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Mostrami il tuo dormitorio, ti dirò chi sei
pubblicato su internet, dicembre 2023
Libreria Tschann — Parigi
Martedì 28 novembre 2023
Serata — Sorelle, per una psicoanalisi femminista
Silvia Lippi e Patrice Maniglier, Seuil.
Sorelle. Per una psicoanalisi femminista. Scrivere sulla psicoanalisi, nel 2023, non è cosa facile. Essa vive ora, più discretamente nella società francese, rispetto a un tempo durante il quale si impose e brillò splendidamente alla fine del secolo scorso, in particolare. È persino piuttosto difficile, se non impossibile, scrivere in psicoanalisi di questi tempi. Essa è alquanto snobbata e, diciamolo semplicemente, ha fatto quasi di tutto per meritarselo. Non che le manchino argomenti erotici né capacità di far sbocciare saperi. Ha sempre del “potenziale”, come si dice stupidamente; continua a essere attesa. Ma i suoi appetiti intellettuali, sociali e politici non sono mai stati tanto catturati dai propri tormenti istituzionali che testimoniano, dalla morte di Lacan a mio avviso, del sacrificio della trasmissione a favore dell’eredità, dell’evitamento della reinvenzione a favore della conservazione. Questo si caratterizza oggi per due fenomeni simultanei: gli omaggi selettivi accordati nella sfera pubblica ai recenti scomparsi del nostro ambiente e la messa in oblio automatica delle voci nuove che affrontano poco a poco le manifestazioni dell’Attuale: un po’ di diniego e rimozione per evitare ciò che si impone che la scrittura attiva, soprattutto: scrivere per forgiarsi un’arma contro il Logos.
Scrivere sulla psicoanalisi per gli psicoanalisti, oppure destinato al resto del mondo è ugualmente una scommessa quando si tratta di trattare delle attualità sessuali. Una simile iniziativa costituisce un’autentica presa di rischio, un atto psicoanalitico forse, che vede distinguersi due tipi, almeno, di effetti o di reazioni: 1 — il disprezzo al posto del riconoscimento di una parola o di un discorso validi e 2 — la messa da parte o l’esclusione da un campo, quello della psicoanalisi stessa per le sentenze e le condanne zelanti dei commissari politici alla manovra di un discorso conservatore che non priva nessuno dei suoi umori.
Intendiamoci bene, parlo di scrivere sulla psicoanalisi in esperienza, non quella di cui la storia e i saperi sono fissati nelle nostre biblioteche, su quella, accademica, l’esegesi ha già reso l’anima, il Midrash è trito. Parlo dell’esperienza clinica psicoanalitica in corso, quella che inventa saperi nuovi con l’inconscio, che non arretra davanti a ciò che si presenta (anche se questo produce sorprese e un certo scompiglio) e che tenta scritture nuove per rendere conto delle invenzioni degli analizzanti, delle costruzioni e delle interpretazioni che, un giorno forse, verranno ad arricchire gli scaffali delle conoscenze acquisite.
I simulacri di dibattiti e le prescrizioni teoriche conservatrici a proposito del genere, delle questioni trans e dei femminismi che vediamo accumularsi in quasi tutti i convegni consacrati alla psicoanalisi, le giornate di studio o le pubblicazioni ne sono un sintomo: il rinfrescamento in atto attualmente di certe case accademiche o associative di psicoanalisi che difendono i loro feudi non inganna nessuno, quantomeno non più delle vetrine di Natale dei negozi dei grandi boulevard, con i loro automi queer e altri piccoli mostri legati come marionette articolate. Non basta emendarsi della moda denunciata per fare opera di contributo sincero. Questo couchwashing fa parte del sintomo ormai. Un sintomo legato al ritorno di un sapere rifiutato dal diniego e dalla rimozione, un sapere sul sessuale che la psicoanalisi, suo malgrado sembra, ha tuttavia saputo mettere in circolazione a suo tempo, al di là delle cure, nella società e nella cultura tutte intere. Un sapere inconscio i cui effetti, fuori cura, ma non senza transfert, coincidono con la fioritura significativa di ciò che conviene chiamare le attualità sessuali (che superano e traboccano la psicoanalisi), di cui principalmente l’irresistibile ascesa dei significanti 1 — genere poi 2 — trans, nella strada, nella società e sul divano.
