Prevenzione del discorso: virus dell’inconscio (2020)

Prevenzione del discorso: virus dell’inconscio (2020)

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Prevenzione del discorso: virus dell’inconscio

Pubblicazione su internet, maggio 2020.

Dopo aver atteso a lungo il momento di dare forma a certi testi, scritti dal 2002, per tentare di contribuire a questo immenso cantiere della Storia della pandemia di HIV-Sida, testi che riguardano, in particolare, il discorso di prevenzione e le conoscenze inconsce, è un’altra epidemia (quella del Covid-19) che ne ha deciso la ripresa, per interrogarne l’interesse, per sapere se possono sostenere l’elaborazione attualmente in corso. Non che l’esperienza dell’HIV-Sida ci mostri la strada per quella del Covid-19, ma ciò che l’esperienza dell’HIV-Sida ci fa da quarant’anni, a noi esseri parlanti, rivela e rileva conoscenze inconsce in rapporto – che si scrivono e che non si scrivono – con quelle mobilitate da questa nuova pandemia.

Da qui a collegare ciò che accade in un letto dove si annida un rischio con i corridoi di un supermercato dove se ne annida un altro, c’è un passo fantasioso da compiere, per isolare, in particolare, ciò che del rapporto sessuale – che si scrive più spesso nel reale di quanto le nostre teorie non pensino in questo momento – ci convoca al compito del trattamento analitico, dal quale potremmo sperare qualche attualità sul reale del sesso. Al compito, e non all’atto, per ciò che può riunirci qui, tutt* invitat* in posizione di analizzand* prima di tutto.

Le qualità del trattamento psichico, dell’elaborazione teorica, del pensiero determinano il contributo di un’epidemia su scala collettiva nello stesso modo in cui la forza di risveglio della malattia può elevarsi su scala individuale. Dall’epidemia di HIV-Sida, alcune questioni delicate, difficili da affrontare frontalmente, sono state messe da parte e continuano a essere negate. Eppure hanno alimentato il dispiegarsi di fenomeni morbosi che operano per la salvaguardia di soggetti dell’inconscio lasciati ai margini di un saldo di cui non si liberano, fenomeni che condizionano le possibilità delle loro determinazioni soggettive a favore di norme identitarie estreme. Perché non dimentichiamo che l’esistenza di trattamenti, o anche l’uguaglianza di diritto, non hanno mai risolto le questioni reali poste da un’epidemia a una società umana.

Cosa interessare al di là delle minoranze, delle comunità e, attraverso una pandemia, mirare all’umanità che ne affronta una nuova (sconosciuta).

Cosa interpellare gli psicoanalisti sul malessere – altra epidemia, altra opera umana – che rischia la rincorsa incivile su uno sfondo di incidenti psichici e gravi crolli soggettivi.

Cosa forse evitare alla psicoanalisi e ad alcuni dei suoi servitori di cadere nelle opere sociali di fronte ai pericoli, dove le offerte di servizi fioriscono come i pani si moltiplicano. Attenzione ai lupi, attenzione ai predicatori di bontà che a volte siamo frettolosamente determinati a essere in mancanza di conoscenza. Dove l’empatia, il volontariato, il care e la resilienza fanno il brodo nutriente dei bacilli capaci di trasformare il malessere in un problema.

Le minoranze assediate dalla malattia hanno dovuto, nella storia recente, cavarsela, a viverci insieme (espressioni molto comuni degli anni ’90): Come fare l’amore con qualcuno che potrebbe essere portatore del virus? Lavorare con questa persona? Vivere sotto lo stesso tetto? Domande che rimbalzano da un’epoca all’altra. Dovremo impedirci, rinunciare ai nostri desideri? Sarà vivibile, o addirittura umanamente tollerabile?

Un gran numero di queste interrogazioni, lasciate in sospeso con l’HIV-Sida, ricoperte non appena è stato possibile ignorarle, respingerle un po’ (talvolta rimosse, il più delle volte negate), incontreranno frammenti di risposte dalle necessità poste dal Covid-19. E, inversamente, altri interrogativi inediti sorgeranno con questa attualità.

Non potendo offrire subito gli sviluppi di un lavoro che resta da proseguire, sperato da molti anni, ecco alcuni elementi di riferimento e di interrogazione che potrebbero, in futuro, costituire un programma di lavoro in grado di riunire coloro che, da qualsiasi punto della loro esperienza, vorranno dedicare il loro tempo e la loro attenzione per lasciarsi pensare da queste incognite che intendiamo affrontare.

