuni punti di opposizione. Questo scisma tra le teorie psicoanalitiche e ciò che diventerà il femminismo moderno degli anni 1970 sembra istituirsi in questi anni 1950-1960, che sono anche una svolta nella storia del movimento psicoanalitico francese e mondiale: scissioni, esclusioni, fondazioni. Ed è anche il momento in cui si sviluppa, in Francia sempre, la filosofia detta «postmoderna». Quest’ultima, costituita allora da autori come Deleuze, Derrida ma anche Lacan, letta negli Stati Uniti da americani, diventa negli anni 1960 ciò che si chiama da allora la French Theory. Nello stesso tempo, questi pensatori critici del sistema di sapere sono, senza esservi direttamente implicati, tra le fonti di ciò che è stato chiamato nelle università inglesi i Cultural Studies: un’«anti-disciplina» degli anni 1960, fortemente critica, che si presenta come anti-accademica, e che prodiga un approccio trasversale delle culture popolari, contestatarie e minoritarie.

Nel 1971, Lacan enuncia «La donna non esiste». Non critica l’identità donna promossa dai femministi loro malgrado, ma sposta la questione con le formule della sessuazione e il «non-tutto fallico», che non sarà largamente inteso in questo senso in questi momenti di rivendicazioni egualitarie. La rivendicazione sociale sembrando allora mal conciliarsi o sostenersi dall’esperienza psicoanalitica. Diversamente, già dal 1970, i Cultural Studies inglesi sono importati negli Stati Uniti, dove incrociano la French Theory. E questo nel momento in cui si costituiscono d’altronde, ma non senza legami, i Lesbian and Gay Studies all’università di San Francisco in particolare, che apre il primo insegnamento di studi secondari undergraduate consacrato agli LGBTQ Studies (l’Università di New York City apre il primo diploma post-graduate universitario nel 1986, sedici anni dopo). Durante questo periodo, una profusione di saperi percepiti di solito come minoritari si istituiscono in saperi ufficiali. Riconfigurano il paesaggio dei saperi universitari e guadagnano i loro titoli di nobiltà, sotto l’influenza di un pensiero nutrito di decostruzione del sapere attraverso il pensiero filosofico della decostruzione, attraverso l’esperienza dell’inconscio e attraverso un pensiero critico delle dominazioni di ogni ordine.

L’accademismo è messo in causa negli Stati Uniti, nelle università, sotto l’effetto di un pensiero che rompe con le proprie fonti, reso libero all’esplorazione di un territorio nuovo dove i suoi stessi precursori non ci ritrovano i loro piccoli, dove tutti i nuovi paradigmi sono regolarmente saccheggiati per aprire a ogni svolta nuove prospettive al sapere critico del sapere e della propria costituzione. Appaiono le nozioni di «saperi situati» del femminismo dell’epoca, e da allora, per esempio, il pensiero dell’intersezionalità — sesso, razza, classe — impregnato del femminismo della terza generazione: quello delle

Black Feminist di 20 anni fa, e quello delle Chicanas immigrate negli Stati Uniti oggi, che possiamo far seguire dal transfemminismo attuale

— quello proveniente dalle femministe transgender o transessuali.

Nel 1975, Gayle Rubin scrive: «la psicoanalisi è una teoria femminista mancata». A cui aggiunge: «Poiché la psicoanalisi è una teoria del genere, scartarla sarebbe suicida per un movimento politico

che si dedica a sradicare la gerarchia di genere» (o il genere stesso). Gli «studi di genere» non esistono ancora in quanto tali, ma i primi lavori che presto si arricchiranno in corpus sono già partiti: quelli della critica della dominazione maschile ne sono i più celebri. Se il termine «genere» è utilizzato negli Stati Uniti, in Francia nello stesso periodo preferiamo, in particolare sotto l’influenza di Lévi-Strauss, parlare delle differenze sessuali. È ciò che accentuerà tanto più questo effetto di ritorno che vediamo realizzarsi da circa trent’anni sotto i tratti del genere o del gender.

Ecco ciò che è successo tra gli anni 1960 e 1980 tra la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, attorno ai Cultural Studies, alla French Theory e agli LGBT and Queer Studies, in cui possiamo ritrovare i fili storici o leggere gli effetti dei pensieri nutrienti di questi movimenti: la filosofia, la psicoanalisi, l’antropologia, la sociologia, la storia, la letteratura e altri.

Se tutte queste svolte e ricomposizioni, questi annodamenti e snodamenti, si sono realizzati nello stesso periodo, non è un caso. È stato necessario che degli elementi si separassero per articolarsi o annodarsi con altri. Perdiamo regolarmente di vista questo aspetto di questo momento di separazione-configurazione, che spiega tuttavia certe trasformazioni. Se la psicoanalisi sembra essere severamente snobbata dal discorso femminista a partire dagli anni 1960-1970, e ancora di più da allora dalle teorie queer, dobbiamo guardare questo più da vicino. Non possiamo accontentarci di questa supposta resistenza alla psicoanalisi, di cui ci accontentiamo troppo spesso per spiegare che movimenti sociali o di pensieri emergenti sembrano non voler sapere nulla dell’inconscio — sottintendendo con ciò che non ci possiamo fare nulla.

Al di là di questa vasta critica del sapere come metodo ed esperienze condivise con la psicoanalisi e la filosofia in particolare, notiamo che i saperi interessati da questi movimenti intellettuali sono legati alle sessualità, in quanto pratiche e oltre, nelle loro risonanze sociali, culturali, politiche e psicologiche. Sono questioni minoritarie provenienti dalle minoranze sessuali che emergono con i Cultural Studies, con i Queer and Gender Studies, che siano quelle provenienti dalla minoranza femminile, delle lesbiche, dei gay, dei/delle transessuali, dei blacks o degli/delle immigrati/e.

Non abbiamo visto apparire Patriarches Studies o Buoni

Padri di Famiglia Studies nelle università. Perché? Perché queste teorie sono insegnate per difetto, all’ombra della conoscenza — è il punto di vista critico. Perché il sapere che queste denominazioni potrebbero ricoprire è insegnato nell’ignoranza di se stesso, ciò che da un lato le femministe possono combattere, e ciò che dall’altro lato gli psicoanalisti possono intendere quando nei due casi l’ignoranza di questo sapere da criticare finisce per fare sintomo, psichicamente o socialmente.

 

Faccio l’ipotesi che questo ritorno, o questa estensione, di questa esperienza critica del sapere sia direttamente proveniente dal sapere sul sessuale liberato dalla psicoanalisi. Se attraverso la psicoanalisi, il sapere sul sessuale a cui ha contribuito a far apparire non si fosse diffuso in effetti di sapere, forse non avremmo visto arricchirsi tutti questi movimenti critici di liberazione delle minoranze sessuali.

Questi movimenti teorici e pratici sono spesso determinati contro la psicoanalisi percepita come conservatrice. Quasi tutti sono appoggiati sull’esperienza della psicoanalisi, pur mantenendo una severa critica contro di essa. Le teoriche più riconosciute delle Queer o Gender Theories hanno spesso rivendicato la loro esperienza personale della psicoanalisi. Quando Rubin consacra la psicoanalisi come «teoria femminista mancata», iscrive durevolmente il sessuale freudiano al quadro delle teorie queer e femministe che seguiranno.

Ma gli sviluppi di queste teorie si realizzano lontano dai divani per l’immensa maggioranza di coloro che studiano e prolungano questi pensieri: gli anni 1970 finiscono per lasciare posto agli anni 1980 e 1990, la psicoanalisi non è più percepita come un pensiero e una pratica

di emancipazione sessuale. Le critiche femministe della psicoanalisi da parte di Gayle Rubin o Monique Wittig partecipano di un movimento di deprezzamento della psicoanalisi storica, allo stesso tempo in cui il sapere sul sessuale costituisce un elemento storico dello spiegamento di questi pensieri critici, senza che ci sia bisogno di accorgersene, tanto che non ci prestiamo più attenzione. Non vediamo che l’emancipazione sociale e culturale delle sessualità messe in minoranza si sostiene anche della liberazione del sapere sul sessuale che la psicoanalisi ha suscitato, non in quanto corpus teorico o movimento di pensiero, ma in quanto esperienza singolare di alcuni e alcune dei/delle teorici/che più famosi/e di queste correnti postmoderne. Quando nel

1978 Wittig scrive «Le lesbiche non sono donne», lei

spiega con ciò che le lesbiche sfuggono alle categorie sessuali economiche, politiche e sociali che sono uomo e donna. Anche se la sua formula è messa in relazione con quella di Beauvoir, possiamo anche leggerla con quella di Lacan.

 

Quando nel 1992 Judith Butler pubblica il suo celebre Disordine nel genere, spiega che se il genere può essere disfatto, è perché è un fare, e che il sesso di conseguenza è un fare anche lui, un fare legato al fare del genere, e al disfare del genere che riapre la prospettiva di un possibile fare del sesso. Ciò che prevale allora si traduce nella formula «disfare il genere, disfare il sesso».