Sì, interpreto l’avvento del genere come quello di un enfant terrible della psicoanalisi, nato dalla messa in circolazione dei saperi inconsci sul sessuale da parte della psicoanalisi stessa, la cui rimozione a suo tempo ci ha permesso di apprezzarne la fioritura ulteriore al rango dei saperi sessuali: in un altro tempo, ma nello stesso luogo, quello dei segni e dei simboli. Trans, è diverso. Dal diniego questa volta il sapere rifiutato fa ritorno nello stesso tempo ma in un altro luogo, al corpo e alla realtà (se bisogna riassumere all’estremo). Questo le assegna, alla psicoanalisi, responsabilità morali e un’esigenza etica, che il contributo di questo saggio dimostra dove non c’è da arretrare davanti a ciò che sembra folle al primo sguardo.
La sororità, da questo punto di vista, è il cugino germano del genere, e la madrina della follia gridante di verità del trans.
La sororità non è l’inverso della fraternità né il suo rovesciamento. Questa riduzione, questa semplificazione valgono solo per i porta-Fallo e Dame-patrone della psicoanalisi i cui commenti, in forma di sanzioni professorali, accusano il più delle volte, con un disprezzo rivendicato, di “ingenuità”, di “puerilità” o di “immaturità colpita da misconoscimento” l’insieme di queste voci percepibili ormai nello spazio sociale che sono i “femminismi”, “gli studi di genere”, “le lotte contro le disuguaglianze sessuali”, “#Metoo”, “le violenze fatte alle donne” o ancora “le transidentità”. No, non è questo, la sororità. Bisognerà rivedere il contenuto del Dictionnaire historique de la langue française di Alain Rey che non è più aggiornato su questa voce.
La sororità non si accontenta di contrariare la fraternità, la dialettizza. La contraddizione non impone di avanzare in senso contrario. Sostieni la contraddizione provocandola feministicamente: quindi disturbando.
La sororità riapre ciò che la fraternità ha cominciato a stabilire, sotto l’alto patronato dell’Universale, a proposito del legame sociale. C’è dunque un interesse maggiore a seguirla, così come c’è già da più di vent’anni nel nostro campo, un interesse prodigioso a seguire il genere per ciò che è e non soltanto ciò che fa. Questo per beneficiare di apporti supplementari suscettibili di sostenerci nella nostra esplorazione della psiche così estesa…
Anticipando questa serata di presentazione di un libro che affronta tra gli altri temi, quello della sororità mi è venuta una piccola fantasia teatrale. Per mancanza di tempo e di talento, sfuggirete alla presentazione, davanti a voi, di una scena facile da immaginare in questo decoro libresco, dove avremmo potuto davanti a voi tenere i quattro ruoli che seguiranno. L’azione si svolge in un salotto confortevole decorato come un bar a cocktail accogliente. Il salotto, degno di un appartamento borghese dei bei quartieri parigini, mostra la ricchezza di una storia conseguente lacerata dalla miseria nichilista del presente, come in un film di Claude Chabrol. La padrona di casa, Madame Psicoanalisi, vi riceve quattro convitati che sono riuniti, senza di lei, attorno a un fuoco da campo ardente nel bel mezzo della stanza: le braci rosso vivo sono sparse direttamente sul pavimento, su un tappeto kilim degli anni 1920 resistente alle fiamme. Le quattro amiche, né moschettiere, né fantastiche, né figlie del Dottor March, sono installate su sgabelli a un solo piede, dei Bottes-culs, obbligandole a mantenersi in equilibrio sulle loro due gambe in una buona posizione per gestire continuamente la minaccia perpetua della caduta, anche a costo di non approfittare dello squilibrio.
La discussione è vivace, gli scambi sono accesi, i convitati appassionati. Chi sono? Sigmund Freud, Jacques Lacan, Valerie Solanas e Virginia Woolf, perché sono loro, si parlano, si interpellano e si oppongono. Ridono anche. Bevono cocktail e io sono troppo lontano da loro per sentirli. Come in un sogno, sono lì, del tutto nella stessa stanza di loro quattro, potrei toccarli, ma non li sento. Inquieto, mi interrogo: l’analista sarebbe diventato sordo? Sconvolto, tiro fuori libri dalla ricca biblioteca in quercia massiccia che ricopre tutti i muri del salotto fino ai soffitti altissimi, ci si crederebbe in una libreria. Cerco con viva precipitazione il testo del loro dialogo, in tutte le pagine, in tutti i volumi a mia portata, mentre parlano: li vedo parlare, ma non li sento. Nemmeno una parola, nient’altro che il rumore delle pagine dei libri che giro a tutta velocità. Non trovo nulla in questi libri. Quelli allineati sugli scaffali più elevati non mi sono accessibili. Non posso issarmi, il mio corpo del sogno è costretto in questo spazio e i miei movimenti sono rallentati, mi muovo come un burattino sotto ketamina, pedalo nella semola: un sogno impantanato.
