La sessuazione, le sfide del fallico e il genere (2022)

La sessuazione, le sfide del fallico e il genere (2022)

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La sessuazione, le sfide del fallico e il genere

 

Pubblicato su internet, ottobre 2022.

#sessuazione #fist-fucking #fallo #lacan #freud #foucault #non-tutto #fallico

I riferimenti bibliografici appaiono nel file PDF.

Intervento orale – gennaio 2016 – seminario Le sfide del fallico (Annie Tardits, Elisabeth Leypold – EpSF).

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Affronterò cronologicamente alcuni aspetti della clinica del genere e delle possibilità che essa apre per pensare la sessuazione, le sfide del fallico e il genere in particolare, e oltre considerare alcuni aspetti delle sfide del fallico alla luce del genere.

Tratteremo per farlo la questione della dilatazione con Jean-Louis Chrétien, quella del fist-fucking e di certi usi di droghe nel quadro sessuale, per parlare del godimento Altro, del non-tutto e un po’ di yoga.

Tentando di riflettere su “le sfide del fallico” e “il genere”, sono finito per perdermi lungo il cammino. Sono finito, o cominciato, per non poter più spiegarmi la differenza tra l’oggetto a e il fallo, e più avanti, non sapere più cosa fare del quadro della sessuazione.

L’immagine è diventata sfocata.

Poi finalmente, si è lasciata pensare in questa sorta di confusione, non così sorprendente in fondo. Perché dell’oggetto a e del fallo, che non si incontrano così spesso tali e quali nella vita ordinaria, potevo ben perdere, dopo tutto, la nitidezza della loro presentazione in quanto concetto da una parte, e dall’altra in quanto rappresentazione che sono l’uno dell’altro nella teoria psicoanalitica.

Mi ritrovavo a cercare di chiarire cosa sarebbe una “pratica della sessuazione”. Cercando di prolungare ciò che ho tentato di descrivere nella mia tesi sotto il vocabolo “accomodamenti della sessuazione” — che il genere permetterebbe di sostenere —, e mirando ad avvicinare serenamente — ammesso che ciò sia possibile — la questione fallica in un insegnamento universitario consacrato al genere.

L’oggetto a mi ha sussurrato un pezzo di soluzione all’orecchio.

All’improvviso, mi è apparso che la sessuazione, proprio come l’oggetto a, non appartiene al mondo fenomenico. Mentre il fallo, in alcune delle sue sfumature, beneficia di una sorta di collasso con la realtà quando si fa oggetto immaginario, in Freud almeno.

Il mondo detto fenomenico, per Kant — che non è senza rapporto con la scrittura delle formule della sessuazione — e altri, si distingue dal mondo noumenico. Ricordiamoci che “fenomeno” ha per etimologia “apparenza”, “ciò che appare”, “che brilla”. Sono distinti da un lato la realtà, tale come la percepiamo che si lascia oggettivare, e dall’altro lato l’enigmatico, l’ignoto, Dio. Ciò che non è dell’ordine del fenomeno non è accessibile o non può essere appreso dalla rappresentazione ordinaria. Il noumenico è un limite nella sua illimitatezza, è su questo punto che ci interessa. E senza dubbio maggiormente nell’uso che ne fa Hegel piuttosto che Kant, al di là del quale propone che a difetto di avere un’esperienza della cosa in sé — o della Totalità —, questa può tuttavia essere utilizzata, essere praticata in pensieri.

Pensare l’oggetto a come non rilevante dal mondo fenomenico mi sembra intuitivamente una sorta di evidenza, che non solleva questione. Questo sembra essere un principio stesso delle sue molteplici concezioni, senza bisogno di sottolineare ulteriormente questa irrapresentabilità della causa del desiderio.

Riguardo al fallo, lasciamolo sospeso per il momento.

Di cosa parliamo quando parliamo della sessuazione? Delle formule del quadro a quattro caselle? Della sessuazione in quanto esiste al di là della sua scrittura? Della sessuazione in quanto una pratica della sessuazione può essere definita o osservata? Oppure della sessuazione in quanto suscita diversi accomodamenti sessuali, sociali, culturali o politici che possiamo incontrare? E per riassumerle tutte insieme, queste domande: si tratta della sessuazione in quanto fenomeno o no?

Dico che non è un fenomeno.

Dire che la sessuazione non rileva dal mondo fenomenico, è sottolineare la non rappresentabilità della sessuazione formulata da Lacan, e insistere sulla sua produzione effettiva in un’altra dimensione che quella direttamente osservabile della realtà da cui la sessuazione situa i corpi che la biologia sessua. Lacan mescolando questi due aspetti dirà in …o peggio: “[…], è tramite il significante che vi sessuate.”

Il quadro funziona da solo senza altra intestazione. Non c’è bisogno di un lato qualificato come uomo o di un altro qualificato come donna che finiscono per essere piuttosto imbarazzanti tanto impediscono di beneficiare degli effetti di queste formule e tanto ci allontanano dallo scopo che Lacan stesso sembra fissarsi nel proporle o nell’ammetterle nel corso della sua elaborazione. Le “x” bastano per entrare nel gioco delle formule. Il che non impedisce che la presentazione delle scritture sia separata da una linea mediana, poiché la posta in gioco è ben quella di mettere in avanti il carattere paradossalmente duale del non-rapporto che apre necessariamente a un al di là della binarietà.

Più lavoro su questa questione, più sono convinto che queste formule non sono da leggere, né tantomeno da decifrare. Gli elementi che esse articolano possono esserlo separatamente gli uni dagli altri, ma non l’insieme che formano in coerenza, salvo imbarcarsi in una strana esegesi o interpretazione.

Se i pezzi o elementi separati hanno un interesse di essere letti, pensati o elaborati, è ricordandosi, come sottolinea Annie Tardits, che ai differenti momenti delle loro produzioni non è ancora questione di chiamare tutto questo “sessuazione” nei propositi di Lacan. Questa unificazione è prodotta secondariamente alla discussione e la concezione, da parte di Lacan, di questi elementi precursori del quadro finale.

In questa maniera credo che sia possibile beneficiare degli effetti che il genere ci offre al fine di confondere le piste di una lettura corrente così efficace di queste formule che ne fissa la pulsazione, l’irraggiamento, in una coerenza del pensiero della sessuazione troppo compiuta. Forse troppo fallica, proprio quando le formule della sessuazione sono talvolta convocate o insegnate per dire e mostrare l’essere dell’uomo e l’essere della donna, mentre la nostra epoca ci invita a considerare ben altri significanti suscettibili di venire a occupare il posto delle “x” nelle formule. Voglio dire con ciò che l’insieme dei generi, per esempio i 70 e qualche genere di Facebook possono ben venire a iscrivervisi.

Tuttavia, se bisogna, a tutte fini utili, situare i sessi che si dicono talvolta uomo o talvolta donna alla sessuazione, è mantenendo fermamente l’idea credo apportata da Lacan, che il soggetto non ha mai che il sesso che vale per l’altro sesso di un altro soggetto: ciò in cui ci sono sempre ben due sessi, due sessi in presenza (o più se affinità, ma non sono sicuro che un’orgia possa superare l’esperienza dei due sessi, fosse composta di venti o trenta persone differenti).

