Fumare il Fallo con il calumet (2023)

Fumare il Fallo con il calumet (2023)

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Fumare il Fallo con il calumet

ovvero La Psicoanalisi: sintomo sororale

Mi spetta ora esporre alcune riflessioni nate dalla lettura del libro di Silvia Lippi e Patrice Maniglier Sorelle. Per una psicoanalisi femminista, recentemente pubblicato dalle Éditions du Seuil. Per evitare di perderci in troppe digressioni, mi concentro, questa volta, su tre nozioni: sororità, inclusività e Fallo. Se il mio angolo d’approccio è acuto e il mio sguardo concentrico, molte altre considerazioni dovrebbero essere sostenute a partire da questa lettura che non avremo il tempo di affrontare.

Poiché non mancano, mi appoggerò alle reazioni e ai commenti suscitati dalle attualità sessuali in questo inizio di XXI secolo, che alcune/i psicoanaliste/i di oggi osano proferire a rischio del nuovo.

Questo per evocare in fine, in modo succinto, un esempio di apertura e di innovazione teorica a cui le prospettive sororali e di genere in psicoanalisi ci danno accesso, dall’esperienza del lettino fino alle nostre biblioteche, passando per la poltrona dell’analista.

Devo dichiarare, per doverosa cautela, un conflitto d’interesse con le/gli autorə: la nostra connivenza di esperienze e di pensieri nel campo della psicoanalisi, che ci avrà condotte a riconoscerci sorelle. Sorelle dell’inconscio e del suo verbo. Sorelle di follie.

 

Ipotesi

La psicoanalisi come esperienza è responsabile della messa in circolazione di saperi sul sessuale, fuori-cura ma non senza effetti di transfert, che da più di un secolo continuano a contaminare lo spazio sociale, il discorso, la parola, i corpi e i sessi, tra l’altro. A questa pandemia di saperi insopportabili (relativi alla famosa peste freudiana) hanno risposto e rispondono diverse attualità, sintomi spostati, emergenze e fenomeni più o meno nuovi che qualifichiamo come attualità sessuali. Nell’elenco di queste produzioni iscrivo in particolare l’irresistibile ascesa del “genere” come nozione e concetto, dal sociale fino allo studio da un lato, e dall’altro dalla rivendicazione politica all’elaborazione teorica psicoanalitica; e ora l’efficacia della nozione di “sororità”, che continua a illuminare le coordinate in metamorfosi continua della struttura, della libido, dei nostri saperi.

Sì, considero il genere come un enfant terrible della psicoanalisi, nato dalla messa in circolazione dei saperi inconsci sul sessuale da parte della psicoanalisi stessa; questo assegna alla psicoanalisi responsabilità morali ed un’esigenza etica, che il contributo di questo saggio dimostra, là dove non c’è da arretrare davanti a ciò che a prima vista sembra folle. La sororità, da questo punto di vista, è la cugina di primo grado del genere, e madrina della follia che grida verità.

 

Il Fallo delle nostre sorelle, la mezza-moscia dei nostri fratelli

La sororità non è l’inverso della fraternità né il suo rovesciamento. Questa riduzione, questa semplificazione valgono solo per i portatori-di-Fallo e le dame-padrone della psicoanalisi, i cui commenti, in forma di sanzioni professorali, accusano il più delle volte di “ingenuità”, di “puerilità” o di “immaturità segnata dal misconoscimento” l’insieme di queste voci oggi percepibili nello spazio sociale: i “femminismi”, i “gender studies”, le “lotte contro le disuguaglianze sessuali”, “#Metoo”, le “violenze contro le donne” o ancora le “transidentità”, con un disprezzo rivendicato. No, non è questo, la sororità. Bisognerà rivedere il contenuto del Dictionnaire historique de la langue française di Alain Rey, che su queste voci non è più al passo.