La messa in movimento del fare e del disfare del genere coincide con lo sbarco in Francia del queer, in quanto pensiero e in quanto movimento. Il movimento queer negli Stati Uniti non è certo quello che ha più colonizzato le università come hanno fatto i Gender Studies e i Cultural Studies, ma questi ultimi non sono senza legame diretto con il pensiero queer. Contrariamente o al di là di ciò che diceva Elisabeth Roudinesco recentemente nell’Huffington Post, il queer non è un sottogruppo o un gruppuscolo minoritario, ma ben di più un’esperienza di interrogazione delle frontiere dello strano e dell’inquietante che non si definisce attraverso insegnamenti accademici né si riassume nell’esistenza di un gruppo sociale. Il queer, è né più né meno che il nome della forma recente che l’inquietante freudiano applicato al sessuale può prendere nella nostra modernità, quando il sessuale viene a farsi rappresentare nel sociale. Il queer è un pensiero della stranezza non assimilabile a un sapere stabilito né ad alcuna identità, poiché il queer è al di là delle identità e si fonda sul ritorno in superficie dei conflitti e degli orrori sepolti sotto il moggio dalle identità quando si fondano sulla rimozione. Il queer è la possibilità di questo ritorno assunto da coloro che non vogliono ricoprirlo troppo in fretta di nuovo. Il queer non è assimilabile al genere o alla sua storia, è tanto l’abietto in Jean Genet quanto «l’impossibile omosessuale» in Lee Edelmann, per esempio.

 

Durante questi anni 1990-2000, il movimento detto gay raggiunge il suo apogeo identitario, si parla meno della «comunità omosessuale» ma piuttosto della «comunità gay», che comprende al tempo stesso gli uomini gay e le donne lesbiche, così come le persone transessuali, senza che queste abbiano tuttavia diritto di parola nell’intitolazione comunitaria, almeno non immediatamente. Poco a poco la L delle lesbiche viene ad attaccarsi alla G dei gay. Una presa in considerazione femminista della situazione delle donne omosessuali si concretizza, per esempio nella ri-designazione della marcia annuale di orgoglio omosessuale — il pride (orgoglio) — in Lesbian and Gay Pride.

Emerge allora un nuovo discorso trans, reso possibile da una presa di libertà delle persone trans al di là dell’assegnazione di luoghi nel discorso che i movimenti identitari avevano loro riservato. I bordi del queer si rivelano instabili nell’accogliere la diversità trans e le questioni di fondo che le persone trans attivano. Dico trans per riprendere il modo in cui coloro che sarebbero stati/e designati/e in precedenza da transessuali hanno cominciato a far circolare nuovi significanti: trans (2004-2005) e transgender, in particolare. Dico ai bordi del queer, perché è al margine del margine, come sempre, che sono apparse e continuano a emergere le cose più interessanti, quelle capaci di informarci sulle patologie a volte discrete della norma.

In questo inizio del terzo millennio, appare anche il significante transpédégouines che testimonia un’interrogazione dell’acronimo LGBT, diventato nel frattempo la sigla ufficiale per rappresentare la diversità delle diverse minoranze sessuali che compongono la comunità omosessuale di un tempo diventata diversa da se stessa, e all’interno della quale si esercitano oppressioni tra le diverse posizioni di potere. Gay, lesbica, bi e trans non sono alloggiati alla stessa insegna in questa finzione comunitaria. LGBT, notiamolo, è apparso sotto l’influenza delle necessità del discorso di rivendicazioni politiche. Durante questo periodo recente l’LGBT è stato raggiunto dalla Q di queer, perché alcuni hanno finito per rivendicarlo come un’identità a pieno titolo, anche a costo di contraddirne il senso iniziale, per dare l’LGBTQ, a cui si aggiunge oggi la I degli intersessuali, ultimi arrivati in ciò che non può più essere pensato come la «comunità omosessuale», ma la «comunità LGBTQI».

Le identità sono severamente rimesse in questione, schiacciate dietro le piccole lettere incaricate di rappresentarle, ridotte a poca cosa accanto ai soggetti stessi costretti da questa dittatura acronimica. Forse le identità sono reificate da queste lettere, e non solo ridotte? Quali conseguenze può avere questo sui soggetti? Cosa ci insegna questo esempio singolare sull’evoluzione dell’identità sessuale, nell’era del genere?

 

Se si prosegue con questi elementi, in questa via, l’orientamento sessuale non ha manifestamente più molto senso. Poiché per definizione, la congiunzione delle lettere fa lotto comune di ciò che avremmo designato in altri tempi con omosessualità o eterosessualità o bisessualità o transessualità designando a turno scelte, preferenze, non-scelte o effetti di scelta. D’ora in poi, questo non regge più, le T sono tanto omo o etero, così come possono esserlo i loro partner, che siano G, B, Q, I o H — perché conviene aggiungere la H degli etero che possono essere partner per le G, le B, le L, le T, le Q, le I o infine altre H. Nulla sembra più mancare all’appello dell’LGBTQIH. Ma solo in apparenza.

Infatti, che ci sia dello strano, del bizzarro e dell’omosessuale si mantiene sembra nel questa convergenza identitaria, ma senza più farsi rappresentare sotto forme precedentemente conosciute. Ciò che si lasciava osservare e pensare attraverso il prisma delle nozioni come l’orientamento sessuale

o l’identità sessuale se ne è affrancato grazie agli effetti del genere, diventando generi plurali situati certo in un campo identitario ma liberati da una stretta assegnazione di sesso o di preferenza sessuale predeterminate, esercitando la possibilità di una trasformazione delle condizioni di vita del soggetto preso in un discorso. Dell’«omosessuale» in comune potrebbe essere sostituito da bizzarro o queer o minoritario. La marginalità sociale di certe minoranze sessuali non è più quella degli invertiti o dei perversi descritti nel secolo scorso, ma è la marginalità di coloro che un discorso identitario draconiano organizza quando prende il posto degli antichi discorsi patologizzanti della psichiatria o anche della psicoanalisi. Possiamo osare che sia il campo dei perversi si è normalizzato, sia è la perversione che ha abbandonato le minoranze sessuali. La marginalità che il genere mette in evidenza è quella della vulnerabilità identitaria di un’epoca in cui certe trasformazioni dei rapporti del significante e del performativo hanno forse fatto la prova che le identità sono processi a pieno titolo e non più soltanto le produzioni di processi identificatori: hanno guadagnato la loro autonomia, questo non è senza effetti di liberazione e di restrizione soggettiva concomitanti.

Così, che ci sia ancora dell’orientamento sessuale, dell’omosessualità o dell’eterosessualità o della bisessualità coerente sembra smentito dalla designazione LGBTQI stessa. Evidentemente, ciò che federa non è più il supposto senso di una preferenza sessuale. Il fattore minoritario sembra ben di più il principio organizzatore di questo amalgama. Questo è molto illuminante su ciò che il genere permette quando favorisce una riconfigurazione quasi permanente della vernice identitaria e quindi un rilancio delle identificazioni, in particolare quelle delle identità dette sessuali supposte stabili e individuabili.

Tanto è vero che, a partire dagli anni 2000, sotto l’influenza delle persone trans non sempre soddisfatte del T amalgamato, ha iniziato a imporsi un’altra considerazione del sesso e del genere con la formula “il mio sesso non è il mio genere24”. Il sesso di cui si parla qui non è più il sesso del femminismo materialista, né tantomeno quello del “disfare il genere, disfare il sesso” delle Gender Theories. Il genere di cui si parla oggi nel “il mio sesso non è il mio genere” non è il genere degli anni ’70. E il sesso di cui si parla d’ora in poi non è il sesso biologico, ma un sesso nuovo, un sesso disfatto dal genere stesso disfatto, e creato di nuovo, creato come novità a sé stante, un sesso nuovo — così come lo definisco — che non sarebbe più del tutto ignaro della sua non-naturalità, della sua non-storicità se non quella della storia soggettiva, un sesso illuminato sul suo annodamento con il genere e sulla sua non-onnipotenza sessuale, un sesso consapevole della sua incompetenza sessuale e della sua determinazione di genere: una sorta di a-sesso reso possibile dal genere quando disfa il sesso.

È questo sesso che la clinica del genere in psicoanalisi ci offre di avvicinare, per comprenderne prima le costruzioni, poi esplorarlo nelle diverse manipolazioni che rende possibili nel lavoro clinico, nelle costruzioni analitiche e nelle interpretazioni rinnovate e talvolta persino nuove che favorisce, e che permettono di non indietreggiare troppo di fronte a queste nuove figure sessuali che non hanno finito di destabilizzarci sotto l’effetto della conoscenza sul sessuale che riceviamo in questo movimento di ritorno.