Intendo anche in questa maniera che l’impiego dei quantori da parte di Lacan, come altri prima di lui, si iscrive in una sorta di superamento delle proposizioni kantiane. La posta in gioco del non-tutto fallico, per Lacan, nel suo proposito, è ben quella di superare il limite dei quantori fissando fino ad allora l’inventario dell’esistente a ciò che si trova designato senza più riguardo per ciò che, con lo stesso tratto, se ne trova rigettato eppure non meno esistente. È lì una sfida del non-tutto.

Questo per far valere che ciò che non beneficia della discriminazione primaria del giudizio di esistenza non è meno esistente. La spartizione introdotta dalla distinzione, dalla castrazione, non può rendere conto di ciò da cui si separa per edificarsi. Questo stato di fatto, rilevato da Freud, ha aperto al pensiero della castrazione e dei suoi effetti, dei suoi resti, tra cui il fallo immaginario investito di una primazia logica di esistenza necessaria all’esperienza della contingenza della presenza/non-presenza vissuta appena estrapolata all’esperienza dell’esistente/inesistente.

Allora restano delle “x” che sono altrettanti significanti possibili, così come Lacan propone di “servirsi dei quantori”. Servirsene per continuare, dice, a “enumerare”, sola cosa avendo più presa sul reale che i significanti sessuati, secondo lui; enumerare per proseguire l’esame del sapere derivato dall’esperienza, dall’esperienza del giudizio dell’esistente, e stringere sempre di più i limiti e le sfide di ciò che Freud ha designato per castrazione.

In ultimo richiamo per terminare questi preliminari, vi do o rido i “risultati” di un lavoro vertente, tra altro, sulla questione trans che mi ha fatto incontrare il genere in quanto oggetto immaginario, poiché è così che si faceva intendere e vedere nella parola soggettiva di qualche paziente e le loro rappresentazioni. Pensarlo così ebbe conseguenze logiche non negoziabili. Quelle di definire il sesso in considerazione di ciò che il genere imponeva come nuovo approccio del paesaggio sessuale. Ne è risultato questo primo quadro di un rilevamento dimensionale.

Immaginario (1) Simbolico (2)
Genere (1) oggetto (1) processo (3)
Sesso (2) istanza (4) oggetto (2)

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Senza transizione, tuffiamoci ora di colpo nel vasto bagno della gioia spaziosa offerta dalle droghe nel quadro delle pratiche sessuali. La gioia spaziosa, saggio sulla dilatazione, non è il titolo di un manuale di fist-fucking, ma proprio quello di un’opera di Jean-Louis Chrétien su questa piena dello spazio, che porta e che dilania — secondo i suoi termini —, che esplora attraverso le produzioni di santa Teresa d’Avila, Victor Hugo, Paul Claudel o Henri Michaux.

L’indistinto è al cuore del suo proposito, di cui non è facile d’altronde rilevarvi ciò che distinguerebbe ciò che noi nominiamo godimento fallico e godimento Altro. Ma le sue proposizioni, a difetto di sbrogliare i godimenti della psicoanalisi, possono servirci.

Jean-Louis Chrétien, già solo nella sua introduzione, dice che interessarsi alla dilatazione, è rendere conto delle modalità della nostra prova comune con lo spazio, il dentro, il fuori. Scrive: “Non appena la gioia si leva, tutto si allarga. La nostra respirazione si fa più ampia, il nostro corpo, l’istante prima ripiegato su se stesso, occupando solo il suo posto o il suo angolo, all’improvviso si raddrizza […] Ridere o piangere, ridere piangendo, piangere ridendo, che importa!, è la risposta allo stesso eccesso di ciò che viene. […] Cosa viene? L’avvenire. Ma non è solamente proiettato, calcolato, anticipato, immaginato, sorge qui e ora, ed è perché questo qui e questo ora non saprebbero essere puntuali che tutto si allarga.”

La dilatazione è una faccenda di cuore, di cuore che cresce sotto l’effetto della gioia invadente respingendo lo spazio e torcendo il tempo, o respingendo il tempo e torcendo lo spazio. È la parola testimoniante di queste esperienze di estensione e sottolinea anche che questo allargamento “deve sempre conservare la memoria della strettezza alla quale si strappa, e della difficile vittoria che sarà stato questo strappo.” Possiamo leggervi che ci sarebbe dunque una relazione non riducibile dell’estensione con l’intensione. Chrétien aggiunge: “C’è infatti un pericolo mortale in ogni illimitazione che perde di vista il limite, e che non viene essa stessa a limitarsi. […] L’esaltazione della mania non è la gioia della dilatazione. E l’affabulazione non è la parola dilatata.”

In altre parole, ogni espansione o ogni apertura, esageratamente pronunciate, gonfiate artificialmente non rileverebbero, in questo senso, dalla dilatazione percorsa da Chrétien, ma senza dubbio da qualche emorragia dove ciò che doveva tenere non avrebbe tenuto abbastanza in questa impresa di apertura e di slegamento parziale e selettivo, e non massivo né esaustivo al rischio della morte.

Tra qualche paziente appassionato di fist-fucking, ho potuto qualche volta sentire questa persistenza del punto di ribaltamento, l’azione di ciò che sembra legare i godimenti su questa linea di cresta.

Dopo ore o giorni passati sotto l’effetto di droghe grazie alle quali le pratiche sessuali possono svolgersi all’infinito o quasi, durante 24 o 48 ore, alcuni hanno ben descritto questo momento di compimento, di interruzione di sé stessi e dei loro atti come un tempo di sospensione decisiva.

Un paziente dice a proposito di questo istante della fine di una sessione di fist-fucking e di consumo di droghe: “Sono come morto, abbattuto, sazio, vuoto e senza forma, senza più vita o quasi. Poi rinasco, riprendo le mie attività, liberato da ciò che mi ingombrava. Sono sazio di essere stato riempito di qualcosa che ha permesso di svuotarmi di qualcos’altro.” Paradosso apparente qui ancora o persistenza di una doppia iscrizione?

Lontano da queste scene, una professoressa di yoga insegnando la respirazione pranayamica incoraggia i suoi allievi a espirare tutta l’aria dei loro polmoni e osservare questo punto dove niente succede prima che l’inspirazione si scateni di nuovo. In quel momento, dice, il corpo scompare, il corpo si allarga. Non è paradossale questo allargamento nella scomparsa?

Gli psicologi e gli psicoanalisti non hanno molto spesso che una visione piuttosto violenta della pratica fist-fucking, obnubilati senza dubbio dal suo carattere invasivo e pretesamente brutale in ragione della sua forza immaginaria. Vincent Estellon, nella sua opera I sex-addicts, scrive: “Se Michel Foucault parla del fist-fucking come di una sorta di ‘yoga anale’, non si può ignorare la parte di violenza distruttrice inerente a questa pratica sessuale estrema.” Queste valutazioni fanno l’impasse sulla realtà di una pratica eminentemente scrupolosa e precauzionale, lenta, progressiva, senza cui gli incidenti e i danni sarebbero moneta corrente.