Così come il non-tutto fallico non è il corrispettivo di un tutto-fallico immaginario, ma uno spazio necessario al fallico perché vi tenga la possibilità della sua ek-sistenza, garante della vitalità del linguaggio sulla sua orbita: la sua materia, la sua logica, il suo segno. Sul litorale delle sue acquisizioni, la sororità riapre ciò che la fraternità ha cominciato a stabilire, sotto l’alto patronato dell’Universale, a proposito del legame sociale. C’è dunque un interesse maggiore nel seguirla, così come da più di vent’anni nel nostro campo c’è un interesse prodigioso nel seguire il genere per ciò che è e non solo per ciò che fa.

 

Ciò detto, queste reazioni motivate dal dubbio, dal rimprovero, dalla paura o dall’interrogazione (nel caso più raro) chiedono di essere interpretate se vogliamo avanzare. La nozione di sororità, così come quella di genere, subisce talvolta una sorta di processo ben prima di essere messa seriamente al lavoro. Anche l’insieme delle variazioni legate a queste nozioni è coinvolto, tra cui: le questioni trans, i neo-femminismi versus i femminismi storici, la scrittura inclusiva, ecc.

Queste accuse, un po’ sbrigative, di cui è oggetto, hanno il profumo di reazioni terapeutiche negative, quello delle difese riflesse mobilitate contro l’inaudito, segnando un rifiuto caratterizzato di lasciarsi istruire dal sintomo nelle sue attualità né dalle nuove torsioni della lingua, di cui sarebbe sorprendente che l’esperienza psicoanalitica scegliesse di privarsi, mentre deve perpetuarsi reinventandosi: di questo il libro Sorelle ci nutre e ci convince con tatto, trattando delle modalità di trasmissione liberate dalle angosce dell’eredità: attualità acuta del mondo della psicoanalisi, oggi.

Tutte queste manifestazioni ostili, oltre a non essere semplicemente sostenute da un interrogativo esigente, sembrano attivarsi in un contrattacco che mira al pericolo all’opera contro il Fallo simbolico, fino a farlo vacillare, anche a costo che la vista si offuschi fino a confonderlo nelle sue diverse sfumature, questo Fallo.

Precisiamo il nostro discorso. Non è tanto il Fallo simbolico quanto quello detto immaginario che oggi si trova disturbato e degenere, sottoposto com’è a questo felice tentativo di inclusione attraverso queste nuove denunce degli effetti e dei misfatti della castrazione simbolica di fronte al regno senza condivisione dell’eccezione garante dell’Universale, pegno della fraternità. Infatti, il Fallo simbolico non è forse colpito fin da subito quanto sembra, non per primo, da queste attualità sessuali; lo è in un secondo tempo, dopo che il Fallo immaginario è stato ingiunto a trasformarsi sotto l’effetto delle nuove forme di espressione libidinale, e la castrazione simbolica (Fallo simbolico) valutata in termini di danni e non più soltanto di necessità civilizzatrici.

Ma curiosamente, e neppure tanto, sono dunque proprio gli attacchi al Fallo simbolico a suscitare più reazioni, opposizioni e commenti inquieti di fronte alla soggettività della nostra epoca. Non è un caso. E questo ci indica che il movimento sottostante a queste attualità non riguarda anzitutto il padre immaginario, ma il padre reale: lo mostrano anche le espressioni del movimento #Metoo in particolare, dove vengono denunciati i crimini realmente compiuti, così come le perdite simboliche che producono, là dove impediscono di vivere, là dove uccidono, e non soltanto la privazione reale (dell’organo o dell’oggetto) subita da parte del padre immaginario, che può anche essere oggetto di una lotta fraterna riflessiva (che riunisce uomini, donne, trans) utile allo sforzo di civilizzazione. Niente pénisneid in #Metoo, o nel transfemminismo, che lo si sappia e se ne sia convinti; tutta la clinica attuale lo prova: è indiscutibile e indimostrabile. La forma delle poste falliche nel campo sociale ha cominciato a modificarsi: non mira più così spontaneamente quella del piccolo fallo che alcune/i esseri-parlanti hanno nelle mutande, ma molto più in profondità il percorso dalla sostanza all’oggetto, dove si stabilisce la forma che può prendere, nel suo tempo, un po’ del reale del sesso.