 

Quindi, per concludere l’elenco di questa evoluzione storica delle nozioni e dei concetti, e sottolineando ancora la dinamica di fondo che ho qualificato come un ritorno della critica del sapere, ho infine proposto al termine della mia ricerca — che è solo all’inizio — questa formula:

il genere disfa il sesso e crea il sesso”. La ripetizione della parola sesso sottintende che non si tratta dello stesso, e che qui si aprono alcune possibili riformulazioni dello scopo dell’analisi alla luce del genere, la descrizione di una possibile creazione sessuale che la cura potrebbe mirare con l’organizzazione della sessuazione di cui il genere è vettore, verso la creazione del sesso nuovo25.

Vincent Bourseul

Cosa fa il genere alla psicoanalisi, e cosa può farne la psicoanalisi?

Il genere non è necessario alla psicoanalisi, perché la psicoanalisi ha già sviluppato un intero corpus teorico che permette di pensare il sessuale, di lavorare con il sessuale freudiano, il che è, non dimentichiamolo, il miglior modo attualmente disponibile per pensare le cose del sesso e della sessualità. A ciò il genere non aggiunge nulla, a priori, se non che è un buon mezzo — il più attuale — per riprendere l’esame di alcune nozioni per nulla psicoanalitiche, ma che hanno comunque avuto un certo successo nel discorso degli psicoanalisti, nei loro scritti, al punto che possono spesso essere percepite come concetti psicoanalitici. Tra queste, rileviamo la “differenza dei sessi”, l’“orientamento sessuale” o ancora l’“omosessualità”, e l’“identità” che il genere interroga nel suo rapporto con la psicoanalisi e la psicoanalisi con esso.

Dopo qualche tempo di ricerca, ho finito per dare al genere la seguente definizione: il genere è il limite situato sia all’esterno che all’interno del sesso, il litorale o il margine del sesso capace di rivelarne la profondità di campo. Il genere appare sotto l’effetto del sessuale; interroga le conoscenze inconsce della differenza sessuale, e fa vacillare le identificazioni fino al loro rinnovamento. Così, il genere disfa il sesso e crea il sesso nell’intervallo del suo disturbo intermittente, nell’istante di stabilità in cui si sperimenta. In questa definizione, il sesso e il genere non sono né opposti, né complementari, ma annodati insieme; è come annodamento che mi sono sembrati poter essere affrontati nei tentativi di elaborazione basati sull’esperienza.

Questa concezione si discosta abbastanza nettamente dalle distinzioni classiche di cui ho parlato poco fa. Potrei dirlo in altro modo insistendo sul fatto che questo annodamento si è imposto nella clinica, e che è un contributo che io colloco come quello delle persone trans — non dei transessuali o dei transgender, ma proprio delle persone trans, così come il significante trans si è a poco a poco imposto nel discorso. Trans non è l’intervallo tra uomo e donna, né è il terzo sesso. Trans rivela un posto, un terzo posto che, quando considerato,

fa emergere un annodamento a tre di uomo-donna-trans. Ecco cosa mi hanno insegnato le persone trans. Ed ecco come, grazie a loro, mi sono ritrovato sulla strada delle formule della sessuazione e della clinica borromea, che pensavo di poter evitare all’inizio, sperando di potermi accontentare di un lifting concettuale fatto in fretta e bene. Alla fine non sono riuscito a sfuggire agli impianti.

Questa definizione si è imposta per rispondere, in particolare, alla necessità di rendere conto del genere al di là della concezione maschile/femminile che gli viene spesso attribuita, e che si rivela essere molto insufficiente se non controproducente. Il genere, nella prospettiva in cui lo considero, è utile se permette di mantenere questa tensione verso l’approfondimento della differenza sessuale e delle conoscenze che ne derivano. Il genere ci è utile in psicoanalisi se ci serve da operatore capace di mantenere il disturbo, un’esperienza del disturbo che ci riporta e ci espone all’esperienza della differenza sessuale tale che non cessa di prodursi, sebbene ciò che ne fabbrichiamo come conoscenze (come identità sessuale e altre costruzioni psichiche) ci permetta di non vederla più all’opera né di provarla troppo.

 

Applicata all’esperienza clinica, questa definizione e questa concezione del genere permette, a mio avviso, di considerare il genere e il sesso come le due incognite di un’equazione insolubile: l’equazione dell’enigma del sessuale rappresentata dalla sessualità (il che ci permette, tra l’altro, di avanzare su una sorta di concezione della sessualità in psicoanalisi). Questa prospettiva implica di non pregiudicare ciò che genere e sesso possano significare o rappresentare, e di tentare di dare loro una nuova vita.

Per avanzare nel mio lavoro, ho dovuto scegliere un metodo. E per non complicarmi troppo il compito, ho adottato, per quanto possibile, il metodo freudiano. Così, ho scelto di osservare il genere e il sesso — queste due incognite — attraverso il trittico freudiano: topico, economico e dinamico. Così facendo, genere e sesso hanno iniziato ad assumere forme e significati in termini di oggetto, processo e istanza. Una tabella alla fine del testo raccoglie queste coordinate, non è ad oggi definitiva e richiede di essere verificata. Questa tabella è un secondo modo per definire o situare il genere rispetto al sesso e al sessuale, in una prospettiva metapsicologica e forse borromea. Allora il genere in psicoanalisi, a cosa serve?

La differenza dei sessi

Il genere è innanzitutto utile all’altro, e del resto il genere è sempre innanzitutto il genere dell’altro. Ci ricorda che il sessuale è sempre già abitato dall’altro, a cominciare da sé. È una cosa che ho imparato di recente, da quando la tesi è stata discussa e premiata con un riconoscimento sugli studi di genere. A più riprese, lettori e lettrici di questa tesi mi hanno detto: “È interessante ciò di cui parli sul genere, ma è comunque molto il genere gay ”; altri mi hanno detto: “È interessante ciò di cui parli sul genere, ma è comunque molto il genere trans ”. Bisogna precisare che la prima citazione proviene da un interlocutore a priori etero o straight, e che la seconda proviene da un interlocutore a priori omo o gay ? Posso completare questo aneddoto dicendovi che un’amica trans un giorno mi ha detto, nello stesso ordine di idee, “è un buon genere il tuo, almeno ricorda ai gay che noi — i trans — non sogniamo solo di andare a letto con gli etero, lo facciamo, e perché? perché a noi il genere non fa paura, l’abbiamo inventato”.

Questo aneddoto rivela che il genere rilancia l’esperienza singolare

e soggettiva di doversi situare e di situare l’altro nel panorama sessuale. Quando il genere emerge o viene discusso (cosa che faremo ora), ognuno si avvicina inopportunamente a questa esperienza della differenza sessuale che è costantemente all’opera, ma che si riesce a evitare frontalmente grazie alle conoscenze che si costruiscono per affrontarla, come si dice. Di queste conoscenze necessarie per affrontare la differenza sessuale all’opera, il genere evidenzia in particolare quella che chiamiamo “la differenza dei sessi”, senza ricordarci che questa differenza dei sessi non preesiste ai sessi di cui stabilisce tuttavia una sorta di rapporto. Dimenticando un po’ troppo in fretta che la costruiamo precisamente per rendere confortevole questa incessante esperienza della differenza sessuale, che non preannuncia il numero dei sessi da trovarvi, ma che cerchiamo di far tenere come due, senza dubbio per facilitarci il compito.

 

Il genere rilancia questo lavoro di inventario delle conoscenze che ci sono necessarie per affrontare la differenza sessuale, tra teorie infantili, credenze, saperi immaginari, conoscenze scientifiche, ecc. La differenza dei sessi non è una nozione né un concetto psicoanalitico, eppure è comunemente invocata dal discorso degli psicoanalisti a proposito della sessualità, che non ha ancora trovato una definizione né una concezione nel campo della psicoanalisi. Che il due dei due sessi si imponga da molto tempo al punto che si deduce essere abbastanza tenace per la psiche, non significa che non sia il risultato di qualcosa. È il prodotto di un’operazione psichica, o l’effetto di una struttura come quella di un linguaggio? È il due di un “due sessi” nell’inconscio? Non è a priori ciò che le formule della sessuazione permettono di dedurre, secondo la lettura che ne ho. Allora come spiegare che questa famosa “differenza dei sessi” sia così presente, e preferita a “differenze sessuali”? Forse è perché testimonia la necessità teorica in quanto finzione, forse è perché questa “differenza dei sessi” per il momento tampona un luogo del sapere dove qualcosa ci sfugge ancora troppo violentemente perché possiamo affrontarlo più tranquillamente. Ma non saprei dire tra cosa e cosa “la differenza dei sessi” viene a fare da barriera o tappo facendoci credere di sapere qualcosa con essa, contrariamente all’“orientamento sessuale” di cui parlerò ora, che si insedia, a mio parere, nel luogo di un’articolazione fittizia tra “sessuazione” e “scelta dell’oggetto”.

