La sessualità, questo impensato per la psicoanalisi – che dovrebbe restare tale (2020)

La sessualità, questo impensato per la psicoanalisi – che dovrebbe restare tale (2020)

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La sessualità, questo impensato per la psicoanalisi – che dovrebbe restare tale

Pubblicazione su internet, settembre 2020.

“La psicoanalisi non è una sessuologia!” L’affermazione è vera, ma recitare questo mantra non basta, né frena la questione che ci occupa qui, ovvero la sessualità così come è pensata, o impensata, dalla psicoanalisi.

La psicoanalisi, che non smette di attivare la scrittura infinita della concezione de il sessuale (nel senso dell’al di là del genitale che Freud gli ha dato), sotto questo angolo di distinzione dalle considerazioni sessuologiche (nel senso delle pratiche e dei comportamenti), ha potuto credersi incapace di trattare “la sessualità” (non definita dal campo freudiano), ritenendo che questa non attirasse la sua attenzione, che non dovesse pronunciarsi a riguardo né statuire su di essa, se non rinunciando al suo principio di neutralità, così come ha invece fatto lungo tutto il suo sviluppo.

Ciò ha contribuito, paradossalmente, alla critica pansessualista che le è stata rivolta altrove, fungendo da mimetizzazione al moralismo che l’aveva colpita altrettanto fino al puritanesimo; la resistenza ha le sue ragioni; non in quanto Psicoanalisi intera, ma proprio attraverso l’espressione di certi suoi praticanti identificati dalle loro dubbie iniziative ideologiche. Basti ricordare, ad esempio, lo status della “regola tacita” instaurata nel 1921, che voleva escludere le persone omosessuali dalla formazione alla funzione di analista. Non regolamentare, ma tanto più efficace, scompare ufficialmente solo alla svolta di questo secolo, senza tuttavia essere “abolita” secondo i termini di E. Roudinesco. In effetti, come separarsi dagli effetti di un non-detto, di un tabù, di una dissimulazione perversa come questa regola ufficiosa adottata dal Comitato segreto, su oscure motivazioni?

Più recentemente, i dibattiti del Parlamento francese, durante le discussioni sul disegno di legge che istituiva il matrimonio per tutte le coppie, hanno illustrato un certo uso della Psicoanalisi e delle sue teorie, a fini politici, da parte dei rappresentanti politici e di molti psicoanalisti motivati a sostenere una certa visione del mondo, contro ogni aspettativa del pubblico o dei loro colleghi. Tutti contro la psicoanalisi in esperienza, così lontani dalla clinica psicoanalitica, così vicini all’ideologia sociale e politica.

Così, è facile considerare che la sessualità ponga degli interrogativi alla psicoanalisi e ai suoi praticanti (analisti e analizzanti), al punto che l’assenza di definizione di questa nozione fondata sul supporto dei saperi inconsci sembra legittimare, o provocare, diverse prese di posizione concettuali, ideologiche, morali nello spazio pubblico, nei dibattiti della società. Certamente, Freud ha fatto una bella carriera con il sessuale (non con le pratiche), da un lato, distinguendo allora il campo della psicoanalisi da altre discipline, e Lacan ha potuto, dall’altro, sottolineare alla fine degli anni ’70 che non avevamo ancora iniziato a dire cosa sia la “sessualità” rispetto al sessuale; il passo è breve per considerare che l’esperienza della psicoanalisi sembri incompetente a realizzare questo compito.

 

Questo non ha incoraggiato il fatto che le sessualità, nelle loro diversità, potessero essere prese in considerazione se non attraverso il prisma della singolarità, del caso, dagli psicoanalisti e dalle loro istituzioni. Con il rischio, ovviamente, di scartare una riflessione sulle sessualità non maggioritarie, resa invece necessaria. Non evitando certe prese di posizione collettive su questioni individuali, assurde. Favorendo allo stesso tempo il fatto che tutte le emergenze identitarie siano invitate a farsi sentire, che siano conservatrici o moderniste, nel movimento psicoanalitico e al di fuori di esso; dove la preoccupazione della psicoanalisi per la civiltà e il suo disagio può essere interpretata come un’adesione universalista nefasta per il soggetto, generando emergenze soggettive, filosoficamente giustificate e legittime, sempre più lontane dal soggetto dell’inconscio.