Così, il Fallo è del tutto confermato e onorato, diciamolo semplicemente, da queste evoluzioni sociali e sessuali recenti, e senza dubbio anche da quelle a venire, anche se non possiamo anticiparle. Conferma del Fallo non solo nella sua funzione, ma in ciò che è e in ciò che non è, alla nostra maniera: quella in cui preferiamo che sia il significante mancante e una funzione che sostiene l’iscrizione del Soggetto nel linguaggio, nella struttura, più lontano dai suoi usi forzati che lo rendono pretesto per interpretazioni stupefacenti della teoria esistente quando si tratta di evitare di doverne costruire una nuova.

In altre parole, scherzando: il Fallo è nicotina. La migliore droga capace di unirsi a tutte le altre senza grandi interazioni negative, e con il potere di potenziare gli effetti delle altre sostanze incorporate con essa. Il Fallo è la mancanza per tuttə, e per tuttə singolarmente stabilita: non c’è bisogno di essere uguali per stare insieme.

Allora si può smettere di fumare!

 

Ma ogni nuova forma che si presenta fa sorgere ogni sorta di accuse, di processi alle intenzioni. Come se la forma indotta dalla materia fosse capace di deformare la materia stessa, mentre è solo la forma che si riforma nella nostra attualità. Molte/i psicoanaliste/i se ne stupiscono e se ne indignano. Reazione paradossale se si pensa a ciò che l’esperienza della passe in particolare ci ha insegnato in modo radicale: da un lato, che semplici perturbazioni o aperture all’immaginario non garantiscono un accesso al reale, a meno di prendere lucciole per lanterne; e dall’altro che i vacillamenti dell’immaginario si illustrano quasi sempre in irrigidimenti paurosi a proposito del simbolico che sarebbe in pericolo. C’è confusione di registro? Il sapere smentito dall’esperienza verrebbe di nuovo catturato in queste inquietudini di vedere il Fallo scomparire mentre è già mancante. Questa inquietudine allarmata traduce, a mio avviso, una recidiva, una regressione nella nostra esperienza. Rallegriamoci: regredire precede abbastanza spesso un avanzamento del trattamento e la modifica di un’economia libidinale alla misura del desiderio. Allora, forse, abbiamo preso la strada giusta?

Del reale viene incontrata di nuovo l’impenetrabilità; e se questo reale in quanto tale non cambia, la sua esperienza ne modifica l’effetto e la portata, ci invita a trattare il simbolico a partire dal reale, dove il simbolico è confrontato con il suo imperialismo: nel ricoprire il reale fallisce, ancor più di quanto l’immaginario inciampi sulla forma di cui si fa vettore tra l’impossibile e il segno.

 

Applicato al contenuto del libro, questo ci permette di accedere a una lettura moderna delle proposte freudiane in particolare, e anche lacaniane, a proposito del sintomo: quelle che dal trauma non condivisibile danno una dimensione condivisa. Il “sintomo condiviso”, tipico del legame di sororità, differisce dall’edificazione sociale della fraternità incaricata della perpetuazione della civiltà edipica, dove leggo la sororità come quella incaricata del suo trattamento. A questo titolo, la lettura lungimirante e l’interpretazione freudiana di Lippi e Maniglier del testo di Freud e delle celebri ragazze del dormitorio innamorate di un comune erratico, ci ingiunge di approfondire ciò che oggi si legge molto meglio, con #Metoo, rispetto a quanto non vedessimo così bene prima che queste ragazze osassero uscire dal loro dormitorio, equivalente del loro armadio, per celebrare nello spazio pubblico l’avvento di un altro legame possibile.

In altre parole, due usi di una stessa frattura, quella del rapporto-sessuale che non c’è, aprono a due possibili circolazioni della libido: quella della fraternità che opera per fare l’amore a partire dal sesso, fare l’amore del sesso, mentre la sororità guarisce l’amore dal sesso, dal sesso guarire l’amore. Rapporto sessuale che non c’è se non incestuoso, dirà Lacan; aggiungo le contaminazioni da HIV, questo oggetto reale dagli effetti in particolare immaginari temibili, di cui la clinica epidemica da quarant’anni continua a esplorare le conseguenze di un certo rapporto tra i sessi che si contaminano.