Accettiamo, per farlo, la distorsione temporale a cui ci stiamo abituando in questi giorni, applicabile agli anni 1980-1990-2000…-2020, che sembrano ben separate e altrettanto congiunte, senza possibile confusione, qui, per pensarci e lasciarci pensare da ciò che ci accade. Accettiamo anche la confusione di oggetti tra queste epoche e le attualità incomparabili che le separano, ma di cui vogliamo segnalare alcune risonanze.

Questa divagazione ci porta ai seguenti punti, ai quali si aggiungeranno altre domande non formulate in questo momento:

 

  1. Il discorso di prevenzione è un discorso di Stato.
  2. Il fantasma del godimento rubato.
  3. Il rischio (rivelatore di alterità) e la minaccia (supporto del desiderio): figure dell’Altro.
  4. Il prezzo della prevenzione: l’altro.

 

Riferimenti

Alla svolta del marzo 2020, ho pensato per la prima volta che l’esperienza acquisita sulla pandemia di HIV-Sida avrebbe potuto informarci per quella del Covid-19 ancora vergine. Ho detto, un po’ rapidamente: «Il Covid-19 è un po’ l’AIDS per tutti!» Non ha fatto ridere molti; era un brutto gioco di parole, un witz fallito. E soprattutto, è falso: un virus non ne nasconde un altro, un’epidemia ancora meno. Vediamo più da vicino.

Jacques Leibowitch mi avrebbe gentilmente rimproverato, rispondendomi: 1 – i virus sono diversi, inutile paragonarli per compensare invano la nostra mancanza di conoscenza su di essi; 2 – le epidemie non sono opera dei virus, ma una creazione degli umani in cui si illustra il loro rapporto con il reale. Avrebbe aggiunto una frecciata ben assestata contro la psicoanalisi, in particolare dalla parte di Lacan (anche se Leibowitch ha potuto rompere con i lacaniani nel secolo scorso, rimaneva comunque realmente sapiente e significante, il tipo); e avvicinandosi per mormorare, avrebbe chiesto: «Dimmi, per dire le tue sciocchezze, hai chiesto prima al comandante?» Il comandante, così chiamava il virus, non per elevarlo al rango di grande Altro, ma per sottolineare la funzione che occupa nell’immaginario, al di là delle «linee-immaginotte», come qualificava non senza malizia ciò che dall’immaginario speriamo di assorbire del reale.

Uno dei suoi credi? Non martellare il virus-intruso, da un lato, né gonfiare eccessivamente le difese immunitarie sospettate di operare per l’infiammazione generale dell’organismo messo in scacco, dall’altro; la rapidità e l’intensità della risposta immunitaria e infiammatoria essendo i problemi maggiori da tenere sotto controllo, non il nuovo coabitante. Senza inconscio, il virus non ha bisogno di storia o di linguaggio per operare, a differenza di noi che ci facciamo prendere dal panico illico di fronte a lui, o diciamo piuttosto di fronte all’intruso che siamo tentati di fare oggetto un po’ troppo in fretta.

Sappiamo meglio ormai che la pandemia di AIDS è iniziata intorno al 1921 nel sud del Camerun, nelle colonie francesi e belghe (la data ufficiale dell’epidemia è 1981-1983, a seconda che si consideri la scoperta della sindrome o quella dell’agente infettivo), quando un virus, originariamente passivo, presente negli animali della boscaglia, ha potuto colonizzare la specie umana dove si è attivato, grazie alle disuguaglianze sociali (lavoratori precari), alle misure sanitarie dell’epoca (la cura degli indigeni), alla cecità dell’imperialismo politico mondiale di alcune nazioni, per farne una delle epidemie più efficaci, ancora attiva nel 2020, avendo causato più di quaranta milioni di vittime fino ad oggi, altrettante persone che vivono con l’HIV attualmente, per soli venticinque milioni di sieropositivi all’HIV curati in tutto il mondo (solo la metà, quindi), nonostante i progressi terapeutici e i presunti sforzi politici.