 

L’orientamento sessuale

Ne ho già parlato nella prima parte, è l’“orientamento sessuale” in quanto nozione non psicoanalitica, ancora, ma così comunemente ammessa che si può anche supporre che a volte influenzi il pensiero degli psicoanalisti, e forse il loro lavoro. L’idea di orientamento sessuale non è confusa con la questione della scelta dell’oggetto, non la sostituisce, ma sembra a volte prolungarla o ricoprirla. A questo proposito il genere ci fa sentire che, nostro malgrado, siamo influenzati anche dall’idea di orientamento sessuale e non solo guidati dalla nozione psicoanalitica di scelta dell’oggetto. A volte crediamo, più di quanto ammettiamo, all’omosessualità o all’eterosessualità o alla bisessualità come se esistessero. E questo perdura, anche se gli orientamenti sessuali ad essi collegati sembrano essersi trasformati negli ultimi decenni, sotto l’influenza delle identità, al punto da non essere più né riconoscibili né concepibili con i riferimenti precedentemente acquisiti. Ne abbiamo preso atto?

Pensiamo, per esempio, al caso di Marc di cui vi riparlerò tra poco a proposito della gestione immaginaria del genere nella pratica. Questo ragazzo trans, questo transboy, quest’uomo trans, interroga. Ama le ragazze e le donne, proprio come amava le ragazze e le donne prima della sua transizione. Era prima di quel tempo un non-ancora trans-uomo che amava le donne in quanto a priori donna, quindi era una donna lesbica al tempo in cui non era definita come lui e uomo. Era omosessuale femminile ed è oggi un eterosessuale maschile. La sua scelta dell’oggetto non è cambiata a priori, il suo orientamento sessuale ha cambiato manifestamente senso, ma anche polo, passando da femminile a maschile e da un’omosessualità a un’eterosessualità, in altre parole il caso di Marc sottolinea quanto l’orientamento sessuale non abbia letteralmente senso. Ma Marc non è mai stato una ragazza, siamo noi che dobbiamo immaginarlo per sopperire al disagio che la sua situazione ci crea. Siamo noi che inventiamo di sana pianta l’orientamento sessuale per orientarci, tentare di vederci chiaro. Ma non c’è niente da vedere, è proprio questo il problema, c’è solo da contemplare ciò che non si vede, ciò che manca e che chiama a che qualcosa vi giunga: un oggetto, un pezzo di sapere, una teoria infantile, ecc…

A partire da questa ipotesi che l’orientamento sessuale non ha senso, possiamo intravedere il ruolo che gli facciamo giocare nostro malgrado, nella teoria. Per riassumere ciò che ho appena detto molto rapidamente, mi sembra che questa nozione non psicoanalitica venga in soccorso a concetti psicoanalitici, e che sia adottata per il comfort che essa apporta. L’orientamento sessuale è una sorta di legante tra sessuazione da un lato e scelta dell’oggetto dall’altro. Sebbene non vi sia, a priori, alcuna necessità di tenere insieme scelta dell’oggetto e sessuazione che non trattano affatto delle stesse cose, non di meno nella vita ordinaria, qualcosa dell’ordine delle conseguenze della sessuazione si articola effettivamente con ciò che rappresenta la scelta dell’oggetto nella vita quotidiana, e a ciò siamo senza dubbio invitati a dare senso grazie a questa immaginaria giunzione che è l’orientamento sessuale — che sarebbe di fatto una teoria sessuale infantile. L’orientamento sessuale riempie questa finzione e ci allontana dal sapere sul sessuale — in quanto sapere inconscio. È forse a questo livello che si collocano queste false conoscenze teoriche di cui la psicoanalisi spesso fa le spese: là dove c’è solo una lacuna da osservare tra sessuazione del soggetto dell’inconscio da un lato (le formule della sessuazione) e realtà sessuale dall’altro (le pratiche sessuali, la vita sessuale), dove l’individuo si districa dal suo rapporto con la specie.

L’identità26

Rivedendo le nostre abitudini sui presunti orientamenti sessuali e la differenza dei sessi, possiamo riconsiderare anche il nostro rapporto con la nozione di identità. L’identità non è una nozione portante in psicoanalisi, preferiamo senza possibile paragone pensare alle identificazioni. Certo le identità non rendono conto in tutta la loro verità delle identificazioni che le fondano, il che è una perdita per chi è interessato a mobilitare le risorse psichiche sottostanti. Ma le identità costituiscono un polo di attrattiva narcisistica di cui avremmo torto a privarci per pensare e agire nel lavoro clinico.

Prendiamo l’identità gay, e vediamo cosa lo specifico di questa

identità minoritaria ci insegna sul generale. Al di là del marchio identitario, e sebbene a volte lo pretenda, l’identità gay non dice in fondo nulla dell’orientamento sessuale — poiché quest’ultimo non ha possibilmente senso. Così, la pratica ci insegna che molti omosessuali possono non riconoscersi come gay, poiché il marcatore identitario, che a volte vale come identità sessuale e a volte come identità di genere, permette di sottrarvisi tanto quanto di esservi etichettati dal discorso. Il posizionamento soggettivo nel campo delle rappresentazioni sociali si accorda più o meno al determinante soggettivo.

Allora perché pensare, come testimonia il pensiero comune,

che gli omosessuali siano i gay, o che i gay siano gli omosessuali? Perché tenere insieme un’identità di genere — l’identità gay — e la finzione di un orientamento sessuale — che fa da congiunzione tra sessuazione e scelta dell’oggetto — se non per lasciare da parte l’impossibile dell’identità sessuale — nel senso di ciò che sfugge al sapere sul sessuale che l’identità, qualunque essa sia, non può veramente rappresentare nel sociale?

 

Certe situazioni cliniche impongono di visitare questi interrogativi. Il fenomeno dello slam — consumo di droghe per via endovenosa in un contesto sessuale, apparso tra gli uomini gay negli anni 2004-2005 — ne è un ottimo esempio. All’interno di una cosiddetta comunità sessuale, quella che un tempo si chiamava omosessuale, uomini, per lo più sieropositivi all’HIV, hanno iniziato a iniettare droghe di un nuovo genere — le catinoni — nel contesto

della loro vita sessuale, al punto che questo consumo non è più solo un supporto alla sessualità, ma una pratica sessuale a tutti gli effetti, che il concetto di dipendenza è incapace di illuminare. Come comprendere che questi uomini, gay per la maggior parte e gay agli occhi di tutti, sieropositivi, si siano ritrovati in questa sottocomunità degli slammers, pronti a esplorare in ogni minimo dettaglio un comportamento di consumo di droghe con effetti deleteri rapidi e massicci?

Questo fenomeno è un sintomo identitario, questa è la mia ipotesi di partenza. Questi uomini gay sieropositivi fanno le spese della rimozione intracomunitaria di un’epidemia e dei suoi rappresentanti, che la comune comunità tenta di escludere al suo interno, alla stregua della scissione per Freud, relegando la rappresentazione inconciliabile verso la formazione di un secondo gruppo psichico dove viene dimenticata. In Nancy, Bataille e Blanchot, la comunità si nutre della morte dell’individuo, necessaria all’avvento stesso della comunità. Per sostenere il soggetto di fronte all’“essere-in-comune” identitario che a volte si confonde con la morte come opera comunitaria, il genere può operare nel transfert un’apertura nell’implacabile processo di identificazione di genere — da unire alle identificazioni già note: proiettiva, melanconica, isterica, ecc.

 

Come procedere clinicamente di fronte a questa così evidente collusione tra un’epidemia e un’identità, se non proponendo che il significante gay — marcatore dell’identità in questione — sia sottoposto allo sforzo di decostruzione, per essere disfatto proprio come il genere è stato disfatto precedentemente nella storia recente delle identità sessuali — disfare il genere, disfare il gay ? La decostruzione del genere è una via d’accesso possibile all’apertura del sesso in quanto rappresentante identitario, senza che sia necessario abbandonare le identità, di cui possiamo trarre profitto per il lavoro di mobilitazione libidinale.

 

Gestione del genere

Marc27 ha 22 anni quando ci incontriamo per la prima volta, nell’ambito di una consultazione nel mio studio. La sua richiesta iniziale, così come espressa, riguarda il suo percorso di transizione, per il quale desidera avere uno spazio per pensare e progredire in questo “viaggio sessuale”. Questo percorso “psico” non può essere integrato nel quadro del percorso obbligatorio che il protocollo ufficiale richiede in Francia per questo tipo di accompagnamento, quando si desidera il trattamento ormonale, e poi un’operazione chirurgica28. Ma non è il desiderio di Marc, che prende già ormoni al mercato nero. E soprattutto, non desidera alcuna operazione chirurgica, quindi non ha “interesse” a integrare un percorso ufficiale di transizione. Marc lavora; occupa un impiego nel settore commerciale, è un venditore. Vive da solo a Parigi, dove è cresciuto. I suoi redditi gli permettono di vivere dignitosamente secondo lui, di assicurare l’avanzamento del suo progetto di “viaggio sessuale”, e di pagare sedute di “psico”. Marc è un ragazzo trans, eterosessuale, che ama le ragazze, le donne o le persone trans donne, così come mi ha precisato il perimetro della sua eterosessualità29. Non ha mai visto uno “psico” prima di incontrarmi. Come mi ha scelto? Perché uno dei suoi amici che viene da me gli ha dato il mio indirizzo e i miei contatti. Iniziamo il percorso, con un colloquio a settimana per cominciare.