Il sintomo condiviso inconsciamente fa funzione di Fallo immaginario, dove “sostituisce” la condivisione delle donne da parte dei fratelli dell’orda; è, a questo titolo, una via d’accesso guarita dal sesso al simbolico, nonostante il trauma, grazie all’amore senza il bisogno sistematico normativo di articolarsi al Fallo simbolico del padre immaginario come unico asse di sopravvivenza nell’isterizzazione femminile o nella follia femminile (pleonasmo): solo vie di fallimento tanto politico quanto sociale… dobbiamo accontentarci di questo? Dal padre reale di cui vengono denunciati i crimini, un sintomo sororale offre un’altra guarigione al trauma indicibile e incedibile: la solidarietà delle solitarie/singolari affettivamente disponibili le une per le altre. Senza dubbio c’è qui una connessione con quest’altra nozione delicata che è il care, superata per l’occasione là dove quest’ultima non si fonda su un’unità psichica né su altro comune atteso se non quello riconosciuto dal fratello onorato dalla mobilitazione delle tanto care sorelle.

 

Più avanti, la sororità rivela un oltre della Comunità, dove una pratica dell’identitario come materia del trauma si rivela capace di stabilire un comune non fondato sulla morte semplicistica degli individui che costituiscono, con la loro scomparsa, le fondamenta della detta comunità. Una Comunità che si discosta dalla comune identità dei fratelli uniti all’origine delle loro guerre fratricide, per preferirle la comune identificazione riconosciuta e celebrata per l’occasione, fino a vivificare le proposte freudiane, in particolare, dove conferma l’opportunità di un’unione attivata dal movimento psichico, attivo, proattivo, attento alla pulsione più che al suo oggetto. Questo fino a intravedere le premesse di un’etica della pulsione lontana dal regno dell’oggetto.

Non sarebbe questa l’entrata di un percorso di pensiero che dà accesso al riconoscimento della Psicoanalisi come sintomo sororale essa stessa, sister Sigmund?

Questo può e dovrebbe interessare vivamente le/gli analiste/i iscrittə in gruppi, associazioni o scuole, in altre parole in queste forme valide di organizzazione della psicoanalisi risalenti al secolo scorso. Hanno molto da imparare da ciò che si presenta loro fino a turbarli, a farli arretrare per riflesso, se aspirano ancora a reinventare la psicoanalisi e a trattare le aporie individuate e combattute nel suo stesso campo, che ancora non vede aperture stabili e durature alle minoranze sessuali nelle proprie file, sia sul lettino sia sulla poltrona. Senza bisogno di parlare dell’istituzione universitaria, che potrebbe essere aggiunta alla lista delle configurazioni morbose del sapere inconscio quando viene preso per una materia da insegnare: mi sono dimesso, dalle une come dalle altre, e mi rallegro di avervi assicurato la mia sopravvivenza, come Soggetto e come praticante della psicoanalisi.

Una comunità sororale è senza dubbio più lucida, più woke o aware, sulla propria struttura, i propri impasse e le proprie potenziali nuove creazioni, necessarie, accessibili, possibili, felici e desiderabili.

 

Bisognerà anche riprendere il lavoro di analisi dei legami di solidarietà emersi in occasione dell’epidemia di AIDS tra gli uomini gay, froci, MSM. Non avevo avvertito, quando entrai in Act Up-Paris all’epoca, che eravamo in un dormitorio; eppure dicevamo “sorella” quando prendevamo in giro i nostri impegni e i commenti suscitati in altri, spettatori fraterni, aggiungendo “grazie per la tua lotta” per deridere l’inattività della massa, a cui rispondevamo con quell’incredibile pigiama party tra amiche che l’attivismo ha saputo essere per un certo tempo… prima di essere raggiunto dai fratelli gelosi delle risate e dei pianti condivisi.