 

A costo di sorprendere, arrivo a sostenere che opporsi all’adozione o al matrimonio per tutte le coppie discuta la stessa questione della difesa della queer psicoanalisi, ovvero una posizione rivendicativa del Fallo — facilmente confuso con le sfide del fallico. Dove abbastanza chiaramente il sapere pensato attraverso il prisma accademico o scientifico funge da berretto da afferrare, per non non averlo. È di per sé un problema per questa teoria del genere, questa “teoria femminista fallita” che è la psicoanalisi per G. Rubin.

D’altronde, l’intelligenza delle formazioni dell’inconscio e i saperi costruiti nell’analisi hanno tempo da perdere con questi inganni? Dove l’identità reificata può fare sbarramento affinché la psicoanalisi, nell’attualità della sua esperienza, sia ancora un vettore di trasformazioni sociali, culturali, politiche ed economiche, attraverso gli effetti dei saperi inconsci e non i saperi riflessivi o umanisti così prontamente messi in avanti.

Le sfide falliche, che sono proprio al centro di ciò che agita qui questi dibattiti, si aprono ai loro superamenti da Freud con la castrazione, fino al non-tutto fallico con Lacan, per citare solo questi due signori. Il rifiuto del femminile, altro modo di dire, che prenda la forma della misoginia, dell’omofobia o della transfobia, non smette mai di essere all’opera nel mondo in generale, ma anche negli ambienti interessati alla psicoanalisi, all’Università così come nelle istituzioni psicoanalitiche (associazioni o scuole).

La sua elaborazione non è chiusa, possiamo continuare a nutrirla. Allora, siamo fondati a dire come la psicoanalisi pensa la sessualità, se non dire cosa ne pensa, non fosse altro che impegnando il trattamento di questa questione attraverso l’esito di un’analisi, al termine della quale sono attese diverse modifiche, di cui sarebbe curioso non poterne individuare alcune capaci di rendere conto degli effetti della cura sulla sessualità.

Il che ci invita, cosa più interessante, a dire lo scopo dell’analisi e la sua sfida in termini di posizionamenti soggettivi nel paesaggio sessuale, a partire dalle situazioni di uomo o di donna o altro che si presentano nel linguaggio, confermando di passaggio che né la cultura né l’anatomia hanno la vocazione di istruire le scelte di un soggetto, se non per sprofondare nella politica.

 

Prima degli anni 2005-2010, rari sono gli psicoanalisti che avviano, in Francia, la discussione con le nozioni di genere, o di queer. Quasi quindici anni dopo, almeno tre generazioni di studenti delle università di psicologia hanno potuto essere iniziati ad alcune considerazioni sul genere, sulle questioni femministe o LGBTQIAPK+…

Istituzioni o scuole di psicoanalisi, fuori dall’Università, hanno accolto questa questione, lasciando spesso le tracce di questo incontro in pubblicazioni interne o monografie, tesi universitarie sostenute attualmente. Le questioni sessuali sono di nuovo molto ambite nel campo psicoanalitico in questo inizio di XXI secolo, sfide di saperi teorici su uno sfondo di considerazioni cliniche. Pro o contro, secondo una consueta bipolarizzazione dei dibattiti, si impone come ripartizione duale dove si ergono posizioni identitarie che dovrebbero rendere conto di concezioni compiute e incompatibili. La chiusura da un lato contro l’apertura dall’altro, la presa in considerazione della soggettività da una parte, contro il soggetto barrato dall’altra. L’apparente guerra tra modernisti e classicisti non nasconde bene l’inconsistenza dei loro due approcci. L’inconscio rimane politicamente scorretto , questo contro le maggioranze e contro le minoranze, non importa il valore delle loro rispettive rivendicazioni, per quanto legittime siano nel denunciare o reclamare o esprimere questo o quello.