 

Molto rapidamente, la questione degli ormoni assume importanza nel discorso di Marc. Ha appena iniziato questo “trattamento”, che lui chiama così sebbene non benefici di prescrizione medica né di copertura finanziaria di detto trattamento. Il suo approvvigionamento è regolare, simile ai metodi utilizzati da alcuni sportivi per procurarsi testosterone. Con un monitoraggio medico e una prescrizione in buona e debita forma, Marc potrebbe beneficiare di un trattamento di Testogel®30, una pomata. Per diverse ragioni, si procura e si inietta da solo testosterone intramuscolare dopo aver preso alcuni consigli da un’amica infermiera.

I primi effetti del testosterone sul piano psicologico non aumentano più. Marc si è abituato globalmente alle novità dei caratteri maschili (aumento della libido, maggiore impulsività percepita). Al contrario, le trasformazioni corporee guadagnano poco a poco terreno (pilosità, voce, muscolatura), e richiedono regolarmente un aggiustamento psicologico: modifica dell’immagine del corpo, nuova designazione di alcune parti del corpo (le gambe diventano le cosce, per esempio). In questo contesto, Marc accetta la mia raccomandazione di intraprendere un normale monitoraggio medico per il trattamento ormonale, e quindi di interrompere la sua sperimentazione solitaria. Questo gli sembra possibile, mentre all’inizio del suo percorso di transizione rivendicava un’iniziativa più libertaria. Il medico accetta il monitoraggio e prescrive il trattamento sostitutivo a Marc, che applica la pomata quotidianamente. A partire da questo momento — la fase di lancio è passata, i monitoraggi medici e psicologici sono in atto — si manifesta una sorta di stabilità del percorso di transizione. La relazione transferale conosce giorni più calmi rispetto all’inizio — sono trascorsi diversi mesi. Gli imprevisti tecnici della sua transizione occupano meno spazio, il trattamento è una routine, può dare libero sfogo al suo pensiero durante le sedute, e il contenuto del materiale psichico portato cambia considerevolmente.

 

A partire dal genere in sostanza — ormone —, Marc ha fabbricato poco a poco qualcosa in rapporto con il suo corpo, un corpo nuovo e rinnovato. Questa produzione si è manifestata in alternanza di momenti di

“attraversamento dell’informe31” legata a una grande destabilizzazione soggettiva,

sempre vissuti sull’orlo della rottura. Si sono prodotti sintomi di depersonalizzazione e di allucinazione, sempre fugaci, sempre criticati, che abbiamo in qualche modo ricondotto ogni volta nella creazione psichica in corso nello spazio transferale. Crisi d’ansia hanno temporaneamente richiesto il supporto di un trattamento farmacologico, in collaborazione con uno psichiatra partner. I disturbi sensitivi e le produzioni quasi-deliranti non sono stati trattati con farmaci antipsicotici o altro, in accordo con il medico psichiatra. La loro breve durata ci ha incoraggiato, ad ogni tappa, a integrarli successivamente nel lavoro analitico, il loro statuto rientrando allora maggiormente in una desoggettivazione all’opera che meritava di essere accolta nel transfert per trovarvi la sua risoluzione.

Marc ci aveva già dimostrato la sua capacità di gestire il genere come un processo simbolico mobilitato in un reinvestimento progressivo del corpo e del linguaggio, in particolare attraverso la produzione di nuove parole incaricate di designare ciascuna delle parti del suo corpo, una dopo l’altra, come una riedizione della scoperta primaria. Dopo alcuni mesi, questo momento fecondo del lavoro ha lasciato il posto al disimpegno del genere come oggetto immaginario, la cui composizione ha dapprima trovato la sua forma e la sua materia in questi momenti di attraversamento dell’informe. È che l’apertura indotta dal ricorso al genere ha impegnato la creazione di un sesso nuovo — e non solo di un nuovo sesso. A questo livello, l’analista è chiamato in causa in modo specifico quando l’immaginario del genere si invita in lui per dare corpo — quindi immagine — al genere in divenire del soggetto analizzante, e a questo sesso nuovo co-occorrente del genere al lavoro. Perché se il genere è messo al lavoro, è per reinventare il sesso così come esporremo ancora.

 

Ma come ha funzionato? Quali processi psichici, in particolare inconsci, possiamo descrivere? Quando il genere risuona della sua qualità di oggetto immaginario e di processo simbolico, viene a discutere con il sesso nella sua qualità di istanza immaginaria e di oggetto simbolico, e lo interroga, anche a costo di sottolineare la precarietà del sapere che accompagna la sua esistenza, per il soggetto e per l’analista. Il sesso così interpellato nella sua costruzione lascia apparire i movimenti identificatori conosciuti, ancora sconosciuti o da riconoscere, di ciò che nell’analisi dell’analista ha potuto illuminare la costituzione e l’autorizzazione sessuale dell’essere sessuato, il sembiante di donna o di uomo a cui l’analista si riferisce, per esempio. Questo impegna il lavoro analitico sulla via di una sessuazione pensata ormai come processo immaginario e istanza simbolica. Questo è un primo livello di messa al lavoro del sesso da parte del genere nell’analista, quando questi si propone di sostenere il desiderio di analisi dell’analizzante a partire dai saperi che egli stesso ha elaborato per proprio conto, sul proprio conto, e che continua a illuminare ancora, ogni volta che una cura lo invita a spostarsi in corpo nella matrice dei suoi saperi.

Le elaborazioni psichiche, incoraggiate da ciascuno degli avanzamenti del lavoro analitico, fioriscono nell’attività onirica o nelle produzioni sintomatiche del paziente, e anche in quelle dell’analista. Una rappresentazione speculare e non speculare del genere si delinea poco a poco dal lato dell’analista. Una parte si lascia rappresentare e dire, l’analista la pensa o la parla; un’altra parte vicina fuori dal campo del linguaggio, l’analista la ospita e la cura. Il visto, l’udito, il sentito rimobilitati in questo ritorno e in questo attraversamento dell’informe impegnano forse un lavoro in cui il rimosso originario trova qui la via di una ricomposizione formale.

Questa coabitazione dell’analista con questo genere in costruzione-elaborazione è attraversata da ciò che il transfert impegna. Ma definisce soprattutto uno spazio di lavoro dove immaginare il tracciato del genere all’opera e in costruzione simultanea, e permette poi che si scriva. E che si scriva dà un bordo al fuori campo della parola dove il genere può venire o ad opprimere e impedire l’elaborazione del sesso nuovo dell’analizzante, o a sostenere e dinamizzare questa creazione che l’analista può assumere come al di là della matrice, una matrice finalmente tranquillizzata del vuoto di cui si sostiene. Ecco un secondo livello della gestione del genere da parte dell’analista.

 

Allora forse il genere è il nome di questo momento di elaborazione transferale che si dispiega a proposito del sesso dell’altro nella cura? Forse è il nome di ciò che individuiamo come una pista di lavoro dove converrebbe esplorare la funzione dell’analista in quanto questo “altro del sessuale”? Forse è il nome di un luogo del sesso nella psiche?

 

E il fallo in tutto questo?

A cosa serve? Bisogna farne a meno? Il genere non è un “copri-sesso”? Un evitamento della castrazione? Un diniego del fallo?

È una sorpresa della mia ricerca. Essere stato ricondotto a queste formule che pensavo di poter evitare, per scoprire che non ne sapevo granché e che hanno una portata ben più ampia di quanto sembri, sul piano teorico e anche clinico. E esservi stato ricondotto dalle persone trans, quelle e quelli che la letteratura qualifica più spesso come psicotici e perversi che rifiutano il fallo e la castrazione, come se queste fossero ancora caratteristiche evidenti, ecc.

Aver constatato anche che ciò che accade nel lavoro analitico non rientra sempre in queste formule, in particolare quando nel corso dell’analisi si tratta di costruzioni legate agli accomodamenti della sessuazione che, fino a quando non giungono a compimento, hanno forme non riconoscibili attraverso le teorie stabilite o le formule scritte, e che ci invitano a pensare il lavoro al di fuori di esse — non senza il fallo, ma fuori-fallo (temporaneamente) —, fino a quando non sarà possibile, più tardi, tornarvi per riconoscervisi o meno.