 

Il legame sororale non è l’annullamento della struttura, tutt’altro: è una nuova pratica della struttura, forse persino una precisazione delle possibili orientazioni del Soggetto nella struttura; è ciò che permette questa ulteriore apertura verso ciò che non avevamo ancora incontrato e che già potevamo mettere al lavoro; permette, forse definitivamente, di smettere di credere al roccia della castrazione così come abbiamo collettivamente deformato il discorso di Freud su il biologico che fa funzione di roccia, dove il padre della psicoanalisi non aveva mancato, anche qui, di lasciare un’apertura al superamento: se il corpo anatomico fa taglio tra gli esseri, le loro lacrime come le loro gocce di sangue restano infinitamente più condivisibili; pensiamo che l’amore del prodotto non è quello dell’oggetto, o che l’oggetto dalle mille forme (le sostanze mescolabili) supera l’oggetto monolitico, o ancora che il tratto unario non è un tratto unitario.

Attenersi alla fraternità portatrice di una negatività sororale non è sufficiente; la sororità, anch’essa impregnata di una dialettica negativa, è una positività a vista: non possiamo più ignorarne la forma. Le sue produzioni ci invitano a lasciare la ringhiera oggettuale proprio là dove ci limita, e a preferire l’erranza creativa dei non-ingenui che sanno farci con il peggio… servendosi del padre, senza più servirlo: perché è ragionevole.

 

La psicoanalisi è riuscita a passare dall’organo alla sua rappresentazione, dal pene al fallo, dal Fallo significante del desiderio al Fallo significante del godimento, ecc. Può senza dubbio avventurarsi ancora più lontano nella conoscenza della continuità sessuale piena di variazioni e affrontare ormai l’oltre dell’oltre del Fallo, che non è l’oltre del non-tutto fallico ma piuttosto il suo altrove, che designo con il fuori-Fallo che non è per questo meno fallico: almeno orientarsi lì, che scrivo “x”; ci torneremo.

 

Sulla scrittura inclusiva

È sorprendente leggere e ascoltare le reazioni e le contestazioni al ricorso all’inclusività nella scrittura, notando fin d’ora che l’inclusività orale non è oggetto di tante critiche quanto le sue applicazioni allo scritto. Questo può farci pensare che qui l’attenzione sia rivolta alla lettera più che al significante, forse al simbolo più che al segno.

La scrittura inclusiva, come il libro di Silvia e Patrice dimostra, non è una posa da piccolo borghese bianco in cerca di fantasie perverse a buon mercato e di facile accesso, ma un’autentica traduzione, così come affrontiamo la traduzione e l’intraducibile tra le lingue: cosa di cui le/gli psicoanaliste/i hanno più di altri esperienza, fin dai primi testi freudiani messi in circolazione nelle loro versioni originali o nelle prime traduzioni, poi nella loro riscrittura/traduzione nelle Opere Complete, in particolare.

La scrittura inclusiva consiste, nella mia esperienza della pratica psicoanalitica, quella della scrittura come autore e quella del lettore dei testi di altrə autorə, in un’autentica opera di traduzione dell’intraducibile, cioè l’emergere nel discorso e nella parola di un nuovo disimpiglio del reale del sesso che invita al trattamento dell’ordine simbolico. Se il reale del sesso si è illustrato, abbastanza ampiamente fino ad oggi, nell’hétéros che dice ciò che separa e sostiene i soggetti, gli esseri e gli individui alla base del nostro fantasma di sessualità — dove si esprimono le nostre poste sessuali in cerca di realtà —, stiamo manifestamente affrontando un momento decisivo dell’attraversamento di questo fantasma che qualifico come hétéros-patriarca.