 

I discorsi nutriti da questi slanci fanno sentire dei lamenti, che interessano l’orecchio analitico a questo titolo, laddove la sofferenza fonda l’etica. Ma essere minoritari è l’unico modo di prendere la parola sul lettino, isolati a dire ciò che libererà dal giogo dell’Altro, quando la separazione avrà preso il posto dell’alienazione iniziale. Un discorso minoritario, contestatario, analizzante. Tale è la possibilità del discorso psicoanalitico che non può essere confuso con quello dell’Università, dell’Isterica o del Padrone.

Non c’è da esitare quando conviene criticare i conservatorismi moralisti, senza bisogno di convocare la teoria della psicoanalisi per questo, soprattutto se siamo sicuri della sua portata d’avanguardia e del suo perpetuo mettere in discussione le acquisizioni, i sembianti. Ma non è più utile oggi che ieri sottoporre i saperi inconsci all’apprezzamento culturale, politico o economico: nessuna compatibilità è da sperare da questo lato, perché non c’è continuità tra la psicoanalisi in intensione (la cura di uno/a) e la psicoanalisi in estensione (ciò che fa agli altri). Di questo possiamo essere sicuri ormai, le esperienze freudiane e lacaniane, tanto a livello dell’associazione internazionale di psicoanalisi (IPA) quanto dell’esperienza della passe nelle scuole di psicoanalisi con e dopo Lacan, lo hanno provato. Anche lì la quantità e la qualità delle tracce scritte sono sufficienti a sostenerlo.

Sarebbe meglio che fossero esplorati e documentati più rigorosamente gli usi del genere nella cura, i suoi maneggi nel transfert, per dire con le parole della psicoanalisi ciò che permette di costruire, di disfare, di trattare con l’inconscio.

Il mondo psicoanalitico ha commentato molto le teorizzazioni sul genere guardandole come dubbi venditori porta a porta. A volte, ha potuto affermare delle aperture. La maggior parte delle volte, è rimasto in silenzio riguardo alla possibilità di teorizzare al suo interno ciò che il genere, il queer o le questioni LGBTQIAPK+ gli hanno sottoposto non lasciandolo indenne. Bisognerebbe tuttavia approfondire, perché ad esempio, dire cosa sia il genere in psicoanalisi ha permesso di statuire sull’“orientamento sessuale”, altra nozione delicata, dove l’esperienza dell’analisi determina che essa non può avere senso, questo grazie all’uso del genere nella cura. E altre cose ancora che solo l’approfondimento dell’esperienza clinica permette di arricchire attraverso la sua delicata elaborazione teorica e il suo passaggio al pubblico fuori dalle sfide politiche o istituzionali. Rilanciare la definizione incompiuta del sesso, attraverso il turbamento che il genere induce, ha permesso di rendere conto della creazione del sesso nuovo come costruzione possibile della cura. Non è poco, se interessa, considerare che ogni cura porti a un sesso nuovo per ogni analizzante, e immaginare cosa da questo possiamo dedurre sul sesso dell’analista in funzione, o piuttosto ciò che non esiste del sesso dell’analista quando funziona come analista per un altro. Le conseguenze teoriche e ideologiche sono ancora pochissimo esplorate in questa via, proprio quando abbiamo molto da dire e da formulare sugli effetti di questo ritorno del sapere su il sessuale che il genere segnala, un ritorno del sapere messo in circolazione dalla psicoanalisi che le ritorna dal sociale (se così si può dire) con nel suo bagaglio alcuni saperi e alcune verità sulle proposte iniziali che l’esperienza freudiana ha iniziato a far conoscere al maggior numero di persone, che non manca di reagire e di venire a parlare negli studi per far progredire la faccenda.

 

Dire lo scopo dell’analisi, e il modo di apprezzarlo quando è raggiunto, rimane una sfida tanto produttiva quanto impossibile; affrontarlo attraverso la questione della fine dell’analisi non lo allevia. Scopo e fine non si confondono, né si avvicinano; disegnano un intervallo dove si tentano delle risposte.