Quanto al futuro, poiché è ciò che ci preoccupa molto oggi, Leibowitch diceva che un virus come l’HIV, un tempo passivo, divenuto molto attivo, potrebbe ritrovare la strada di un sonno propizio alla sua coabitazione con gli esseri umani. Tra trecento o cinquecento anni, amava dire, l’HIV potrebbe ritrovare la sua calma, a condizione di non volerlo ridurre a nulla, di «non eccitarlo», né di tentare oltre misura di essere più forte di lui: niente napalm né super immunità, soprattutto no. Tutto tranne la guerra! Sono proprio l’ideologia e la politica immunitaria e terapeutica guerriere a essere prese di mira dalle sue prese di posizione. Al loro posto, un just enough che può farci pensare al good enough di Winnicott.

Fu così che profilò la prima strategia di riduzione dello sforzo terapeutico già all’inizio degli anni 2000, dove il virus è esposto solo alla giusta dose di farmaco che ne assicura il riposo (e, in particolare, una carica virale non rilevabile, quindi non contaminante e meno attiva). Rispondendo ai suoi detrattori, poiché il suo discorso è rimasto difficile da ammettere per molti nella comunità scientifica, firmava spesso i suoi messaggi con un «Vinceremo perché eravamo i meno forti», riassumendo bene la sua posizione lontana dai partiti, lontana dall’ideologia liberale centrata sulla performance, sul superamento perpetuo, sul godimento garantito, che da tempo hanno infiltrato le ideologie mediche, terapeutiche e sanitarie a livello globale.

 

Solo un discorso

In mancanza di essere sufficientemente dotat* in immunologia per avvicinarci frontalmente alla cosa infettiva, abbiamo tuttavia accesso a una produzione significativa del rapporto che intratteniamo con essa: il discorso di prevenzione, dove l’atto e la parola sono impegnati in una torsione determinata inconsciamente che può interessare gli psicoanalisti – anche se la maggior parte di lor* non si è affatto chinat* sull’epidemia di AIDS se non per interesse patologizzante per i particolarismi omosessuali, e per riversare vecchie interpretazioni sulla morte e l’ordalia cosparse di godimenti (molto lontano da ciò che l’AIDS ci fa sapere).

In quarant’anni di pandemia di HIV-Sida, le problematiche psichiche e inconsce non sono mai state prese in considerazione dal discorso di prevenzione, dai suoi attori (i prevenitori), dalle autorità pubbliche. Numeros* clinic* vi hanno tuttavia dedicato i loro lavori (in tutto il mondo), senza incontrare l’audience meritata: non è la prima volta che la conoscenza inconscia disponibile da conoscere viene rifiutata.

La prevenzione, molto sviluppata in Francia, che rimane, senza dubbio, il paese ad aver pubblicato la più grande varietà di opuscoli e dépliant informativi al mondo, è stata concepita solo sotto l’angolo di un’informazione da trasmettere attraverso una comunicazione adattata (semplice, mirata), sostenuta da supporti informativi e incontri con i prevenitori, allo scopo di modificare un comportamento. L’inconscio non vi ha davvero posto, a priori.

È anche l’effetto del successo della comunicazione, della pubblicità e del management neoliberale che, da Propaganda (scritto da Edward Bernays, nipote di Freud), sanno utilizzare alcuni dei processi psichici conosciuti grazie all’esplorazione dell’inconscio, pur rifiutando ciò che esige il riconoscimento etico di questi processi – a meno che non si sperino certe regressioni pulsionali perverse polimorfe propizie all’acquisto, alla distruzione, all’aggressione, al possesso, alla dominazione, tutte vissute in modo attivo e passivo.

Non crediamo, tuttavia, che il discorso di prevenzione sia di ordine privato perché nutrito dal liberalismo che si intende così bene con le rivendicazioni individuali. Bisogna distinguere diverse cose: 1 – il discorso di prevenzione è, sempre e prima di tutto, un discorso di Stato; 2 – la prevenzione è una parola strutturata dal discorso di prevenzione che la rende possibile.

Come lo sappiamo? Prosaicamente, lo Stato ordina e sovvenziona i messaggi di prevenzione, ne assicura la diffusione e ne controlla i contenuti, questo è il primo elemento. Ricordiamo che non è mai stato facile parlare apertamente, ad esempio, di preservativo in televisione, o anche di atto sessuale che sono rimasti e rimangono ancora dei tabù, che nemmeno la crisi sanitaria dell’epoca ha dissolto. Perché questa reticenza? È in nome della morale? Non lo credo, almeno non fondamentalmente, anche se la moralina si spande almeno altrettanto bene della marmellata. In fondo, è una questione strutturale, legata al linguaggio in quanto organizzazione, modellizzazione, articolazione determinate.