Perché si tratta proprio, contrariamente a molte idee ricevute o deluse, di prendere seriamente in considerazione “ciò che si dice”, oggi. Gli usi della lingua, le pratiche della lingua, e in particolare la parola, evolvono senza sosta. Alcune delle loro attualità sono passeggere, altre si iscrivono più durevolmente nell’evoluzione della lingua, nella sua necessaria preservazione. Ora possiamo rilevare che nel discorso si è imposto un nuovo sesso: Trans. Accanto a Uomo e Donna, Trans si è installato non solo nelle parole, ma anche nel discorso, al punto che la transitività dei significanti è stata vivificata, è vivificata, forse persino rimessa di moda contro le sue abitudini stabilite e funzionali. Il che rilancia non meno del Fallo stesso, offrendoci la felice possibilità di apprendere altrimenti, attraversandola di nuovo, la relazione d’oggetto della parola con gli elementi della frase. Transitività che è al fondamento della dinamica inter-significanti cucita di legami e scarti, di vuoti e rilievi tra i quali la causa del desiderio del Soggetto diviso si lascia intendere, si dà a vedere e a leggere, a scrivere, dalla sua preistoria di grido, di eiaculazioni portate fuori dal corpo, dove si stabiliscono le condizioni di un possibile legame sociale articolato all’uso della lingua, il più lontano possibile dal rischio del suo fraintendimento.

 

Sulla lettera, dicevo, ci irrigidiamo spontaneamente, presi dallo spavento davanti al rischio di un attacco simbolico, dove non vediamo che anche qui è anzitutto l’immaginario a essere in questione: là dove la forma non aspetta la materia, ma se ne informa come della vita per abbracciarne le condizioni, le possibilità di realizzazione e la qualità della sua presenza.

Portiamo lo sguardo più lontano, o più vicino, e rassicuriamoci. Ciò che si dà da leggere e da ascoltare continua ad aprirsi un cammino sulla pista dell’insaputo che ci tiene.

 

A struttura illuminata, sessuazione accentuata

A che cosa tutto questo può darci accesso, in particolare sul piano teorico?

Il Fallo è confermato, e persino rilanciato. Lui e la sua funzione fallica, le poste del fallico, tra cui il non-tutto fallico completa la nostra comprensione del fallico non de-completandolo, ma estendendolo. A questo aggiungo il fuori-Fallo, come l’oltre del suo oltre (fissato nel non-tutto).

Sul bordo di questa estensione, la cui pratica riflessiva o clinica è rafforzata, potenzialmente, da un pensiero della sororità o del genere, si presenta un nuovo spazio, un nuovo campo della sessuazione, che designo con a-sessuazione. Così come risulta dalla clinica del genere in psicoanalisi e dalla prospettiva sororale, che non chiamavo così prima di approfondire le mie riflessioni con Silvia e Patrice, che porto con me nei miei smarrimenti teorici. L’a-sessuazione sta alla sessuazione come il non-tutto fallico sta al fallico, cioè non ne è l’inverso né l’opposto. L’a-sessuazione designa ciò che, appoggiandosi alla sessuazione, dove si articola il rapporto del soggetto dell’inconscio con la funzione fallica e con il godimento, vi obietta parzialmente proprio là dove la estende: questo fuori-Fallo (che non è il suo oltre né il suo rifiuto) che rende possibile l’esplorazione ancora in attesa di ciò che riguarda la funzione della castrazione (compreso il “dire no” alla funzione fallica) nel reale, nell’immaginario e non solo nel simbolico, come l’esperienza della psicoanalisi ha potuto finora ampiamente studiarla, riducendola troppo spesso al rango di reazione negativa, mentre costituisce, come tutti convengono in teoria, da sempre una vera proposta feconda e salutare e creativa. Ciò che le formule della sessuazione proposte da Lacan smentiscono della bisessualità psichica costitutiva del Soggetto dell’inconscio in quanto situazione, non preferenzialmente un orientamento (effetto secondario maggiore della credenza indebita nell’orientamento sessuale dotato di senso), riappare nelle attualità sessuali come offerte di perversione della funzione fallica (non c’è motivo di abbandonare il Fallo, anche a costo di reinventarlo un po’, ai margini), dove il Fallo viene superato dall’oggetto a, causa del desiderio, fino a dare consistenza al versante destrogiro del nodo borromeo, sul quale potremmo passare ore e ore a esplorarne i misteri. Ciò che del sesso si impone all’essere-parlante può essere pensato più avanti a partire dal suo reale messo in forma, e non più preferenzialmente dalle sue risonanze simboliche. L’a-sessuazione rende conto, in una tabella di formule a venire, dei rapporti del Soggetto con la funzione della castrazione e la sua relazione d’oggetto, dinamizzati dalla perversione del fallico, in vicinanza della sessuazione che rende conto dei rapporti del Soggetto con la funzione fallica e con il godimento, dinamizzati dall’acquisizione del Fallo; il suo fantasma, distintamente dall’hétéros-patriarca della sessuazione lacaniana, può forse dirsi a-patride.

