L’identità non è una risposta ai nostri dubbi esistenziali, al contrario (2016)

L’identità non è una risposta ai nostri dubbi esistenziali, al contrario (2016)

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L’identità non è una risposta ai nostri dubbi esistenziali, al contrario

Pubblicato su Huffington Post, 8 dicembre 2016.

Le identità sono a volte rivendicate, spesso denunciate o sempre più spesso accusate come se una di esse valesse più delle altre, o peggio, meritasse di sopravvivere loro.

Cosa non abbiamo già letto e sentito sull’identità, quella che viene definita a volte infelice, altre volte felice, o ancora nazionale, a seconda dell’umore e delle sfide del momento? Soprattutto, cosa sentiremo nei prossimi tempi di campagna elettorale nei registri politici, sociali, culturali, sessuali e religiosi, riflessi delle guerre identitarie che incombono?

Il fatto è che l’identità rende tristi, fa arrabbiare o suscita gelosia, perché ci sostiene solo molto parzialmente nel nostro tentativo di dare un senso alla nostra esperienza di esseri viventi. Quando l’identità è sessuale o di genere, non risolve tutto l’enigma del sessuale. Quando l’identità è religiosa, non esaurisce la necessità di Dio. Allo stesso modo, l’identità politica non esaurisce la battaglia normativa che tormenta il sostenitore. Una parte sfugge sempre, ci agita. Ci dibattiamo cercando di mantenere, sotto i tratti identitari, una coerenza di facciata, a costo di spargere sangue per riuscirci, di discriminare o escludere per garantirla.

Le identità sono a volte rivendicate, spesso denunciate o sempre più spesso accusate come se una di esse valesse più delle altre, o peggio, meritasse di sopravvivere loro. Sentiamo sempre dire che l’una dovrebbe difendersi dalle altre, e sempre secondo lo stesso schema: una concezione egocentrata dell’universalismo contro ciò che gli sarebbe estraneo.

In questa profusione, sono apparsi diversi fenomeni identitari che affascinano e preoccupano. Riguardano tanto le identità sociali quanto quelle politiche, culturali, nazionali, religiose o sessuali. Queste identità sono diventate superfici torbide, oggetti di bramosia o di polemiche.

Non ci basiamo più su quel sapere nato dal secondo dopoguerra e che Lévi-Strauss spiegava molto bene nel 1975: “[…] l’identità è una sorta di fuoco virtuale a cui ci è indispensabile riferirci per spiegare un certo numero di cose, ma senza che essa abbia mai un’esistenza reale. […] un limite a cui in realtà non corrisponde alcuna esperienza”. Invece di questo, l’identità passa per un oggetto discutibile, valutabile, comparabile… un prodotto cosiddetto culturale, ma in fondo terribilmente liberale. Dimentichiamo un po’ troppo in fretta, siamo tentati di dimenticare che l’identità è innanzitutto una favola filosofica, come sottolinea Ali Benmaklouf.

Cosa è successo? La situazione attuale si presenta come se avessimo iniziato a credere all’identità come figura e segno di una possibile omogeneizzazione soggettiva. Come se l’identità potesse risolvere, o ridurre, le fluttuazioni e le incertezze esistenziali. Questa concezione neoliberale dell’identità è apparsa a metà del XX secolo per sostituire la semplificazione alla crisi che fonda l’identità nel suo profondo, con tutti i rischi che ciò comporta, in particolare sul piano politico: il fascismo sotto le spoglie di una promessa di stabilità tinta di nostalgia passatista.

È che non sappiamo ancora cosa fare con le conoscenze che le crisi identitarie passate della Storia ci hanno pur più volte permesso di raccogliere: quelle delle colonizzazioni, dei genocidi, della Shoah, della guerra d’Algeria, delle discriminazioni delle minoranze sessuali (donne, trans, omosessuali, …). Siamo tentati di rifiutare queste conoscenze fino ai loro inevitabili e incontrollabili ritorni nel fragore terrorista/jihadista, nella disperazione dei migranti, nell’ascesa dell’individualismo e nella fatiscenza del pensiero collettivo, solo per citarne alcuni.

Le rinnovate velleità di interdire la psicoanalisi nel trattamento dell’autismo, i divieti illegali dei manifesti di prevenzione dell’HIV tra i gay e gli omosessuali da parte di alcuni sindaci presi da iniziative personali, la volontà di creare un schedario genetico delle feci canine a Béziers, e altre notizie ancora mostrano, in un’equivalenza che dobbiamo affrontare, che il peggio è già all’opera: il rifiuto del sapere. Tutte sono motivate dalla difesa di un’identità voluta solida, coerente e perenne (identità ideologica, eteronormativa o canina), proprio mentre l’esperienza quotidiana non smette di insegnarci che l’identità ci impone una divisione di noi stessi che non ha mai fine.

Cosa fare? Oseremo costruire l’oltre dell’identità per criticare l’identitario? E se invece di fare perno su travi tarlate e brandelli di armature fantasma seguissimo il cammino aperto dal poeta Édouard Glissant, sulle tracce in divenire dell’imprevisto da conoscere, abbandonando un po’ questo premio di consolazione immaginario, stabilità mortifera di un’occidentalità timorosa che è l’identità a tutti i costi: “La pretesa d’identità non è che una proclamazione quando non è anche misura di un dire. Quando invece designiamo le forme del nostro dire e le informiamo, la nostra identità non fonda più un’essenza, ma conduce alla Relazione.”

Vincent Bourseul