Michel Foucault ha, in effetti, detto qualcosa, a proposito del fist-fucking. Ma non ha mai qualificato di “yoga anale” questa pratica, benché gran parte della comunità gay SM possa incoraggiare questa filiazione fraterna con Foucault e questa battuta.

Cosa dice Foucault sul fist-fucking?

Estratto: “Come vedete la straordinaria proliferazione, da questi dieci o quindici ultimi anni, delle pratiche omosessuali maschili, la sensualizzazione, se preferite, di certe parti fino ad allora trascurate del corpo e l’espressione di nuovi desideri? Penso, ben inteso, alle caratteristiche più salienti di ciò che chiamiamo i film ghetto-porno, i club di S/M o di fistfucking. […]

M. F. […] Penso che l’S/M sia molto più di questo; è la creazione reale di nuove possibilità di piacere, che non si erano immaginate prima. L’idea che l’S/M sia legato a una violenza profonda, che la sua pratica sia un mezzo di liberare questa violenza, di dare libero corso all’aggressione è un’idea stupida. Sappiamo molto bene che ciò che queste persone fanno non è aggressivo; che inventano nuove possibilità di piacere utilizzando certe parti bizzarre del loro corpo. Penso che abbiamo qui una sorta di creazione, di impresa creatrice, di cui una delle principali caratteristiche è ciò che chiamo la desessualizzazione del piacere. L’idea che il piacere fisico provenga sempre dal piacere sessuale e l’idea che il piacere sessuale sia la base di tutti i piaceri possibili, questo, penso, è veramente qualcosa di falso. Ciò che le pratiche S/M ci mostrano, è che possiamo produrre piacere da oggetti molto strani, utilizzando certe parti bizzarre del nostro corpo, in situazioni molto inabituali, ecc.”

Desessualizzare il piacere, è un po’ far tacere il sesso nel campo del godimento. Percepisco qui qualcosa che risuona con la mia proposizione del genere/oggetto immaginario che permette di pensare il sesso non come oggetto fallo che il genere è, ma proprio in quanto è anche sprovvisto di questa primazia lasciando allora un accesso al suo versante di oggetto simbolico.

Sgombrare il sesso da ciò che non è sessuale in lui salvo sbagliarsi, è evitare di ricoprirlo di un immaginario fallo che non è o di confonderlo con, è riaprire la via al genere/fallo verso cui converge il sessuale finalmente liberato dal sesso troppo accaparrante.

La pratica del fist-fucking, ci ricorda Marco Vidal, non è repertoriata nel rapporto Kinsey del 1948 e 1953. È, in quanto tale e sotto questa denominazione precisamente, individuata solo nel 1960 quando si crea negli Stati Uniti il TAIL (Total Anal Involment League — Lega per l’impegno totale nel culo), in seno al quale 1500 persone rivendicano questa pratica della penetrazione del pugno nel retto o nella vagina.

Desessualizzare il piacere è un po’ rilevare dalle sue funzioni il sesso pensato come incarnazione del fallo. Nel 1975, quando il celebre stabilimento Le Catacombe apre le sue porte a San Francisco, Pat Califia e altri frequentano questo club divenuto rapidamente misto per il fatto delle pratiche sessuali che vi hanno corso, per le quali l’anatomia non aveva d’importanza che di esigere per ciascuno/a di avere un cervello e una mano.

Pat Califia scrive: “Ho rapporti sessuali con froci. E sono lesbica. Questo vi lascia perplessi? […] Non so più esattamente in quanti uomini ho affondato la (le) mia(e) mano(i) e questo mi mette ancora in trance. È impressionante essere così vicini a un altro essere umano. In mezzo alle scatole di vaselina, mi sono spesso domandato/a come sia possibile franchire la ‘frontiera del genere’ durante questo tipo di sesso. Prima di tutto, il fisting non insiste sugli organi genitali. Nelle serate fisting, gli uomini in generale non si interessano al cazzo degli altri, ma alle loro mani e ai loro avambracci. È normale per i fistati passare una notte senza essere in erezione. […] Mentre avevo più esperienza in seno alla comunità SM, mi sono reso conto che era anche una sessualità che permetteva alle persone di franchire le frontiere rigide dell’orientamento sessuale. Ho incontrato lesbiche che si scopavano etero per soldi (ho fatto anche questo a un’epoca). Ho incontrato etero che inculavano o si facevano inculare da altri uomini se la loro padrona glielo chiedeva. E poiché questo aveva luogo sotto l’autorità di una donna, pensavano di avere un comportamento eterosessuale. […]”

Non c’è certamente stato bisogno di aspettare gli anni 1970 perché la pratica dell’intromissione del pugno nel retto o nella vagina esistesse. Un estratto di scritto di Sade ne testimonia come segue: “E voi, signora, curate dunque il mio culo: si offre a voi… Non vedete come sbadiglia, il mio fottuto culo? … non vedete dunque che chiama le vostre dita? … Perdio! La mia estasi è completa… ve le affondate fino al polso! Ah! Rimettiamoci, non ne posso più… questa incantevole ragazza mi ha succhiato come un angelo…”.

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Ma torniamo al godimento Altro, tale come sembra manifestarsi, forse specificamente, per i favori delle droghe nel quadro delle pratiche sessuali.

Tra gli anni 1970 e oggi nel 2015, le pratiche sessuali allora emergenti di cui abbiamo parlato, sono state specificamente colpite dall’epidemia di aids. Dovrei anche dire, per essere più preciso, dal reale del virus del HIV, un virus oggetto reale di portata immaginaria capace di immischiarsi gravemente nell’economia del desiderio e nelle capacità amorose.

In un contesto di rimozione intracomunitaria e di forti discriminazioni, che non riprenderò oggi, uomini omosessuali, o gay, sieropositivi, hanno conosciuto più di ogni altro, un entusiasmo per le droghe nel quadro sessuale, dagli anni 2004-2005-2006 circa. Fino a questa data, i prodotti tali come il GHB o l’MDMA, talvolta, ma più raramente metanfetamine tali come il crystal potevano essere consumate tra lo spazio festivo e la camera da letto per essere preferite all’occasione per la camera da letto esclusivamente.

Dal 2004-2006, il consumo specifico di catinoni (droghe derivate dal kath) — di cui il mefedrone è il più conosciuto e spesso menzionato per designare molecole che non lo sono — è esploso a partire dalle reti sociali di incontri sessuali tra HSH (Uomini aventi rapporti Sessuali con altri Uomini) alla ricerca di sesso “senza tabù” — volendo dire non protetto —, alla ricerca di piano “chem” — sotto prodotti, chem per chemical in inglese.

In ciò, queste ricerche di sesso con droghe non si distinguono dalle ricerche ordinarie di tutto un sacco di altri HSH. La differenza risiede nella scelta dei prodotti prima di tutto, perché i catinoni sono venuti a occupare una parte specifica del mercato della droga. Questi prodotti possono essere ordinati su internet, consegnati dai servizi postali in qualche giorno, poco cari, diversificati e sempre nuovi: droghe di sintesi perfettamente adattate a una logica capitalistica a destinazione di persone fortemente individualizzate, perfino accerchiate dalla stigmatizzazione inconscia permanente che subiscono, e più forte oggi che in altri tempi passati dell’epidemia.