Nell’intervallo di questi istanti che il lavoro scandisce, il genere può servire all’analista per sostenere queste creazioni sessuali inconsce, accogliere “la gestazione di un sesso nuovo”, contribuire ad accomodamenti della sessuazione che il genere veicola. Le principali gestioni del genere che ho potuto individuare per il momento sono gestioni che qualifico come gestioni immaginarie.

 

Il genere è un concetto limite, un limite nel senso del limite dello stato-limite, una questione di confine proprio come la pulsione è un concetto limite. Forse il genere è uno stato-limite della sessuazione che, pur non escludendo il fallo, si propone di trovare accomodamenti alla sessuazione le cui realizzazioni possono avvenire fuori-fallo (temporaneamente, o in un tempo della cura in cui il fallo non è un luogo dell’inconscio del soggetto) ma non senza il fallo. Questo fuori-fallo che non è né un tempo né uno spazio è forse l’equivalente di ciò che si designa come io ausiliario nella clinica borderline?

Il genere non mette in discussione il fallo ma interroga il suo limite

in quanto incertezza, incertezza che limita gli effetti di limite del trattamento psichico delle cose del sesso. Il fallo che segna ciò che, da prima di esso (originario?) persiste sotto forme che incontriamo solo perché ritornano, dal tempo, dallo spazio, nel reale o nella regressione.

 

Il genere in psicoanalisi, prima proposta di individuazione

In occasione della tesi di dottorato “Clinica del genere in psicoanalisi”, il genere, il sesso e la sessuazione sono stati presentati nelle loro corrispondenze con i registri immaginario, simbolico e reale a partire dalla loro qualità di oggetto, di istanza e di processo. Il risultato ci offre le seguenti coordinate:

Immaginario Simbolico Reale
Genere oggetto processo istanza impossibile
Sesso istanza oggetto processo impossibile
Sessuazione processo istanza oggetto impossibile

 

 

Costruzione della tabella:

I numeri indicano l’ordine cronologico di apparizione degli elementi nel corso della ricerca. Fino al (3), si tratta di elementi emergenti nell’esperienza clinica, il (4) che è la prima istanza iscritta alla tabella, è dedotto da (1), (2) e (3): esso completa una prima tabella. Poi la tabella viene estesa per accogliere il (5) come necessità logica alle elaborazioni teoriche questa volta. A partire dal (5), tutto il resto si è completato per deduzione pseudo-logica. Il tutto resta da verificare.

 

Immaginario (1) Simbolico (2) Reale (5)
Genere (1) oggetto (1) processo (3) istanza impossibile (7)
Sesso (2) istanza (4) oggetto (2) processo impossibile (5)
Sessuazione (6) processo (7) istanza (7) oggetto impossibile (6)

Christian Centner

Si può situare la questione del genere rispetto al nodo borromeo32?

Una domanda

La questione attorno alla quale ruoterà il mio intervento non mi sarebbe certamente venuta se non avessi assistito il 27 settembre scorso alla discussione della tesi di Vincent Bourseul33. Questa questione, che riguarda il modo in cui converrebbe situare la questione del genere rispetto al nodo borromeo, si è precisata leggendo la sua tesi e a seguito di alcuni scambi che ho avuto con lui, durante i quali mi ha espresso il suo desiderio di mettere in discussione gli aspetti topologici o borromei del suo lavoro di tesi.

Una prima relazione tra il lavoro di Vincent Bourseul e il nodo borromeo non è difficile da cogliere. L’obiettivo della sua tesi essendo quello di dare una definizione del genere che sia compatibile con la sua gestione in psicoanalisi, ci si può aspettare che, nella misura in cui vi riesce, egli stabilisca allo stesso tempo una relazione tra il genere, così definito, e le tre categorie del simbolico, dell’immaginario e del reale, così come Lacan le concepiva. Ne consegue che egli stabilisce allo stesso tempo una relazione con il nodo borromeo di cui Lacan sosteneva che il suo enunciato ek-siste alla pratica analitica, e che è esso che permette di sostenerla34. Ma questa prima relazione lascia aperta la questione di sapere come situare il genere rispetto a questo nodo: Dove? Va da sé che non cercherò di rispondere a questa domanda nella presente esposizione. Tutt’al più mi sforzerò di indicare una pista di lavoro che mi è stata suggerita dalla lettura della tesi e che mi sembra presentare l’interesse, almeno lo spero, di alimentare una possibile discussione. Per introdurre questa

presentazione, inizierò evocando due tratti significativi della nozione di genere così come è presentata in questa tesi.

Secondo Vincent Bourseul la nozione di genere “traduce qualcosa del sesso facendo valere lo scarto tra l’anatomico e lo psichico, il genitale e il sociale, l’assegnazione e l’affermazione35”. La questione del genere appare quando i riferimenti classici dell’identità sessuale vengono meno nella loro missione di detentori di verità. Si manifesta attraverso l’indecisione o l’oscillazione di questi riferimenti. Appare anche quando “qualcosa del sesso deve essere oggetto di una negoziazione o di un accomodamento per il soggetto36”.

 

Se mi attengo a queste prime indicazioni, mi sembra ammissibile operare un avvicinamento tra queste manifestazioni del genere e ciò che Lacan chiama la messa in questione del soggetto da parte dell’inconscio, che egli evoca in “Questione preliminare”, o la questione del “Che cosa sono io lì37?”, che comporta anche l’oscillazione dei riferimenti dell’identità sessuale. Poiché egli indica che questa questione interroga il soggetto riguardo al “suo sesso e alla sua contingenza nell’essere, vale a dire che è uomo o donna da un lato, dall’altro che potrebbe non essere, i due coniugando il loro mistero e annodandolo nei simboli della procreazione e della morte38”. A questo proposito si ricorda che Lacan faceva notare che “il fatto che la questione della sua esistenza bagni il soggetto, lo sostenga, lo invada, o addirittura lo laceri da ogni parte, è ciò di cui le tensioni, le sospensioni, i fantasmi che l’analista incontra, gli testimoniano39”.

A prima vista un avvicinamento è possibile tra queste tensioni, queste sospensioni, questi fantasmi e gli effetti della perdita di riferimenti identificatori che accompagnano l’apparizione della questione del genere così come Vincent Bourseul la descrive. Ma importanti differenze si impongono anche. Una di esse e non la minore permette di comprendere il primo tratto significativo della questione del genere che volevo presentare qui.

Essa risiede nel fatto che nelle situazioni descritte da Vincent Bourseul l’oscillazione che il soggetto prova riguardo al “suo sesso e alla sua contingenza nell’essere” non interviene solo come messa in questione del soggetto da parte dell’inconscio, ma anche e in modo molto più manifesto nella rappresentazione cosciente che il soggetto si dà di sé e della sua identità sessuale. È il caso per esempio quando si tratta di persone che

“provano a vivere in un corpo sessuato diversamente dal sesso che sentono”, o per persone che desiderano assumere un’identità sessuale distinta da quella che potrebbe assimilarsi semplicemente al significante “uomo” o al significante “donna”. “Il genere”, scrive anche Vincent Bourseul, “appare sotto l’effetto del sessuale, interroga i saperi inconsci della differenza sessuale, e fa vacillare le identificazioni fino ai loro rinnovamenti”.

La questione del genere può estendersi così fino a un’impresa di riconoscimento di sé passando per il riconoscimento di un’identità sessuale nuovamente creata. Il soggetto deve non solo scoprire e assumere questa nuova identità ma deve anche farla riconoscere nel campo sociale circostante. Considerata sotto quest’angolo la questione del genere appare come un processo simbolico orientato verso la creazione di una nuova identità e a partire dal quale si opera un reinvestimento progressivo del corpo e del linguaggio.

 

L’analisi di Marc, un giovane uomo trans che si presenta a Vincent Bourseul con la richiesta di avere uno spazio per pensare un tale percorso di transizione, illustra il modo in cui l’analista è chiamato in causa in questo processo di trasformazione. È il caso per esempio quando “l’immaginario del genere si invita in lui per dare corpo — quindi immagine — al genere in divenire del soggetto analizzante40”.

Vincent Bourseul sostiene a questo proposito che la gestione del genere nella cura diventa “vettore di una riscrittura di portata simbolica volta a modificare la sessuazione in quanto istanza simbolica, e perciò stesso il sesso in quanto oggetto simbolico in ritorno, quindi dell’identità sessuale del soggetto. Il genere disfa il sesso e crea il sesso, dove il sesso creato si distingue dal sesso disfatto per essere per il primo quello dell’individuo appartenente alla specie, per il secondo quello del soggetto che la cura mira a realizzare”. La proposta secondo cui “il genere disfa il sesso e il genere rifà il sesso” costituisce il secondo tratto notevole che volevo evocare qui: il genere è al tempo stesso distinto e legato a ciò che riguarda il sesso e la sessuazione. Ed è questo che mi ha condotto alla pista di lavoro che evocherò ora.