Il messaggio di prevenzione articola rischio e minaccia come due figure dell’Altro. Come si libererebbe senza saldo da una tale adeguatezza alle necessità del linguaggio? Luogo dell’Altro, la fonte della prevenzione in estensione è indiscutibile, ma bisognerebbe dirla, poi contestarle la specificità della minaccia come precursore dell’eccitazione – pensata come prodotto, essendo il rischio indotto.

Non abbiamo osservato quelle teste mascherate, abbassate, troppo silenziose, incrociate sul marciapiede? Dove gli uni e gli altri, gli uni di fronte agli altri circolano, con aria contrita, il naso nel mento, come se della prevenzione di cui sono diventat* autor*, non potessero assumerne la parte che riguarda l’altro che ha visto l’altro che ha visto il virus, e che si accablano di essere diventat* loro stess* rischi incarnati. Essere un rischio è difficile.

A forza di proteggersi da qualcosa si finisce sempre per proteggersi da qualcuno, dall’altro: il prezzo della prevenzione.

 

Chi dice, chi è

La presa di parola degli attori della prevenzione – siano essi autorità o professionist* – è una presa di potere a valore simbolico, nel senso che la loro iniziativa di dire rompe qualcosa di un non detto intimamente condiviso. Dire, e più del dovuto poiché si tratta di dire più degli altri e a loro intenzione, costituisce un atto sospetto rapidamente giudicato – certo inconsciamente, ma come sempre, se ne trova traccia nel detto.

L’iniziativa dell’agente di prevenzione gioca proprio contro la questione dell’Altro. Questo non manca di far temere il peggio a coloro che sono lì per ascoltare – gli altri.

Secondo un’ipotesi, osare elevarsi a questo posto costituirebbe un crimine di cui bisognerebbe rispondere. In questa direzione, il pubblico, a cui l’attore della prevenzione si rivolge, gli intenta un processo per godimento, per il godimento rubato in questo fantasma. Perché niente è più sospetto che permettersi di dire tanto senza che ciò sia sospettato, da vicino o da lontano, di essere il risultato di fatti vergognosi o colpevoli: teoria inconscia, possibilità di complottismo.

Che si autorizzi a dire tanto quando tutti gli altri osservano solo la loro sottomessa riserva e l’esperienza così confessata non tarda a confondere il sospetto. È volendo farlo cadere dal posto che così brama che ognuno si sforza di sminuire la portata delle sue parole e raccomandazioni, e di attaccare fino all’autenticità dell’approccio individuale, persino privato, di chi lavora per conto del discorso di prevenzione. Perché uscendo così dalla massa, la fratellanza è tradita, il godimento è rubato. Non temiamo di cogliere tutta la violenza che si legge in questo movimento: la relazione che gli attori della prevenzione in materia di salute intrattengono con il pubblico a cui si rivolgono è perfettamente insostenibile. Se ne tiene conto a sufficienza per pensare l’azione pubblica?

Sventato, il successo di queste pratiche di prevenzione non è più un obiettivo da raggiungere, perché quest’ultimo è caduto. Contradire o trasgredire i comportamenti raccomandati diventa persino un obiettivo in cui l’identitario, in quanto materia, si fa causa del desiderio dove può confondersi nell’inconscio con il virus (l’HIV, e forse domani il Covid-19). Essendo inteso che anche coloro che parlano – dal posto di un sapere supposto – non sono esemplari – si sa che fanno male e il loro progetto è dubbio – tutti possono allora accontentarsi di poco.

Non essendo più di moda l’esemplarità, ognuno si affanna per il suo piccolo godimento e si accontenta di un quasi-consenso a bassa voce.

 

Posta in gioco

In quarant’anni, la prevenzione delle trasmissioni dell’HIV-Sida ha visto il discorso che ne sottende la struttura adattarsi a diverse problematiche, talvolta collettive, talvolta individualistiche. Dove le nozioni di società, comunità, amore, desiderio e godimento sono state rimesse in discussione più di quanto sia stato possibile rilevarlo ed estrarne conoscenze.