Il genere, in queste situazioni cliniche, è sempre convocato in processi di concezione, di delimitazione del senso e dei segni in rapporto con l’esperienza sessuale. È d’altronde una cosa che generalizzo poco a poco, così come il quadro del rilevamento Sesso/Genere permette di situarli l’uno rispetto all’altro nelle loro specificità falliche egualmente. La dimensione del genere viene a sostenere un’elaborazione sottostante a proposito della commessa identitaria che le identità sessuali fanno pesare ai soggetti che esse spillano o che vi si riconoscono. Il genere partecipa molto esplicitamente all’impresa che lega il linguaggio al senso. Mentre il sesso partecipa più esplicitamente a ciò che lega il linguaggio al corpo.

Questi catinoni presentano interessi multipli tra cui quelli di produrre effetti entactogeni ed empatogeni potenti. I trip sessuali raccontati esprimono un’esperienza di un’intensità mai incontrata, dove le produzioni/deformazioni del percepito/visto/sentito/udito possono pur essendo magicamente trasformate essere condivise con il o i partner. Alcuni, anche se non sono maggioritari, riportano esperienze di percezioni comuni, di allucinazioni a due interattive.

La più grande parte di loro dice di poter accedere a un sentimento di sé e delle possibilità di relazione agli altri di cui non è pensabile volersi privare. Il godimento sessuale non sembra più fare barriera al rapporto sessuale. È letteralmente deportato dagli effetti della droga in questione, deportato e proiettato sullo schermo dei fenomeni allucinatori condivisi. Queste nuove molecole occasionano esperienze di un livello molto elevato di messa in comune, di condivisione sensazionale e di diluizione delle barriere drizzate classicamente dal godimento sessuale (segnando il non-rapporto).

Erezioni e orgasmi sono dissolti nelle altre possibilità di sensazione e di altri godimenti, o abbandonati (perdita dell’erezione, impossibilità di raggiungere l’eiaculazione) né più né meno al punto che è permesso pensare che il godimento sessuale è specialmente tenuto a distanza grazie alla molecola; senza tuttavia impedire — ben al contrario — il ricorso ad altre pratiche sessuali e ad altri tipi di godimenti, finalmente disponibili a lasciar giocare il rapporto, a dargli una forma nella realtà (tra immaginario e allucinazione) e così farlo esistere da qualche parte, per un tempo.

Queste esperienze hanno tutte un punto comune: di essere occasioni di sospensione delle questioni sessuali personali. Le droghe permettono, di tutta evidenza, di sollevarsi dal prezzo da pagare per incontrare l’altro sesso — fosse lo stesso in apparenza, anatomicamente parlando o sedicente parlando. Il prezzo da pagare essendo, come dice Lacan, di doverci passare tramite l’organo investito della funzione di strumento facendo di lui un significante.

Così, grazie alle droghe, la primazia fallica che può confinare alla reificazione dell’organo quando la confusione opera, e perché la confusione deve ben operare in parte perché l’organo sia investito, questa primazia è disinnescata il più pragmaticamente che sia, mettendola a mezz’asta. I catinoni non permettono di avere un’erezione e quindi non permettono che una penetrazione possa farsi tramite l’organo investito in strumento tradizionalmente, o almeno non quello lì.

Come con Pat Califia, un altro organo è investito in strumento fallico per il quale si attiva lo stesso processo necessario per incontrare l’altro sesso — possa esserlo tramite l’ano, poiché a tutte fini utili è sempre il braccio o l’ano di un certo “x”/significante per cui soggetti vogliono ben sessuarsi.

Torniamo al godimento Altro e al suo sviluppo vis-à-vis del godimento fallico per esaminare la maniera in cui sembrano, in certe occasioni, separarsi, disintricarsi. Il rischio fatale, di un godimento allora mortale, rilevato poco fa nella citazione di Chrétien deve essere ripreso ora, per elucidare se il suo funesto orizzonte terrebbe dallo smantellamento di questi due godimenti oppure di un altro processo che verrebbe a colpirli al punto della loro distanziazione più grande?

Certi consumatori di droghe tali come i catinoni, nel quadro sessuale, muoiono di overdose o di arresto respiratorio o di altre complicazioni cardio-vascolari, come si dice. Quelli che si iniettano queste droghe praticano ciò che si chiama lo slam, che significa letteralmente: inviare. Lo sapete senza dubbio, slam, è un’arte di giostra verbale, è un’arte poetica, un modo di inviare testi detti, declamati davanti a un uditorio, all’indirizzo di un pubblico.

Il poeta americano Marc Smith sviluppa questo approccio della recitazione di poemi nel 1986, per rendere l’esercizio più moderno, più musicale. Una postura se ne stacca, che impegna il corpo in un certo modo in questa interpretazione del testo portato ad alta voce, in piedi davanti a un pubblico. Lo slameur invia il testo, bilancia il suono e il senso.

Dal lato valore, lo slam è considerato e praticato da persone, in comunità che condividono un interesse per la libertà, il superamento delle barriere, e l’apertura di spirito.

In inglese, to slam the door vuol dire sbattere la porta, per esempio. Oppure ancora, stroncare, demolire, schiantarsi contro qualcosa. Ma è anche vincere un grande slam, un grande slam. Oppure ancora è riattaccare brutalmente, slam down.

In riassunto, a slam, è uno slam, to slam, è far sbattere.

Quando un consumatore invia il prodotto nella vena, si prende uno schiaffo, stacca e sbatte la porta a un momento della sua esperienza per entrare brutalmente in un altro momento della sua esperienza sotto l’effetto del prodotto. L’equivalente di un flash, non identico a quello creato dall’eroina, è descritto, meno intenso, e rapidamente perso a profitto di una moltiplicazione delle iniezioni. Fino a una ventina o più, per notte, per sessione. L’impatto sul capitale venoso è considerevole, i danni cardio-vascolari sono potenzialmente molto importanti per il fatto dei molteplici impatti e le loro infezioni (ascessi, attacco dei nervi e dei tendini delle mani, delle braccia o necrosi delle carni o del pene quando è scelto come punto di iniezione).

X % di questi chemsexeur decedono ogni anno.

Come la morte sopraggiunge a partire dalla disgiunzione fatale del limite come istanza e della dilatazione come processo? Quando il godimento diventa mortale? È raggiungere un punto estremo del suo processo di espansione?

Chrétien dice che un limite deve essere mantenuto, e più di questo, che fa parte della possibilità stessa di questa sorta di superamento del limite che è la dilatazione. Questo risuona con l’idea precedentemente evocata di un non-tutto fallico co-occorrente del fallico e non il suo rovescio. Questo permette di prevedere che non è solamente lo sfaldamento dell’una con l’altra che separerebbe i godimenti al di là di un punto di non-ritorno.