Presto, ho buttato un centinaio di libri sul pavimento, quelli situati ad altezza d’uomo: li afferro, li apro, scopro in ciascuno di essi pagine bianche abbaglianti e vergini. Nemmeno una riga, nemmeno una traccia dei loro scambi, delle loro domande. E per causa, stanno parlando, e ciò che si dicono, questi quattro, è inedito. Tutte le pagine sono ancora bianche, e i titoli dei libri si cancellano nell’istante stesso di leggerli. Le lettere volano via in una nuvola di polvere dorata sfuggita dal cuoio delle rilegature. L’angoscia appare. Lascio cadere ogni volume e passo al successivo sperando di trovare qualcosa. Non vedo nulla. Non c’è nulla là dove, tuttavia, qualcosa dovrebbe essere. Wo es war, soll ich werden… non è ancora stata scritta. Resta da dire, da formulare, da essere scritta e letta, e udita, come per la prima volta.
Poi, all’improvviso, sento qualcosa. Un mormorio mi giunge dal fondo della stanza. Mi avvicino e scopro, su un tavolino, una piccola statua vivente della Sfinge. È piuttosto spaventosa, con le sue ali e il suo corpo animale, la sua testa di donna non molto sorridente e la sua larga fascia nei capelli molto scuri. Il piccolo mobile dove si tiene è inciso con le lettere dell’alfabeto; ci sono anche cifre, è una tavola Ouija, di quelle che si usano per sedute spiritiche. È firmata, è un bel pezzo antico. Questo tavolino è appartenuto alle sorelle Fox (Maggie, Kate e Leah), le inventrici dello spiritismo del XIX secolo. La Sfinge mi dice qualcosa senza muovere un ciglio né le labbra.
Mi avvicino alla Sfinge, temendo di essere assegnato al mio genere di Edipo. Dovrò risponderle se non voglio essere divorato.
E mi chiedo… ma chi è questa Sfinge, una figura di Altro con la “A” maiuscola, reso all’immaginizzazione di un reale del sesso irriducibile sotto i tratti di una creatura, di un incubo? Oppure, come ha pensato Freud una rappresentazione paterna, o ancora per Jung quella di una madre terribile?
Dei suoni si formano, alcuni fonemi si distinguono. La Sfinge dice, più o meno, questo, sotto forma di enigma: Quale essere può sfuggire alla prigione dell’armadio, crescere nell’intimità della sua camera e raggiungere il dormitorio senza bisogno di passare per lo spogliatoio?
30 anni fa, avrei risposto: la donna.
15 anni fa, avrei risposto: una donna. Sicuro di aver afferrato un pezzo de La donna che non esiste; grazie fratello Jacques.
Oggi, risponderei: una sorella, non senza alcune altre, tutte.
L’analista come l’essere sessuato pur non autorizzandosi che da se stesso, non è senza autorizzarsi di alcuni altri. Lo sapevamo. Ora, la sororità in psicoanalisi conferma questo sapere, dimostrandolo a nuove spese nel dopo-colpo della sua formulazione passata, occasione rinnovata dunque di apprezzare i saperi esistenti e di accogliere i nuovi inventandoli.
Domanda.
Cosa c’è di diverso con le sorelle, in confronto alle modalità già conosciute o individuate con i fratelli? Contrariamente ai fratelli, il desiderio, qui, non è avvitato sull’omicidio del Padre dell’orda, ma sul riconoscimento di un’angoscia comune che, meglio che essere offerta al contagio per sprofondare nell’incesto o nella follia collettiva, può servire da appoggio al riconoscimento, da una parte, del collettivo come soggetto dell’individuale (grazie fratello Jacques, ancora una volta), e dall’altra, al riconoscimento di un’articolazione possibile del desiderio all’altro senza mediazione diretta del Fallo, fuori-Fallo dunque e non semplicemente al di là (dove l’oggetto a si rivela essere un’istanza all’Immaginario e un processo al Simbolico, mentre il Fallo è confermato come oggetto all’Immaginario e istanza al Simbolico). In altre parole, un’occasione di approfondire la nostra esperienza dell’articolazione possibile del desiderio alla sua causa. La sororità offre diverse aperture verso nuove dialettiche soggettive capaci di prolungare questo invito lacaniano a “fare a meno del padre a condizione di servirsene”.