Bisognerebbe sviluppare tutto questo in altre condizioni…, ma una cosa è certa: questa entrata ufficiale della sororità nei nostri vocabolari produce già i suoi effetti nella mia pratica e nel mio pensiero.

 

Psicoanalisi, ancora?

A più riprese, attorno all’uscita di questo libro, è stata posta la domanda: è ancora psicoanalisi?

Resto molto sorpreso da questa domanda, per diverse ragioni, senza dubbio. Anzitutto, misuro quanto sia difficile apprezzare fino a che punto la psicoanalisi si sia allontanata dal suo tempo, a forza di voler restare nel proprio. La psicoanalisi di cui parlano Silvia e Patrice è per me l’unica esistente, quella che ho incontrato il giorno in cui Françoise Dolto mi ha convinto di un’intenzione in forma di desiderio, formulata come una promessa d’azione: “i mal-partiti, la psicoanalisi può salvarli ”. È la psicoanalisi che si costituisce ai margini delle forme che schiacciano la materia, quella dei folli che oggi dico tutte folli, che mi ha preso: avevo dodici anni. Non conosco, nelle mie carni e nei miei pensieri, la psicoanalisi troppo istituzionalizzata che, edificandosi sulla solidarietà delle marginali isteriche e di altre, si lascia incontrare solo nella sottomissione all’autorità abusiva di un sapere portato a conoscenza. Quella dell’Università, quella di quasi tutte le case della psicoanalisi (associazioni, scuole). Quella il cui discorso non ha più alcun rapporto con l’esperienza clinica quotidiana e che tuttavia, essendo ineludibile, rende necessaria l’ascolto reale, l’ascolto del reale: unica prospettiva capace di tenerci lontanə dalle assicurazioni e dalle garanzie cercate dall’essere-parlante fino a perderne il filo del desiderio.

Questa psicoanalisi sororale, così la capisco leggendo questo libro, è l’unica psicoanalisi che valga ai miei occhi: quella della mia vita, della mia cura psicoanalitica, del mio passaggio dal lettino alla poltrona; quella che dalle mie prime esperienze di lavoro sociale in strada con popolazioni tossicodipendenti fortemente marginalizzate attraversa lo spazio pubblico insinuandosi negli interstizi; quella delle retrocucine più che delle vetrine; quella delle cantine e degli squat, o delle stanze d’ospedale dove il setting si sposta; quella che turba e non quella che rassicura; quella che non arretra e non quella che commenta e professa; quella che passa e non quella che è passata; quella che può fare a meno del detto Fallo per preferirgli l’x, più vicino a The Thing in Duras che al pénisneid originario. X, che non è quello di Madonna in Madame X, anche se qui potrebbe aprirsi un nuovo capitolo dei Madonna’s Studies. No: un x che assume di essere l’incognitə dell’equazione, la cui materia e la cui forma restano sempre abbastanza mancanti perché si attivino con essə i tentativi di chiarimento del senso, della rappresentazione e dell’impossibile in cui le nostre vite camminano.

 

Si fraternizza con un nemicə, si sororizza con tuttə e con gli altri.

 

Per concludere, e a prova di ciò che resta intangibile sotto certi aspetti, anche se l’umorismo sa illustrarne le debolezze, chiudo il mio discorso con questa performatività rivisitata: Silvia Lippi, Patrice Maniglier, accettate di prendere, Vincent Bourseul qui presente, come sorella? Sapendo bene che la domanda non si pone, qui dove la cooptazione non avrebbe alcun senso.

 

PS: la tabella seguente non è quella dell’a-sessuazione che verrà più tardi.

 

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