Una pista di lavoro

Durante la lettura dei lavori di Vincent Bourseul, mi sono ricordato di un passaggio del seminario XXI I non-ingannati errano41 dove Lacan situa le quattro formule dette della sessuazione rispetto al nodo borromeo. In particolare mi sono ricordato di una proprietà di questa presentazione: è che le manipolazioni che permettevano a Lacan di situare i quattro posti corrispondenti alle formule su una presentazione del nodo conducevano allo stesso tempo a mettere in evidenza altri quattro posti ai quali non associava alcuna scrittura. Questi altri quattro posti permetterebbero di illuminare qualcosa della questione del genere?

 

Presentato nello spazio in tre dimensioni e in modo tale che i tre anelli siano disposti in tre piani perpendicolari tra loro, un nodo borromeo di tre anelli permette di distinguere otto quadranti. Ogni quadrante si definisce come delimitato da tre segmenti di anello, ciascuno corrispondente a un quarto di uno dei tre anelli. Considerando la figura del nodo così presentata, appare chiaro che è possibile inscrivere nello spazio descritto da questo nodo un cubo di cui ogni vertice occupa uno degli otto quadranti.

Partendo da una tale presentazione, è possibile ottenere una rappresentazione piana del nodo. Ad esempio, si può procedere nel modo seguente: si sceglie uno degli otto quadranti e si allontanano l’uno dall’altro ciascuno dei tre segmenti che lo delimitano. La figura qui sotto presenta il movimento di una tale messa in piano ottenuta dal quadrante situato in alto a destra e in avanti nella figura qui sopra. Nella figura qui sotto, ci si è sforzati di mostrare la deformazione progressiva subita dal cubo inscritto a causa del movimento di messa in piano.

Dato che ci sono otto quadranti, ci sono otto modi di procedere alla messa in piano a partire da un quadrante. Eseguendoli uno per uno, si constata facilmente che differiscono per l’orientamento della parte centrale del nodo, o più esattamente per la gyria: quattro sono levogiri e quattro sono destrogiri.

Allo stesso modo, è possibile osservare che le quattro presentazioni levogire corrispondono a quattro vertici del cubo inscritto che delimitano essi stessi un tetraedro inscritto in questo cubo. Notiamo che nella seduta del 14 maggio 1974, è l’esposizione di questa proprietà che occasiona il ricorso all’orientamento dei cerchi e alla loro successiva oscillazione. Questo risultato può anche essere ottenuto manipolando un nodo fatto di spago o di qualsiasi altro materiale. Con entrambi i metodi è possibile stabilire che il tetraedro corrispondente alle quattro presentazioni piane levogire si inscrive nel modo seguente rispetto al nodo da cui siamo partiti.

Dopo aver fatto apparire questa figura tetraedrica rispetto al nodo presentato nello spazio, Lacan associa ai vertici di questo tetraedro le quattro formule — le «quattro opzioni» dice — dell’identificazione sessuata. Resta il fatto che quest’ultima operazione lascia senza connotazione particolare gli altri quattro vertici del cubo inscritto.

Notiamo ora che le figure qui sopra permettono anche di osservare la deformazione che subiscono, nel movimento di messa in piano, gli otto quadranti del nodo presentato nello spazio. I tre segmenti che delimitano il quadrante da cui è ottenuta la messa in piano si trasformano nel corso della messa in piano nei tre archi che circondano e delimitano il campo della presentazione piana. Per ciascuno degli altri sette quadranti, i tre segmenti che lo delimitano in tre dimensioni si presentano sotto forma dei tre archi che delimitano uno dei sette trisceli della presentazione piana. Tenendo conto di queste corrispondenze, è possibile situare sulla presentazione levogira da cui siamo partiti, i quattro vertici del tetraedro levogiro rispetto ai quali Lacan situa le formule della sessuazione.

Si vede così che nel movimento di applicazione del nodo sulla superficie, il vertice da cui è ottenuta la messa in piano si applica sul triskel centrale all’interno del quale si delimita l’intersezione di tre cerchi, gli altri tre vertici si applicano sui tre trisceli che delimitano le intersezioni dei cerchi a due a due. Questi quattro trisceli centrali del nodo levogiro determinano le porzioni di superficie in cui Lacan iscriverà l’oggetto piccolo a, il senso e i due godimenti, all’inizio del seminario R.S.I.

Un simile riferimento permette allora di situare i vertici del tetraedro destrogiro su questa presentazione levogira. Come indica la geometria della figura, uno di questi vertici corrisponde anche al triskel centrale costituito dall’intersezione dei tre cerchi, mentre gli altri tre corrispondono ai tre trisceli che delimitano la presentazione del nodo e all’interno dei quali non si determina alcuna interazione tra le consistenze.

Ciò che rientra nel genere, in quanto è al tempo stesso distinto e legato a ciò che riguarda il sesso e la sessuazione, non potrebbe essere affrontato a partire da ciò che si gioca in questi quattro trisceli corrispondenti su questa presentazione piana ai quattro vertici del tetraedro destrogiro?

Annie Tardits

Lacan e il sessuale: alcune domande a partire dalla clinica del genere42

 

 

Vorrei innanzitutto testimoniare un effetto che la lettura del lavoro di Vincent Bourseul ha avuto sulla mia rilettura dei seminari in cui Lacan costruisce le formule della sessuazione. Lavorando, per il convegno dell’anno scorso, sulla seduta del seminario XI intitolata nell’edizione Seuil «La sessualità nei meandri del significante», ero rimasta colpita da una sorta di iato. Dopo aver detto, nel 1964, che ciò che aveva promosso fino ad allora riguardo all’inconscio lo poneva in una posizione problematica — l’inconscio strutturato come un linguaggio apparentemente strappa ogni presa sull’inconscio a una mira di realtà diversa da quella della costituzione del soggetto — Lacan assesta una nuova formula sulla «realtà dell’inconscio»: «Andiamo al fatto. La realtà dell’inconscio è — verità insostenibile — la realtà sessuale. In ogni occasione Freud l’ha articolata, se posso dire, mordicus. Perché è una realtà insostenibile43?» Immediatamente, prosegue su ciò che la scienza ci insegna di nuovo sul sesso considerato nella finalità della riproduzione, cioè della sopravvivenza della specie sostenuta dalla copulazione degli individui maschio e femmina. Lacan insiste allora sulla divisione sessuale a livello cellulare. Evoca, senza soffermarsi, i caratteri e le funzioni sessuali secondarie, rimandando queste ultime alle strutture elementari del funzionamento sociale. Nota poi la grandissima difficoltà ad avere accesso alla realtà sessuale dell’inconscio e produce l’otto interno per rendere conto del vuoto, una béance, tra il lobo dell’inconscio strutturato come un linguaggio e il lobo della realtà sessuale. Poi rende conto, con la gravidanza detta nervosa di Anna O., del peso della realtà sessuale che si iscrive nel transfert… Lo iato tra la divisione cellulare e il piccolo pallone di Bertha Pappenheim lascia aperta la questione di cosa sia il sessuale per il soggetto.

Avevo in mente questa béance quando quest’estate, leggendo il lavoro di Vincent, mi sono riferita alla seduta di seminario in cui Lacan invita i suoi uditori a leggere il libro di Stoller, Sex and gender44, dedicato a casi «molto ben osservati» di un «desiderio molto energico di passare con tutti i mezzi all’altro sesso45». La cosa più sorprendente è stata leggere questa osservazione preliminare che in precedenza avevo trascurato: «[…] non si presta attenzione a questo, che io non ho ancora, io, affrontato ciò che riguarda questo termine, sessualità, rapporto sessuale46». Siamo nel 1971. Leggendo questa frase mi sono ricordata di una testimonianza di un’analista che era allieva al momento della scissione del 1953. Nell’epoca turbolenta della SFP, e anche dopo, alcuni allievi e analizzandi, assidui al seminario di Lacan, chiedevano sottovoce: ma dov’è finita la sessualità che è al cuore della scoperta freudiana? Lì, nel 1971, Lacan dice loro che non si era ancora messo a parlarne. Lì, nel 1971, Lacan invita a distinguere il termine sessualità così come lo si usa in biologia e i rapporti tra uomo e donna, «ciò che si chiama rapporto sessuale47».

È dunque con Sex and gender e questa osservazione semantica che Lacan comincia a elaborare una doppia questione che lo terrà impegnato per quattro anni: quella della sessuazione del soggetto e quella del rapporto sessuale… che non c’è. Non è vietato supporre che la clinica di Stoller abbia fatto scattare questo interrogativo. Senza dubbio egli colloca d’ufficio «l’identità di genere48» nella dimensione del sembiante, non senza rapporto con la parata del «sembiante animale». Ma sottolinea che il comportamento sessuale umano può essere orientato verso «qualche effetto che non sarebbe del sembiante. Ciò significa che, invece di avere la squisita cortesia animale, agli umani capita di violentare una donna, o viceversa. Ai limiti del discorso, in quanto si sforza di far tenere lo stesso sembiante, c’è di

tanto in tanto del reale49». La trasformazione chirurgica che, prima dell’uso degli ormoni, era una via d’uscita per il desiderio trans — qui uso un termine assente all’epoca in cui parla Lacan — non è il solo passaggio all’atto che testimonia che nell’affare del sessuale umano c’è del reale. Anche lo stupro ne è testimonianza. Conosciamo la sua attuale efficacia come arma negli atti di guerra.