Ciò è accaduto perché i vincoli legati alla prevenzione delle contaminazioni sono diventati più o meno insopportabili per le persone che pure avevano la necessità di proteggersi. Perché le misure efficaci contro i virus sono restrittive, limitano le libertà, feriscono le vite tanto quanto le assicurano, garantiscono una sopravvivenza a queste vite: trattare le persone infette, trattare quelle che non lo sono ancora, ridurre i trattamenti, misurare le cariche virali, tentare di influenzare la carica virale comunitaria, concettualizzare la precarietà virale di alcuni, ecc., tante questioni che riguarderanno presto l’intera popolazione mondiale, e non più solo minoranze pensate nelle loro supposte specificità.

In questo passato recente, ci sono senza dubbio due o tre cose utili per pensare la situazione presente dell’anno 2020 e dei successivi. E rispondere, un po’, a immense questioni etiche, morali, tecniche. Per trattare i rischi, le minacce, la disuguaglianza virale, il desiderio, il care, i godimenti, la sfiducia contro la prevenzione, l’a/Altro, le scale di rischio, il fantasma, la geolocalizzazione (tracking), l’esposizione pubblica dello stato sierologico, il discorso di prevenzione/discorso di Stato, il costo soggettivo del proteggersi, gli immaginari, le comunicazioni mirate per popolazioni target, l’impossibile intesa tra il prevenitore e il suo pubblico, lo status immaginario delle persone sieropositive, la gerarchizzazione dei comportamenti confusi con i rischi per principi morali, senza dimenticare le discriminazioni e le messe in pericolo delle minoranze e dei precari, o ancora, naturalmente, la posta in gioco maggiore dell’accesso ai test e al materiale di prevenzione, ecc.

 

Il vendicatore mascherato

Una maschera per le sedute con i pazienti, gli analizzandi?

In questi ultimi giorni, la questione agita, fa riemergere in superficie sia alcuni argomenti che alcuni frammenti di fantasmi, di paure, di principi morali, ecc. Molte cose si dicono: «Mai indosserò una maschera per parlare con un altro, la parola esige»; «Un bambino avrà paura»; «Tale specificità di tale persona non permette di osservare questa misura». O, al contrario, che non è mai altro che lo stesso contenuto sull’altro versante, o quasi: «Senza maschera il paziente non potrà entrare nello studio, mi proteggo». La questione non è sapere se l’una o l’altra di queste argomentazioni sia valida o giustificata. Tutte servono solo a concludere una trattativa la cui negoziazione si svolge altrove, su un altro piano.

Senza sfumature, tento una domanda: era una mancanza di rispetto verso l’altro acconsentire, o insistere, o far passare all’altro la possibilità materiale di proteggersi, di prendersi cura di sé, quando era (e/o è ancora) possibile, anzi indispensabile o desiderabile, avere rapporti sessuali con un preservativo?

O, altra domanda, senza sfumature. Non era già affrontare una difficoltà di un nuovo genere? La tentazione del rapporto che c’è in una certa dimensione autorizza a discutere le convenienze della realtà (altra dimensione), che a volte è più che urgente per il soggetto che parla affermare, sostenere il suo discorso per legare simbolicamente giustificazioni diventate i fili bianchi di un diametro troppo grande.

Il rapporto sessuale che si ha sulla soglia della possibile contaminazione causa il turbamento del senso, un po’ fluttuante in questi tempi, che delle decisioni dovrebbero stabilizzare per conto di piccole certezze temporanee, armi di un discorso, il discorso di prevenzione, che, a livello individuale, oscura la possibilità di tenere aperto l’accesso all’inconscio: previene il discorso psicoanalitico come le forze dell’ordine interpellano il futuro imputato per la Giustizia.

Il godimento rubato, è prima di tutto il godimento che potrebbe essere rubato, è prima di tutto un fantasma, anche se del godimento è effettivamente non prodotto, non sentito: mancante per negatività, non per ritiro. Fondatore, questo fantasma racchiude gli argomenti invisibili di una rapina alla Casa di carta, dove la resistenza all’ordine pubblico figura l’eroismo di un desiderio presentato come liberatore, là dove l’intimo più estremo si nutre dei desideri incestuosi inconsci, per esempio. La pirateria non è solo romantica, o giustificata, è realmente eroica. Come la pulsione, si affranca dagli ostacoli.