Ciò a cui la cura mira e come questo si costituisca in saperi non ha finito di essere interrogato, in ognuna delle cure condotte, per ogni analizzante, dunque di interrogare gli analisti e le loro istituzioni analitiche. Questo vale tanto per le cure che portano alla pratica analitica quanto per tutte le altre, perché se la nozione di passaggio all’analista — che non coincide con la fine dell’analisi — non ha finito di mettere al lavoro le scuole e le istituzioni di psicoanalisi, essa non permette alcun progresso decisivo sul termine della cura — la sua costruzione —, che sia finita o infinita.

La storia del movimento psicoanalitico testimonia il peso di questa faccenda, nutrita dalle rotture e dai clivaggi teorici e clinici da più di un secolo a questo proposito, dove si sono scontrate decine di concezioni piuttosto inconciliabili tra loro. Questo cantiere colossale, onnipresente, ha messo in ombra altre questioni relative alla cura, al suo scopo, al suo termine, in particolare dal lato dell’essere sessuato che è l’analizzante e ciò che egli/ella può portare, a titolo di cambiamenti, all’esito della sua traversata analitica — che sia diventato/a analista o meno.

Così, la questione della sessualità dell’analizzante può essere posta scostandosi un po’ dallo scopo e dalla fine della cura per preferire loro la sfida della cura, più pronta a tenere il dibattito aperto piuttosto che vederlo richiudersi sotto il peso di criteri o norme che bisognerebbe definire e ammettere. Qual è la sfida di una cura per un uomo? Per una donna? Quali cambiamenti sarebbero da sperare dalla cura dell’uno, da quella dell’altra? Quali modifiche riguardo al sesso, alla sessualità? L’analizzante è un essere sessuato? Le risposte possibili non scorrono da sole.

 

Alla luce della mia esperienza analitica, per ora non trovo che da aggiungere alla mia definizione del genere in psicoanalisi queste due formulazioni: Essere un Uomo come una donna è la sfida di ogni cura d’uomo. Essere una Donna senza Uomo quella di ogni cura di donna. Come sono arrivato a questo?

Con il genere, è diventato possibile sollevare il sesso da dove ci ostruiva l’accesso alla sessuazione del soggetto, tuttavia illuminata da Lacan negli anni ’70. Questo non poteva essere così ben individuato e sostenuto nella cura in precedenza. La vista ostruita, ampiamente confortata da una concezione significante della sessuazione dove la maggior parte degli analisti vuole leggervi ciò che ne è dell’uomo e della donna nel loro rapporto con la funzione fallica e con il godimento. Ignorando il distacco della carne anatomica da questo o quel significante, questo o quel godimento. Lacan non ha saputo far intendere che le sue formule della sessuazione erano ancora più queer di quanto lui avesse l’aria di un eccentrico. Per aiutare a capire, ed è sempre un vicolo cieco nella nostra pratica, un lato uomo e un lato donna si sono mantenuti nella lettura della tabella delle suddette formule, un po’ sullo stesso modo della formulazione ufficiale del Complesso di Edipo che lascia come unica alternativa quella dell’eccezione, del minoritario che intraprende un cammino “inverso” alla norma. Inoltre, dei godimenti, fallico o non-tutto, come del rapporto alla funzione fallica piuttosto che al Fallo stesso, il soggetto in analisi prima di considerare il genere aveva poco accesso a una funzione analitica (presso il suo analista) suscettibile di aprire all’al di là identitario dell’identità passata al setaccio delle identificazioni. Privato di questo campo identitario, non definito dalla psicoanalisi, il soggetto analizzante non poteva far apparire all’orizzonte della sua analisi l’opportunità di una bella fuga dalle identità legate al sesso o al genere, dove si apre la profusione dei signficanti come segno di creazioni, non di diluizioni. Né uomo, né donna alla sessuazione, nemmeno come signficanti, è una base necessaria per chi vuole leggere e servirsi delle formule, al fine di non perdere di vista, prima ancora di mettersi al lavoro, che i corpi sessuati dalla biologia sono solo situati dalla sessuazione così come la psicoanalisi può pensarla, poiché il significante assicura solo di rappresentare il soggetto per un altro significante e non per conto della verità o della causa del desiderio.