Un paziente slameur ha potuto rilevare, un giorno, quanto l’integrazione di una pratica alleante lo smembramento liberatore di una certa espansione doveva essere mantenuta associata alla sua tenuta in una forma delimitata. Per lui è la scrittura, o la possibilità della ripresa della scrittura dopo momenti di panne durante i quali l’ingombro impediva la liberazione del corpo tramite i pensieri pre-scritti, tutti pronti a uscire tramite la scrittura. La possibilità di farli uscire tramite le parole della parola in seduta non ha mai e non sarà mai un’equivalenza completa a ciò che produce lo scritto, ma questo ha aperto alla possibilità di prevedere questa pratica di sé al servizio di un accomodamento di questo “appagamento nella forza” come dice ancora la professoressa di yoga.

Entrare nella postura, dice ancora la professoressa di yoga, uscire dalla postura non si riassume a prendere la posa o non prendere più la posa, ma dice ancora: “tenere la postura e lasciarsi colare come acqua in un vaso.”

Non è rilassarsi, o afflosciarsi o spandersi, è estendersi, dilatarsi. Il non-tutto è tutto il contrario del famoso “lasciar andare” che certi pazienti iscrivono a stendardo per dire il senso, a posteriori, dei consumi. Ma come distinguere un lasciar-andare, da una dilatazione o da una regressione? Non hanno gli stessi effetti né testimoniano gli stessi saper-fare soggettivi? Tutte non sono favorevoli a che rilanci fallici operino a un momento dato, per i quali gli effetti di significati vengono a farsi rappresentare dal significante fallo, permettendo al soggetto di non lasciare il linguaggio, e di non morire di un abbandono pulsionale dei suoi organi. Quando al termine del godimento certi non si rialzano, è forse questo che si produce…

Certi pazienti descrivono i momenti di discesa come convalescenze dove il nutrimento e la cura sono tutti diretti verso il corpo, altri vi incontrano la ripresa della scrittura in un rigoglio regolatore permettendo di ritornare alla superficie.

In questi momenti di eclissi, tra svenimento e rialzamento, il genere appare essere ciò a cui del fallo il soggetto si appoggia per raddrizzarsi, dalle angosce diluenti dove il sesso sembra avercelo condotto precedentemente.

Il godimento Altro sembra allearsi maggiormente con il sesso che con il genere che appare tutte le volte in cui emerge tenere o rilevare dal godimento fallico. Tutti quelli che mi hanno insegnato questo anticipano la mancanza dell’oggetto per preferirgli ciò che anche in sua assenza fa funzione: è qui una marca di un’esperienza malinconica o l’effetto di un’esperienza dello statuto dell’oggetto per tempo di neoliberalismo? Certi hanno potuto dire: “poiché niente è allora qualsiasi cosa funziona, ecco tutto ciò che importa altrimenti si muore.”

Una sfida del fallico, qui, è senza dubbio di sostenere, nella cura, un’altra via possibile, che quella così formulata, affinché la capacità di regredire non sia ridotta a un semplice lasciar-andare agli effetti deleteri. E che un saper-fare della dilatazione possa testimoniare di una possibilità di sopportare gli effetti del godimento Altro che attraversa l’esperienza soggettiva. Che l’esperienza del non-tutto non sia solamente sinonimo di non-esistenza suscettibile di scatenare queste operazioni di salvataggio facendo correre un rischio mortale, ma che diventi un supporto consistente che il genere permette di illuminare a proposito del sesso per ciò che non è.

La scrittura, lo yoga o il fist-fucking sono forse da questo punto di vista modalità variate miranti allo sviluppo di una pratica della dilatazione propria ad accogliere gli effetti del godimento Altro, gli effetti del non-tutto fallico.

PS 1:

Spero, procedendo in questa maniera, di tenere la riflessione il più vicino possibile al fallo come marca dello scarto tra godimento e sapere, e così facendo avere una pratica della sessuazione tenendo conto della sua non-appartenenza al mondo fenomenico, quindi sicuramente non genitale, né tantomeno sessuale. Né tantomeno sessuale, perché non sono sicuro che i termini del ragionamento reso possibile dalla sessuazione portino tanto con lui il sessuale freudiano, per preferirgli piuttosto il reale — lacaniano — del sesso e il reale del linguaggio, ciò che c’è di reale nel linguaggio.

Se consideriamo il modo in cui possiamo osservare clinicamente cadenze, intervalli nei quali i godimenti si illustrano e si lasciano apprezzare l’uno e l’altro per le loro qualità, non c’è forse qui un’opportunità per pensare che i godimenti si incrociano ripetitivamente in punti di sutura, di giunti che punteggiano altrettante possibilità di riprese se l’uno viene a non essere più limitato — il godimento Altro — o se l’altro — il fallico — viene a arenarsi su un punto troppo fallico del suo dispiegamento — necessitando allora, nei due casi, il rilancio del fallo. Altrettante riprese possibili affinché la maglia non sfili troppo. Si può dire altrettanti falli? Oppure piuttosto altrettanti rilanci fallici possibili per i quali gli effetti di significati verrebbero a farsi rappresentare dal significante fallo, permettendo al soggetto di non lasciare il linguaggio, e di non morire di una disintricazione pulsionale degli organi.

È in questa via che il fallo potrebbe ben essere pensato come marca dello scarto tra godimento e sapere, in quanto sarebbe il significante di questo scarto, tanto quanto il significato del godimento, e in tutti i casi quello per cui si fa designare l’insieme degli effetti di significati come altrettante “alienazioni” — per dirlo con Lacan. Alienazioni vitali.

Una sfida del fallico è forse, qui, quella di una ripresa della teoria del giudizio e di ciò che fa segno per il giudizio capace di dare tutto il suo posto a ciò che si giudica e che non è segno, ma tuttavia significante, in altre parole ciò che non simbolizza, ma che fa senso malgrado tutto.

In altri termini per concludere: ciò che il genere permette di illuminare del sesso in ciò che non è per mantenere la nostra investigazione del sapere a proposito dell’ignoto del sessuale, e il sapere della psicoanalisi come necessariamente non-tutto fallico.

PS 2:

Ma allora perché non passarci, più ordinariamente, tramite gli organi classicamente investiti al rango di strumento? È forse, è la mia convinzione, che il carico immaginario/reale/simbolico pesante su certi organi può rivelarsi contrario alla possibilità stessa di camminare verso il godimento. Non è con l’argomento dell’incompetenza soggettiva a fare con la castrazione che sono tentato di cogliere il senso di queste innovazioni, ma proprio piuttosto per il fatto del sapere sul sessuale di cui i soggetti dispongono — ivi compreso senza saperlo.

Questo sapere sul sessuale che fa dagli anni 1970 almeno, comprendere a tutto un sacco di uomini, donne, trans, gay, lesbiche ed etero o straight che l’organo non è più da confondere con il potere sessuale che si investe di lui. E che a questo titolo questo potere, fortemente criticato in questi stessi anni di femminismo e di lotta contro le discriminazioni, non merita che la più stretta sospizione. Una sospizione identica a quella che dà fondamento alla discriminazione indirizzata ai gay sieropositivi nella loro propria comunità, una discriminazione caricata di far tenere la marca del rapporto tra l’esistente e l’inesistente, di far tenere il fallo con l’organo per suturare le agitazioni immaginarie che il virus attiva. Una sospizione fabbricatrice di marche, fornitrice di falli volanti tutti pronti a posarsi, abbattersi su una pratica o un’altra impegnando tale o tale organo non sessualmente sovradeterminato, perché questo è troppo carico.