Con questo libro, siamo invitati a trattare una lunga lista di domande e di temi. È impossibile evocarli nel loro insieme in una sola serata:
- La pertinenza delle nozioni di maschile e di femminile per l’esperienza psicoanalitica
- Idem per la nozione di orientamento sessuale
- Le questioni dette di genere e le questioni trans
- I femminismi
- Il patriarcato
- Le strutture familiari ed extra-familiari della parentela, della famiglia, della fraternità e della sororità
- Il Queer, come campo d’investigazione e anche come discorso
- I rapporti del significante al performativo
- La scrittura epicena o inclusiva
- La follia e la verità
- Le follie e gli amori
- L’identitario, materia del trauma, che informa sulle fondamenta dell’identità
- Le poste in gioco del fallico
- Una certa epistemologia del dormitorio
… e alcuni altri.
Tutte queste linee aperte dall’esperienza clinica psicoanalitica attraversano questo saggio. Ma non sono soltanto affrontate come domande intellettualmente valide rispetto ai saperi costituiti, alle conoscenze che fanno riferimento per la psicoanalisi in esperienza, no. Sono soprattutto presentate così come appaiono nell’esperienza del colloquio analitico come altrettanti ritorni critici, che l’esperienza del sapere indirizza ai saperi dell’esperienza.
Come scriveva Nazim Hikmet in questo celebre verso, Il mare si inventa con la barca.
E come diceva Edouard Glissant, “La sovversione della lingua viene dalla creolizzazione, e non dai creolismi”.
E come suggeriva Jacques Lacan, basta torcere la lingua per insegnarsi.
Ancora un riferimento… Neige Sinno, autrice di Triste tigre dice e suggerisce che la letteratura non l’ha salvata dal suo traumatismo, nessuna ragione di essere salvata dalla scrittura. Ma essa è necessaria, perché porta in sé le premesse di una trasformazione degli altri. In altre parole, scrivere può fare atto per altri al di là dell’atto di scrivere, dove implica la presa del proprio testo.
Il vostro libro, Silvia e Patrice porta all’atto, un atto analitico, agli effetti di perplessità, di turbamento, di inquietudine e di taglio, di apertura a una possibile invenzione. La sua lettura colpisce, disturba, sconvolge e irrita tanto quanto fa ridere, sorridere, amare la psicoanalisi di nuovo. Tanta gioia fiorente e stridente ai margini di questo abisso che esige il suo bordo dà a questo testo il profumo di un’esagerazione, di un errare, di una selvatichezza come altrettante frecce scagliate contro la nostra antropia. Al punto che forse è possibile lasciarsi lavorare dagli effetti di questa lettura solo a condizione di considerare la possibilità, la necessità e semplicemente l’esistenza di una psicoanalisi post-XX secolo.
Sempre quando dei femminismi le voci si levano, è al riso, alla risatina, allo stridere dei ghigni che sono rimandate le parole, le grida, le denunce. Finché ci sarà a tal punto bisogno dei femminismi, saranno stridenti. Questo è vero anche per gli avanzamenti teorici delle vostre proposte che spingono, al di là dell’equivoco, argomenti che fanno centro.
Allora immagino che se la Sfinge fosse stata in telelavoro, e sostituita, all’ultimo momento, dalla Medusa, la Storia dei nostri pensieri sarebbe stata tutt’altra. Meglio di un enigma da risolvere per assicurarsi delle proprie conoscenze, Edipo avrebbe avuto accesso a questa felice possibilità di riconoscere ciò che si oppone alla vista e merita di essere portato al suo livello di rappresentazione, piuttosto che brillare con la sua buona risposta che fissa la ragione e il sapere in armi di conquista sessuale. La civiltà non avrebbe perso nulla al cambio… forse un’etica erotica centrata sull’attrattiva piuttosto che sull’attributo.
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