Perché l’analista non pensa. Laddove funziona, nella sua poltrona, egli non è. Come potrebbe pensare la sessualità? L’impensato della sessualità, che l’analista incarna, attraverso la psicoanalisi non è forse evitabile, né da risolvere, alla luce di queste considerazioni. La sessualità sembra troppo presa con la realtà, la realtà in generale e la realtà psichica in particolare, per essere affidabile o utile nel colloquio analitico. Tanto più che il non-rapporto sessuale si mantiene, e con esso che il reale del sesso non è meno impossibile e impensabile di quanto lo fosse in precedenza. Se dei bordi a questo reale si confermano, come il genere ne sostiene la creazione, è un progresso notevole, forse sufficiente attualmente: il sesso nuovo ne è uno, individuare i movimenti dimensionali del sesso e del genere al reale, all’immaginario e al simbolico ne costituisce un altro d’importanza. A questo, nel 2018, ho ritenuto opportuno aggiungere una proposta di individuazione dell’identitario rispetto all’identità e all’identificazione , per non passare sotto silenzio questa scoperta resa possibile dall’uso del genere: l’identitario, al reale, appartiene all’oggetto causa del desiderio, inafferrabile al mondo fenomenico proprio come lo è la sessuazione; diversamente, sesso, genere, identità e identificazione rimangono oggetti individuabili nella realtà, nel corpo e nel sapere, così come li incontriamo e con cui abbiamo a che fare quando si tratta di una parola pubblica; più sfumato si impone che i movimenti della cura traggano la loro consistenza da un’invisibile stoffa, materia suscettibile di nutrire una forma creata originariamente. L’identità, crisi tra le crisi, non deve più da quel momento essere difesa o disfatta, la verità della sua struttura parla per lei.

 

Possiamo allora riconsiderare l’opportunità di una qualificazione identitaria dell’analizzante, dell’analista e della psicoanalisi stessa che, di sesso o di genere, non potrebbe essere qualificata se non assumendo l’inganno necessario a questa produzione ben al di là della funzione del sembiante che l’analista deve assumere d’altronde. Si tratterebbe di un ersatz, nemmeno di sostituzione, di un’identità a mo’ di funzione proprio quando sappiamo la cosa impossibile: l’identità non è un processo o meglio è un impossibile processo, la psicoanalisi non è né freudiana, né lacaniana, né queer, né ebrea, ecc.; era ebrea per i nazisti, è freudiana per i lacanisti e lacaniana per i freudiani ortodossi, è queer per i sessisti, non dimentichiamolo.

L’identitario può, se l’analista vi acconsente, sostenere l’elaborazione de il sessuale non rifiutando l’impossibile della sessuazione come oggetto. Questa operazione è possibile, se l’identitario se ne fa il luogo per l’analista, se è riconosciuto come questo luogo che non è un posto soggettivo: non c’è interesse analitico o terapeutico a soggettivare il luogo del trauma (fonte dell’identitario), altre creazioni si impongono a partire da esso, tra cui ogni opera volta alla qualificazione delle segregazioni e alla rimozione di smentite. È proprio una sfida di fondo attualmente molto importante, nella clinica del genere in psicoanalisi, quella della sorte riservata alla constatazione che la sessuazione non è ancora per il soggetto un’occasione di interpellare il biologico, sebbene il genere sia un’occasione di una ripresa dello status dell’anatomia.

 

Pensare sulla sessualità richiederebbe senza dubbio, per la psicoanalisi o l’analista, di non tenere conto di ciò che abbiamo appena esposto. Una definizione stessa potrebbe essere ipotizzata, all’occorrenza. Ma bisognerebbe anche avanzare alcune caratteristiche, qualità o distinzioni suscettibili di circoscrivere ciò che la sessualità può essere dopo un’analisi. E interrogare più a fondo cosa dovrebbe essere o meno la sessualità dell’analista a fine cura, ad esempio prima o dopo che egli/ella abbia iniziato o meno a ricevere degli analizzanti, dei quali non abbiamo ancora detto se siano o meno degli esseri sessuati sul lettino?