Ancora più oggi che nel 1970, i gay sanno, aids obbliga, quanto il godimento facendo barriera al rapporto sessuale non rimane meno la chiave di una relazione sessuale a cui bisogna ben offrire nuove forme che quelle un tempo colpevoli dei peggiori eventi che sono stati e che sono i sessismi, le omofobia, ma anche le contaminazioni, perché dalle disuguaglianze sessuali bisogna ormai contare, nel caso degli HSH, con la disuguaglianza virale.

Sfuggire alla discriminazione, al giudizio dell’esistente/inesistente, sfuggire alla castrazione per un tempo almeno o far valere l’al di là della castrazione che non può tutto cogliere per il suo processo, ecco ben un programma sessuale moderno o post-moderno in ogni caso post-Freud, che possiamo nominare con Lacan: il programma non-tutto.

Ma il non-tutto è da concepire come il verso del tutto che ne sarebbe il recto? Non c’è tutto fallico, ma c’è il fallico e il non-tutto fallico. È importante sottolinearlo, perché l’una e l’altra non sono il diritto e il rovescio di un campo del godimento di cui potremmo tentare di cingere i due panni, o facce.

Differentemente da questo, il non-tutto sarebbe questo dominio dove l’azione di distinguere il differente non è più dell’ordine della necessità ma del possibile tanto quanto non-tutto possibile, sia un’azione contingente relativa. Che sia intrapresa, anche a minima, basta per far cadere nella contingenza la più stretta delle necessità, nessun bisogno di contrariarla interamente, una semplice intaccatura basta; l’insieme non è dunque da considerare nella sua raggiunta come una totalità né un tutto, ma piuttosto come un’unità affetta.

Il non-tutto sarebbe questo campo, questo dominio dove il differente può essere riconosciuto, ma non necessariamente rilevato in quanto tale, né eretto al punto di reificarlo lui stesso o ciò che del soggetto se ne fa rappresentare come significante. Un non-tutto non contrario al fallico, ma co-occorrente del fallico, aprendo così all’impossibile, in quanto al di là del possibile. Sarebbe, in questa via, un modo di pensare o di constatare una possibile alterità portata allo stesso senza condannarlo, questo stesso, al giudizio dello strettamente differente. Un non-tutto permettendo di distinguere che la medesimezza non fa l’unicità, e che il differente rivela l’unicità di una medesimezza differenziale. In altre parole, nient’altro che dell’eterosessuale. Nient’altro che un altro “x” di cui né il sesso apparente, né l’anatomia rivendicata — fossero unici o mimetici — possono contraddirsi, o opporsi.

Affronterò alcuni aspetti della clinica del genere e le possibilità che essa apre per pensare la sessuazione, le sfide del fallico e il genere in particolare.

Tratteremo la questione della dilatazione con Jean-Louis Chrétien, quella del fist-fucking e di certi usi di droghe in ambito sessuale, per parlare del godimento Altro, del non-tutto e un po’ di yoga.

Tentando di riflettere su “le sfide del fallico” e “il genere”, mi sono ritrovato smarrito. Non riuscivo più a spiegare la differenza tra l’oggetto a e il fallo, e ancor meno a capire cosa fare del quadro della sessuazione.

L’immagine è diventata sfocata.

Poi finalmente si è lasciata pensare in questa sorta di confusione. Perché dell’oggetto a e del fallo, che non si incontrano così spesso nella vita ordinaria, potevo ben perdere la nitidezza della loro presentazione come concetto da una parte, e dall’altra come rappresentazione che sono l’uno dell’altro nella teoria psicoanalitica.

Mi sono ritrovato a tentare di chiarire cosa sarebbe una “pratica della sessuazione”.

L’oggetto a mi ha sussurrato un pezzo di soluzione all’orecchio.

All’improvviso mi è apparso che la sessuazione, proprio come l’oggetto a, non appartiene al mondo fenomenico. Mentre il fallo, in alcune sue sfumature, beneficia di una sorta di collasso con la realtà quando si fa oggetto immaginario, almeno in Freud.

Il mondo detto fenomenico, per Kant e altri, si distingue dal mondo noumenico. Da un lato la realtà, come la percepiamo, che si lascia oggettivare, e dall’altro lato l’enigmatico, l’ignoto, Dio. Ciò che non è dell’ordine del fenomeno non è accessibile o non può essere appreso dalla rappresentazione ordinaria.

Pensare l’oggetto a come non rilevante dal mondo fenomenico mi sembra intuitivamente una sorta di evidenza. Questo sembra essere un principio stesso delle sue molteplici concezioni, senza bisogno di sottolineare ulteriormente questa irrapresentabilità della causa del desiderio.

Per quanto riguarda il fallo, lasciamolo sospeso per il momento.

Di cosa parliamo quando parliamo di sessuazione? Delle formule del quadro a quattro caselle? Della sessuazione in quanto esiste al di là della sua scrittura? Della sessuazione in quanto una pratica della sessuazione può essere definita o osservata? Oppure della sessuazione in quanto suscita diversi accomodamenti sessuali, sociali, culturali o politici che possiamo incontrare?

Dico che non è un fenomeno.

Dire che la sessuazione non rileva dal mondo fenomenico significa sottolineare la non rappresentabilità della sessuazione formulata da Lacan, e insistere sulla sua produzione effettiva in un’altra dimensione che quella direttamente osservabile della realtà da cui la sessuazione situa i corpi che la biologia sessua.

Il quadro funziona da solo senza altra intestazione. Non c’è bisogno di un lato qualificato come uomo o di un altro qualificato come donna che finiscono per essere piuttosto imbarazzanti tanto impediscono di beneficiare degli effetti di queste formule. Le “x” bastano per entrare nel gioco delle formule.

Più lavoro su questa questione, più sono convinto che queste formule non devono essere lette, né decifrate. Gli elementi che esse articolano possono esserlo separatamente gli uni dagli altri, ma non l’insieme che formano in coerenza.

Credo che sia possibile beneficiare degli effetti che il genere ci offre al fine di confondere le piste di una lettura corrente così efficace di queste formule che ne fissa la pulsazione in una coerenza del pensiero della sessuazione troppo compiuta. Forse troppo fallica, proprio quando le formule della sessuazione sono talvolta convocate o insegnate per dire e mostrare l’essere dell’uomo e l’essere della donna.

Intendo anche in questa maniera che l’impiego dei quantori da parte di Lacan si iscrive in una sorta di superamento delle proposizioni kantiane. La posta in gioco del non-tutto fallico, per Lacan, è ben quella di superare il limite dei quantori che fissano fino ad allora l’inventario dell’esistente a ciò che si trova designato senza più riguardo per ciò che, con lo stesso tratto, se ne trova rigettato eppure non meno esistente.

Questo per far valere che ciò che non beneficia della discriminazione primaria del giudizio di esistenza non è meno esistente. La spartizione introdotta dalla distinzione, dalla castrazione, non può rendere conto di ciò da cui si separa per edificarsi.