La clinica del genere che Vincent Bourseul propone alla discussione interroga l’uso che possiamo fare delle formule della sessuazione. Parlare di «creazione di sesso» nel percorso della «transizione di genere» è un’altra cosa che parlare di «dichiarazione di sesso» o di «scelta» tra due lati della sessuazione che sarebbero già lì, anche se la sessuazione come processo non esclude l’istante di vedere una scelta inconscia e una dichiarazione che farebbe momento di conclusione.

Rileggendo, con il lavoro di Vincent, i seminari del tempo in cui Lacan elabora, poi commenta, le formule e il rapporto sessuale che non c’è, sono rimasta colpita da alcune osservazioni che risuonano con il «disturbo nel genere50»: Lacan sottolinea che non ci si può fidare dell’esperienza per fondare che nella specie umana si è uomo o donna. Nel febbraio 1974, racconta questo aneddoto che qualcuno gli ha appena riportato: questa persona prende un taxi e le è impossibile sapere se è un uomo o una donna che guida; chiede all’autista… che non ha saputo risponderle. E Lacan aggiunge che «in un mondo né fatto né da fare, un mondo totalmente enigmatico […] questo corre per le strade, eh, comunque, non è poco! È persino da lì che Freud parte51».

[…] non c’è niente di più sfocato dell’appartenenza a uno di questi lati […] che ci sia un soggetto maschio o femmina, è una supposizione che l’esperienza rende evidentemente insostenibile52.

Se l’appartenenza al lato maschile o femminile è sfocata per il soggetto, è perché «maschio» o «femmina» non riguarda il soggetto. Lacan precisa:

 

[…] non c’è niente che assomigli più a un corpo maschile che a un corpo femminile se si sa guardare a un certo livello, a livello dei tessuti. Ciò non impedisce che un uovo non sia uno spermatozoo, che è lì che risiede il trucco del sesso. È del tutto superfluo far notare che per il corpo, insomma, può essere ambiguo come nel caso dell’autista di poco fa. È del tutto superfluo perché si vede che ciò che determina non è nemmeno un sapere, è un dire. Non è un sapere perché è un dire logicamente inscrivibile53.

È dunque in questa indeterminatezza dell’esperienza che si fonda il tentativo di Lacan di fondare in logica che ci siano due lati per la sessuazione del soggetto, non come maschio o femmina ma come uomo o donna. Il

«rete dell’affare sessuale54» non può essere scritta in termini di essenza maschio/femmina, conviene sostenerla con un’altra scrittura da costruire a partire dal rapporto con il godimento sessuale… quella stessa che sostiene, condiziona, giustifica il discorso analitico. Godimento che non è solo una questione di sembiante — gli omini e le donnine — né solo una questione di reale — il reale del sesso è la sua struttura duale, il numero due dei gameti, delle due piccole cellule che non si assomigliano. Nella dimensione del godimento si profila, ma a lungo molto discretamente, la dimensione del corpo: il modo in cui ciascuno gode del proprio corpo, il godimento di due corpi che godono l’uno dell’altro. La considerazione del corpo, dell’amplesso, Lacan la mette in relazione con il nodo.

Mi sembra che questa dimensione del corpo rimanga in sordina in questi seminari che elaborano le formule della sessuazione e il rapporto sessuale che non c’è. Essa è pregnante nella transizione di genere, è sulla scena. Se fosse la scena di un acting out e della sua passione, direbbe qualcosa su un non-ascolto del corpo da parte della psicoanalisi? o sulla difficoltà di ascoltare ciò che è in gioco nel corpo pulsionale che Freud ha avanzato per pensare una sessualità umana perversamente polimorfa?

 

Un ultimo punto che mi ha colpita rileggendo queste sedute di seminario con il vostro lavoro è la pregnanza, nell’elaborazione di Lacan, di una finalità del godimento sessuale che non è altro che la copulazione che assicura la sopravvivenza della specie. La funzione della castrazione è ciò che assicura questa finalità. Questo ci vale questa osservazione piuttosto sorprendente alla fine della seduta del 3 febbraio 1972 a Sainte Anne. Aveva appena parlato del lato imbarazzante che ha il fallo:

[…] un essere vivente non sa sempre cosa fare dei suoi organi. E dopo tutto è forse un caso particolare della messa in evidenza, da parte del discorso psicoanalitico, del lato imbarazzante che ha il fallo.

Che ci sia una correlazione tra questo e ciò che si fomenta della parola, non possiamo dire nulla di più […] nello stato attuale dei pensieri abbiamo il discorso analitico che, quando lo si vuole intendere per quello che è, si mostra legato a una curiosa adattamento, perché, insomma, se è vera questa storia della castrazione, significa che nell’uomo, la castrazione è il mezzo di adattamento alla sopravvivenza. È impensabile ma è vero. Tutto ciò non è forse che un artificio, un artefatto di discorso. Che questo discorso, così sapiente nel completare gli altri, che questo discorso si sostenga, è forse solo una fase storica. La vita sessuale dell’antica Cina rifiorirà forse, avrà un certo numero di belle e sporche rovine da inghiottire prima che ciò accada55…

Mi sembra che la domanda di Christian Centner si unisca a questa osservazione. Per lo meno questa riflessione testimonia che Lacan è sensibile a ciò che sta emergendo con alcuni effetti inediti della scienza: per esempio l’offerta scientifica e tecnica degli ormoni introduce più disturbo nella «rete dell’affare sessuale» che le prodezze della chirurgia (presto il testosterone per potenziare il desiderio femminile…).

 

Dopo queste osservazioni sull’effetto del vostro lavoro nella lettura che possiamo fare delle formule, vorrei tornare più vicino alla vostra clinica, in particolare la gestione del genere con Marc, con una domanda che il vostro testo ha suscitato, e in particolare la vostra formula «il genere disfa il sesso e crea il sesso». La intendo così: il sesso che viene disfatto è il sesso a cui, salvo rari casi, l’individuo è assegnato come essere sessuato alla nascita e che, di regola, è confermato dall’iscrizione legale e dal discorso. È il sesso che può dare luogo all’«identità di genere» che annoda l’individuo e il sociale. Questa identità di genere lascia nell’ombra l’opacità del godimento sessuale come rapporto con il corpo, e ciò che il soggetto può farne. Leggo il «sesso creato» come quello che avviene nella soggettivazione del sessuale o nella sessuazione del soggetto. Non so se questa lettura vi convenga…

 

Ho ricordato lo iato che si incontra in Lacan nel 1964 tra la sessualità che riguarda da una parte l’individuo e la sopravvivenza della specie e dall’altra il soggetto effetto del significante. L’anno successivo Lacan sottolinea la necessità di distinguere severamente il soggetto del significante dall’individuo biologico56. Questo può rendere conto del tempo che gli è occorso per affrontare la relazione sessuale che riguarda i soggetti. Il tentennamento, che ho evocato, della sua elaborazione ne è testimonianza. Parlare di sessuazione del soggetto può tenere conto che il parlante è anche un individuo, che ha una

«un’individualità radicale, reale», un’«immanenza vitale57»? Su questo sfondo di domande, la vostra formula «il genere disfa il sesso e crea il sesso» ha improvvisamente fatto emergere un’espressione del 1966 che non mi aveva mai fermata: nella nota aggiunta a «Il tempo logico», Lacan parla di soggetto dell’individuale: «il collettivo non è nulla, se non il soggetto dell’individuale58». Mi sembra che il di in questa formula non sia coerente con la distinzione severa tra individuo e soggetto. Leggendovi, leggendo in particolare il caso Marc, mi sono chiesta se la creazione del sesso, del corpo sessuato che il soggetto potrà riconoscere come proprio, sia una creazione ex nihilo — o se si faccia con qualcosa che resta del sesso disfatto dell’individuo, qualcosa che permetterebbe di annodare il soggetto all’individuale e di parlare di soggetto dell’individuale. Si è tentati di pensare all’oggetto a, ma non bisogna andare troppo in fretta. Mi sono chiesta se il momento di «attraversamento dell’informe» nell’analisi di Marc, attraversamento autorizzato dalla presenza dell’analista — voce e sguardo — potesse illuminare questo annodamento del soggetto a qualcosa dell’individuale. Questa domanda non richiede necessariamente una risposta immediata, ma è un invito a parlarci di Marc.