Che l’Altro, per mezzo di un virus che si fa causa, possa rilanciare così efficacemente il Fallo, è una condizione che l’epidemia soddisfa. E ci ritroviamo riportati a quel tempo in cui altri hanno espresso l’imperiosità di un’intimità estrema capace di organizzare le rappresentazioni, le articolazioni logiche, la realtà in cui l’amore si dispensa (in tutti i sensi dell’espressione).

Il discorso di prevenzione, governativo o individuale, quando è ripreso a proprio conto da un soggetto, libera all’inconscio, come uno Zorro, i resti di frustrazioni, di privazioni causate dalla giusta distanza tra le generazioni che protegge dall’incesto, dal desiderio incestuoso. La prevenzione del discorso – effetto del discorso di prevenzione che si installa e si estende dentro di sé quando è assorbito – è un virus per l’inconscio freudiano, un piccolo cavallo di Troia che angoscia, fa impazzire, attizza tutti i contenziosi pre-edipici disponibili, per costituire il centro delle esitazioni, delle contraddizioni perpetue che non dobbiamo risolvere oggi più di ieri, ma piuttosto condurre verso altre articolazioni discorsive: verso il discorso psicoanalitico, di nuovo? Quello da cui non ci si può prevenire, né sé stessi, né l’A/altro.

 

Tutto questo per questo, mi direte. Sì, aspettare tutto questo tempo, quasi venticinque anni, per vedere ricongiungersi due minuscoli frammenti di pensieri disparati, è lungo in apparenza. Non è nemmeno una distanza dall’inconscio, è l’effetto dell’assenza di un principio di continuità. Invece di ciò, l’estensione e le sue sembianze di separazione. «Può darsi che la spazialità sia la proiezione dell’estensione dell’apparato psichico. Verosimilmente nessuna altra derivazione. Invece delle condizioni a priori dell’apparato psichico secondo Kant. La psiche è estesa, non ne sa nulla

Sono pensato, dunque.

 

Risorse

Queste diverse questioni che ho incontrato dal 1994, appena introdotte qui, sono state oggetto di alcune pubblicazioni dal 2012, a partire dalle questioni di genere poste dalla sessualità gay, fino alle conseguenze identitarie, per interrogare il discorso di prevenzione e le conoscenze inconsce, e descrivere i processi di esclusione, elezione, radicalizzazione, reificazione associati. Eccone tre presentate, di seguito, con i link per il download.

 

  • 2012 – H. I. e V. o le lettere d’amore (rivista Cahiers de psychologie clinique). L’epidemia di AIDS mette duramente alla prova le leggi dell’amore e del desiderio. Contaminati o meno, coloro che si amano non sfuggono all’effetto di perturbazione immaginaria che il virus H.I.V. provoca. L’esperienza clinica ci insegna che il rischio sessuale testimonia maggiormente l’adattamento psichico del soggetto a favore del desiderio piuttosto che la sua capitolazione di fronte alle forze della pulsione di morte. Con Lacan e Freud, possiamo estrarre alcuni elementi dei processi psichici dell’angoscia, capaci di illuminare il cammino del fantasma e dell’amore in uno sforzo sempre rinnovato di operare sulla trama che li sostiene.
  • 2014 – genere gay e sofferenza identitaria: il fenomeno slam (rivista Nouvelle revue de psychosociologie). Lo slam – consumo di droghe per via endovenosa in un contesto sessuale – è apparso nella comunità gay. Le manifeste problematiche identitarie associate a questa nuova pratica sessuale e di uso di droghe invitano a pensare l’esperienza clinica attraverso un approccio di genere. L’articolo propone di osservare e interrogare la sofferenza identitaria e i suoi determinanti sociali, inconsci, politici e storici grazie a ciò che l’autore definisce «genere gay». Al limite delle necessità individuali della costruzione dell’identità si oppongono le problematiche collettive della comunità, facendo talvolta sopportare all’individuo il pesante tributo di una conquista identitaria.
  • 2015 – Prendersi cura di sé, contro tutto e tutti: versione del care (rivista Raison-Publique). Sugli effetti deleteri e inattesi dei discorsi di prevenzione e medici volti a far sì che una popolazione si prenda cura di sé. In una comunità dove l’attenzione al rischio di contaminazione è stata portata al massimo – la comunità gay di fronte all’AIDS –, sono emerse contraddizioni nel corso della storia dell’epidemia, sia nei discorsi che nelle loro conseguenze.

 

Vincent Bourseul

Editore: Vincent Simon (simonvincent006@gmail.com)