Senza transizione, tuffiamoci ora nel vasto bagno della gioia spaziosa offerta dalle droghe nel quadro delle pratiche sessuali.

La gioia spaziosa, saggio sulla dilatazione, non è il titolo di un manuale di fist-fucking, ma proprio quello di un’opera di Jean-Louis Chrétien su questa crescita dello spazio che porta e che dilania.

L’indistinto è al cuore del suo proposito. Jean-Louis Chrétien dice che interessarsi alla dilatazione è rendere conto delle modalità della nostra prova comune con lo spazio, il dentro, il fuori. Scrive: “Non appena la gioia si leva, tutto si allarga. La nostra respirazione si fa più ampia, il nostro corpo, l’istante prima ripiegato su se stesso, all’improvviso si raddrizza.”

La dilatazione è una faccenda di cuore, di cuore che cresce sotto l’effetto della gioia invadente respingendo lo spazio e torcendo il tempo. C’è un pericolo mortale in ogni illimitazione che perde di vista il limite. L’esaltazione della mania non è la gioia della dilatazione.

Tra alcuni pazienti appassionati di fist-fucking, ho potuto talvolta sentire questa persistenza del punto di ribaltamento.

Dopo ore o giorni passati sotto l’effetto di droghe grazie alle quali le pratiche sessuali possono svolgersi all’infinito o quasi, durante 24 o 48 ore, alcuni hanno ben descritto questo momento di compimento, di interruzione di sé stessi e dei loro atti come un tempo di sospensione decisiva.

Un paziente dice a proposito di questo istante della fine di una sessione di fist-fucking e di consumo di droghe: “Sono come morto, abbattuto, sazio, vuoto e senza forma, senza più vita o quasi. Poi rinasco, riprendo le mie attività, liberato da ciò che mi ingombrava. Sono sazio di essere stato riempito di qualcosa che ha permesso di svuotarmi di qualcos’altro.”

Michel Foucault ha, in effetti, detto qualcosa a proposito del fist-fucking. Dice che il S/M è molto di più; è la creazione reale di nuove possibilità di piacere che non si erano immaginate prima. L’idea che il piacere fisico provenga sempre dal piacere sessuale e l’idea che il piacere sessuale sia la base di tutti i piaceri possibili, questo è veramente qualcosa di falso. Ciò che le pratiche S/M ci mostrano è che possiamo produrre piacere da oggetti molto strani, utilizzando certe parti bizzarre del nostro corpo, in situazioni molto inabituali.

Desessualizzare il piacere è un po’ far tacere il sesso nel campo del godimento. Percepisco qui qualcosa che risuona con la mia proposizione del genere/oggetto immaginario che permette di pensare il sesso non come oggetto fallo che il genere è, ma proprio in quanto è anche sprovvisto di questa primazia lasciando allora un accesso al suo versante di oggetto simbolico.

La pratica del fist-fucking non è repertoriata nel rapporto Kinsey del 1948 e 1953. È rilevata solo nel 1960 quando si crea negli Stati Uniti il TAIL (Total Anal Involment League – Lega per l’impegno totale nel culo), in seno alla quale 1500 persone rivendicano questa pratica della penetrazione del pugno nel retto o nella vagina.

Ma torniamo al godimento Altro, come sembra manifestarsi, forse specificamente, per i favori delle droghe nel quadro delle pratiche sessuali.

Dal 2004-2006, il consumo specifico di catinoni (droghe derivate dal kath) è esploso a partire dalle reti sociali di incontri sessuali tra HSH (Uomini che hanno rapporti Sessuali con altri Uomini) alla ricerca di sesso “senza tabù” – volendo dire non protetto.

Questi catinoni presentano interessi multipli tra cui quelli di produrre effetti entactogeni ed empatogeni potenti. I trip sessuali raccontati esprimono un’esperienza di un’intensità mai incontrata, dove le produzioni/deformazioni del percepito/visto/sentito/udito possono pur essendo magicamente trasformate essere condivise con il o i partner.

La più gran parte di loro dice di poter accedere a un sentimento di sé e delle possibilità di relazione agli altri di cui non è pensabile volersi privare. Il godimento sessuale non sembra più fare barriera al rapporto sessuale.

Erezioni e orgasmi sono dissolti nelle altre possibilità di sensazione e di altri godimenti, o abbandonati (perdita dell’erezione, impossibilità di raggiungere l’eiaculazione) né più né meno al punto che è permesso pensare che il godimento sessuale è specialmente tenuto a distanza grazie alla molecola; senza tuttavia impedire – ben al contrario – il ricorso ad altre pratiche sessuali e ad altri tipi di godimenti, finalmente disponibili a lasciar giocare il rapporto, a dargli una forma nella realtà e così farlo esistere da qualche parte, per un tempo.

Grazie alle droghe, la primazia fallica che può confinare alla reificazione dell’organo quando la confusione opera è disinnescata il più pragmaticamente che sia, mettendola in disuso. I catinoni non permettono di avere un’erezione e quindi non permettono che una penetrazione possa farsi tramite l’organo investito in strumento tradizionalmente, o almeno non quello lì.

Come con Pat Califia, un altro organo è investito in strumento fallico per il quale si attiva lo stesso processo necessario per incontrare l’altro sesso.

Quando un consumatore invia il prodotto nella vena, si prende uno schiaffo, stacca e sbatte la porta a un momento della sua esperienza per entrare brutalmente in un altro momento della sua esperienza sotto l’effetto del prodotto.

Come la morte sopraggiunge a partire dalla disgiunzione fatale del limite come istanza e della dilatazione come processo? Quando il godimento diventa mortale?

Chrétien dice che un limite deve essere mantenuto, e più di questo, che fa parte della possibilità stessa di questa sorta di superamento del limite che è la dilatazione. Questo risuona con l’idea precedentemente evocata di un non-tutto fallico co-occorrente del fallico e non il suo rovescio.

Un paziente slameur ha potuto rilevare, un giorno, quanto l’integrazione di una pratica alleante lo smembramento liberatore di una certa espansione doveva essere mantenuta associata alla sua tenuta in una forma delimitata. Per lui è la scrittura, o la possibilità della ripresa della scrittura dopo momenti di panne durante i quali l’ingombro impediva la liberazione del corpo tramite i pensieri pre-scritti, tutti pronti a uscire tramite la scrittura.

Entrare nella postura, dice ancora la professoressa di yoga, uscire dalla postura non si riassume a prendere la posa o non prendere più la posa, ma dice ancora: “tenere la postura e lasciarsi colare come dell’acqua in un vaso.”

Non è rilassarsi, o afflosciarsi o spandersi, è estendersi, dilatarsi. Il non-tutto è tutto il contrario del famoso “lasciar andare” che certi pazienti iscrivono a stendardo per dire il senso, a posteriori, dei consumi.

In questi momenti di eclissi, tra svenimento e rialzamento, il genere appare essere ciò a cui del fallo il soggetto si appoggia per raddrizzarsi, dagli affanni diluenti dove il sesso sembra avercelo condotto precedentemente.

Il godimento Altro sembra allearsi maggiormente con il sesso che con il genere che pare tutte le volte in cui emerge tenere o rilevare dal godimento fallico.