Questo cantiere sarebbe un’immensa falsa pista. Abbastanza largo da perdervisi per sempre. La psicoanalisi non deve pensare a proposito della sessualità. Forse può pensare la sessualità a partire dalla sua esperienza stessa, ma mai senza ricordare che il soggetto che dice non è, alla superficie del suo enunciato che può confondersi con il lembo dell’essere, quello che ci interessa di più rispetto al soggetto dell’enunciazione che i signficanti tradiscono. Se non dimentichiamo questo, non possiamo perderci inutilmente, anche se smarrirsi è spesso propizio a fare qualche scoperta. La sessualità resta un impensato per la psicoanalisi, lo psicoanalista deve sostenere a questo proposito un’elaborazione consistente tenendosi al riparo da un posizionamento identitario che gli impedirebbe puramente e semplicemente di funzionare come analista per un altro.

La sessualità deve restare un impensato per la psicoanalisi, e per gli psicoanalisti che altrimenti raccontano sciocchezze più grandi di loro. Questo garantisce che delle pratiche possibili con l’impossibile che è il reale del sesso siano descritte, pensate, sostenute tecnicamente nella cura, dove devono crearsi le sistemazioni utili, proficue, interessanti per l’analizzante nella sua vita amorosa, professionale, sociale, ecc. E che queste scoperte e invenzioni personali possano interrogare le teorie della psicoanalisi, contribuiscano di fatto alla sua reinvenzione, senza soccombere alla tentazione di raggiungere lo spazio pubblico, dove si esercita l’autorità, con un lamento individuale. Se la psicoanalisi influisce, a volte troppo secondo alcuni, sul pensiero contemporaneo, è dal lettino che i suoi effetti si dispiegano, non dal discorso sostenuto dagli analisti nella sfera pubblica. Se rispondiamo all’attesa di pensieri sulla sessualità tanto esatti dall’insieme dei discorsi ambientali, dalla liberazione sessuale fino alla sua liberalizzazione, corriamo il rischio di smentire letteralmente il sapere legato al reale del sesso.

Cosa che molti praticanti esausti della psicoanalisi hanno già commesso, complici delle discriminazioni e di altre molestie di cui possono essere vittime tutte le persone provenienti da minoranze di fronte a detentori ufficiali dell’autorità di un discorso. Quando Foucault elabora intorno alla “funzione psy” nel 1973, è proprio per sottolineare l’uso insensato e autoritario che gli “psy” fanno della realtà utilizzata come metro di normatività; non potrebbe essere un progresso se non moltiplicare le specificità delle realtà plurali da prendere in considerazione laddove si mantiene il far avvenire ciò che era per un soggetto, niente di più (sic). L’autentico abuso di potere dei normativi non potrebbe essere sostituito dalla diversità dei marginali.

Così facendo, ci esporremmo a vedere questo sapere rifiutato ricomparire nella realtà, precisamente nell’immaginario, nel corpo in particolare, con tutti gli effetti di ritorno che gli sarebbero legati, come ad esempio un allargamento della critica alla psicoanalisi con il motivo del suo presunto conservatorismo rispetto alle questioni sessuali, o ancora in questi movimenti di esclusioni o di messa al bando della psicoanalisi da parte di vari specialisti delle scienze o della medicina. Senza dubbio dovremmo temere anche una sorta di incollaggio d’identità dell’analista, impantanato nell’immaginario pubblico della sua situazione identitaria dove il sesso in questione troverebbe subito una risposta in forma di promessa, una connivenza d’ordine sessuale che lascia perplessi se si pensa a ciò che merita di essere denunciato, o condannato in termini di trasgressione di quest’ordine.