Una sfida del fallico, qui, è senza dubbio di sostenere, nella cura, un’altra via possibile, che quella così formulata, affinché la capacità di regredire non sia ridotta a un semplice lasciar andare agli effetti deleteri. E che un saper-fare della dilatazione possa testimoniare di una possibilità di sopportare gli effetti del godimento Altro che attraversa l’esperienza soggettiva.

La scrittura, lo yoga o il fist-fucking sono forse da questo punto di vista modalità variate miranti allo sviluppo di una pratica della dilatazione propria ad accogliere gli effetti del godimento Altro, gli effetti del non-tutto fallico.

Voici la suite et fin de la traduction italienne complète :


PS 1:

Spero, procedendo in questa maniera, di tenere la riflessione il più vicino possibile al fallo come marca dello scarto tra godimento e sapere, e così facendo avere una pratica della sessuazione tenendo conto della sua non-appartenenza al mondo fenomenico, quindi sicuramente non genitale, né tantomeno sessuale. Né tantomeno sessuale, perché non sono sicuro che i termini del ragionamento reso possibile dalla sessuazione portino tanto con lui il sessuale freudiano, per preferirgli piuttosto il reale — lacaniano — del sesso e il reale del linguaggio, ciò che c’è di reale nel linguaggio.

Se consideriamo il modo in cui possiamo osservare clinicamente cadenze, intervalli nei quali i godimenti si illustrano e si lasciano apprezzare l’uno e l’altro per le loro qualità, non c’è forse qui un’opportunità per pensare che i godimenti si incrociano ripetitivamente in punti di sutura, di giunti che punteggiano altrettante possibilità di riprese se l’uno viene a non essere più limitato — il godimento Altro — o se l’altro — il fallico — viene a arenarsi su un punto troppo fallico del suo dispiegamento — necessitando allora, nei due casi, il rilancio del fallo. Altrettante riprese possibili affinché la maglia non sfili troppo. Si può dire altrettanti falli? Oppure piuttosto altrettanti rilanci fallici possibili per i quali gli effetti di significati verrebbero a farsi rappresentare dal significante fallo, permettendo al soggetto di non lasciare il linguaggio, e di non morire di una disintricazione pulsionale degli organi.

È in questa via che il fallo potrebbe ben essere pensato come marca dello scarto tra godimento e sapere, in quanto sarebbe il significante di questo scarto, tanto quanto il significato del godimento, e in tutti i casi quello per cui si fa designare l’insieme degli effetti di significati come altrettante “alienazioni” — per dirlo con Lacan. Alienazioni vitali.

Una sfida del fallico è forse, qui, quella di una ripresa della teoria del giudizio e di ciò che fa segno per il giudizio capace di dare tutto il suo posto a ciò che si giudica e che non è segno, ma tuttavia significante, in altre parole ciò che non simbolizza, ma che fa senso malgrado tutto.

In altri termini per concludere: ciò che il genere permette di illuminare del sesso in ciò che non è per mantenere la nostra investigazione del sapere a proposito dell’ignoto del sessuale, e il sapere della psicoanalisi come necessariamente non-tutto fallico.

PS 2:

Ma allora perché non passarci, più ordinariamente, tramite gli organi classicamente investiti al rango di strumento? È forse, è la mia convinzione, che il carico immaginario/reale/simbolico pesante su certi organi può rivelarsi contrario alla possibilità stessa di camminare verso il godimento. Non è con l’argomento dell’incompetenza soggettiva a fare con la castrazione che sono tentato di cogliere il senso di queste innovazioni, ma proprio piuttosto per il fatto del sapere sul sessuale di cui i soggetti dispongono — ivi compreso senza saperlo.

Questo sapere sul sessuale che fa dagli anni 1970 almeno, comprendere a tutto un sacco di uomini, donne, trans, gay, lesbiche ed etero o straight che l’organo non è più da confondere con il potere sessuale che si investe di lui. E che a questo titolo questo potere, fortemente criticato in questi stessi anni di femminismo e di lotta contro le discriminazioni, non merita che la più stretta sospizione. Una sospizione identica a quella che dà fondamento alla discriminazione indirizzata ai gay sieropositivi nella loro propria comunità, una discriminazione caricata di far tenere la marca del rapporto tra l’esistente e l’inesistente, di far tenere il fallo con l’organo per suturare le agitazioni immaginarie che il virus attiva. Una sospizione fabbricatrice di marche, fornitrice di falli volanti tutti pronti a posarsi, abbattersi su una pratica o un’altra impegnando tale o tale organo non sessualmente sovradeterminato, perché questo è troppo carico.

Ancora più oggi che nel 1970, i gay sanno, aids obbliga, quanto il godimento facendo barriera al rapporto sessuale non rimane meno la chiave di una relazione sessuale a cui bisogna ben offrire nuove forme che quelle un tempo colpevoli dei peggiori eventi che sono stati e che sono i sessismi, le omofobia, ma anche le contaminazioni, perché dalle disuguaglianze sessuali bisogna ormai contare, nel caso degli HSH, con la disuguaglianza virale.

Sfuggire alla discriminazione, al giudizio dell’esistente/inesistente, sfuggire alla castrazione per un tempo almeno o far valere l’al di là della castrazione che non può tutto cogliere per il suo processo, ecco ben un programma sessuale moderno o post-moderno in ogni caso post-Freud, che possiamo nominare con Lacan: il programma non-tutto.

Ma il non-tutto è da concepire come il verso del tutto che ne sarebbe il recto? Non c’è tutto fallico, ma c’è il fallico e il non-tutto fallico. È importante sottolinearlo, perché l’una e l’altra non sono il diritto e il rovescio di un campo del godimento di cui potremmo tentare di cingere i due panni, o facce.

Differentemente da questo, il non-tutto sarebbe questo dominio dove l’azione di distinguere il differente non è più dell’ordine della necessità ma del possibile tanto quanto non-tutto possibile, sia un’azione contingente relativa. Che sia intrapresa, anche a minima, basta per far cadere nella contingenza la più stretta delle necessità, nessun bisogno di contrariarla interamente, una semplice intaccatura basta; l’insieme non è dunque da considerare nella sua raggiunta come una totalità né un tutto, ma piuttosto come un’unità affetta.

Il non-tutto sarebbe questo campo, questo dominio dove il differente può essere riconosciuto, ma non necessariamente rilevato in quanto tale, né eretto al punto di reificarlo lui stesso o ciò che del soggetto se ne fa rappresentare come significante. Un non-tutto non contrario al fallico, ma co-occorrente del fallico, aprendo così all’impossibile, in quanto al di là del possibile. Sarebbe, in questa via, un modo di pensare o di constatare una possibile alterità portata allo stesso senza condannarlo, questo stesso, al giudizio dello strettamente differente. Un non-tutto permettendo di distinguere che la medesimezza non fa l’unicità, e che il differente rivela l’unicità di una medesimezza differenziale. In altre parole, nient’altro che dell’eterosessuale. Nient’altro che un altro “x” di cui né il sesso apparente, né l’anatomia rivendicata — fossero unici o mimetici — possono contraddirsi, o opporsi.