Come capire, ad esempio, che una lista di analisti — e di altri praticanti — possa offrire contatti con professionisti “safe e inclusivi”? Le esclusioni categoriali, discriminanti subite da molte persone provenienti dalle minoranze sessuali presso professionisti della salute (medico, psicoanalista, ecc.) non possono trovare un esito analitico fecondo quando promettono l’ospitalità attraverso l’accettazione delle specificità sessuali. Come rispondere meglio in anticipo a domande che devono prima trovare lo spazio di essere dette. Esse non possono esserlo ovunque, e per questo il passaparola costituisce l’opzione più efficace per orientarsi, ma non possono nemmeno essere convalidate o garantite dal marchio dell’identitario promosso a etichetta. Più in là, potremmo temere l’erezione di una lista di sessualità compatibili con la funzione analitica poiché il sesso dell’analista potrebbe essere da denunciare o da reclamare (uno psy gay, uno psy etero cisgender misogino e tuttavia “femminista”, una psy trans specialista delle transizioni MtF esclusivamente, ecc.)

 

La specificità psicoanalitica sta nel fatto che l’impossibile del sesso sia tenuto come mira, non come problema da risolvere o come punto da superare (cosa che può essere la mira di un discorso queer, o di un’analisi sociologica sui percorsi di vita, ad esempio). Una mira che fa volgere lo sguardo verso l’oggetto che non vi si fa mai riconoscere, l’oggetto a causa del desiderio, ma la cui vana ricerca, seduta dopo seduta, costituisce il materiale decisivo di un’analisi che l’analizzante può condurre fino al suo termine, al di là dei determinanti inconsci del suo fantasma e del suo desiderio. La presa in considerazione della diversità sessuale, che conviene amare, non è raggiungere la soggettività degli individui ma proprio la soggettività dell’epoca, così come Lacan ha potuto formularla, a condizione di non rinunciare a questa bella proposta che fa del collettivo il soggetto dell’individuale del 1945, dove si apre un nuovo rapporto con la dimensione privato/pubblico, o al sesso e al genere come espressione dell’intimo al sociale e viceversa. Inoltre, né minore né maggiore, la psicoanalisi ha altro da fare che mescolarsi alla faccenda che affolla il sociale, né commentarla; essa deve accogliere il sociale raggiungendolo, lì è la sua pratica sociale, non è confondervisi, né affaccendarsi, altrimenti come farebbe apertura una volta fusa o distorta in un discorso che non è il suo? Deve anche riconoscere ciò che si esprime dagli altri campi diversamente che con il supporto dell’inconscio, che non è l’ipotesi di tutti. Così essa può stonare, o morire per la sua sublimazione teorica (in particolare filosofica) o la sua vaporizzazione politica (in particolare sociologica), ben lontana dall’esperienza clinica in corso (sempre sovversiva, e terribilmente disturbante). Perché resta che la vita sfugge al vivente, e di questo solo il discorso psicoanalitico dichiara di sperarne gli insegnamenti, contrariamente ai discorsi che prendono la sessualità come oggetto, o a quelli che devono prendere la sessualità come oggetto, che siano militanti o critici, profani o accademici.

Parigi, settembre 2020.

VB

 

Allegati a seguire nella pagina successiva…

 

Definizione del genere (2013)

Il genere è il limite situato al tempo stesso all’esterno e all’interno del sesso, il litorale o il margine del sesso capace di rivelarne la profondità di campo. Il genere appare per effetto del sessuale; interroga i saperi inconsci della differenza sessuale e fa vacillare le identificazioni fino al loro rinnovamento. Così, il genere disfa il sesso e crea il sesso nel tra-due del suo turbamento intermittente, nell’istante di stabilità in cui si prova.

 

Individuazione del genere, sesso, sessuazione (2013)

Immaginario Simbolico Reale
Genere oggetto processo istanza impossibile
Sesso istanza oggetto processo impossibile
Sessuazione processo istanza oggetto impossibile

 

Individuazione dell’identitario, identità, identificazione (2018)

Immaginario Simbolico Reale
Identità Oggetto Istanza Processo impossibile
Identificazione Processo Oggetto Istanza impossibile
Identitario Istanza Processo Oggetto impossibile (oggetto a)